Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Cuori infranti onlife

Noi abbiamo faticosamente conquistato il diritto all’oblio con una sentenza della corte europea. I greci – che, come diceva un mio prof., hanno inventato tutto – avevano già il Lete, il fiume da cui bevevano i defunti per dimenticare la propria vita prima di reincarnarsi. Mentre all’altro fiume, Mnemosine, si abbeveravano coloro che tutto volevano ricordare. Tra ricordo e oblio si muove la nostra vita, anche amorosa. Ai cambiamenti che il digitale, con la sua memoria perenne, può indurre sulla fine delle nostre relazioni amorose Serena Danna  ha recentemente dedicato un bell’articolo “Il negozio degli amori finiti” su @la_lettura di domenica scorsa e un’interessante intervista a Clancy Martin
“Non c’è dubbio che internet contribuisca all’infelice prolungamento del processo di lutto, – afferma Martin – all’insana, infinita ossessione verso l’amante che non c’è più.” Constatazione nella sua sostanza quanto mai veritiera ma è davvero lutto? L’inestinguibile attaccamento al fantasma (?) digitale dell'(ex) amato/a non è piuttosto l’ostinata negazione del processo di lutto? Val forse la pena di riandare a Freud e al suo quasi centenario “lutto e melanconia” (1917) attualizzato in versione digitale e social da un altro psicoterapeuta, Aaron Balick. Nel capitolo “Defending against lost” del suo imperdibile “The Psychodynamics of social networkingBalick riprende la celebre distinzione freudiana tra lutto e melanconia. Riassumo, semplificando al massimo: nel processo di lutto siamo costretti a ritirare l’energia psichica dalla persona sulla quale l’avevamo con tanta passione precedentemente investita; processo quanto mai doloroso ma necessario per poter tornare ad amare un’altra persona.
Nella melanconia (depressione) invece non siamo capaci di lasciar andare la persona che nella realtà se n’è già andata. Per non perderla, la introiettiamo inconsciamente, ne facciamo un oggetto interno, con il quale intratteniamo una relazione ambivalente ed insolubile, di amore-odio. In ciò appunto risiedono la causa ed il significato stesso della depressione (“preservare la pertinace adesione all’oggetto”).
Questo processo di interiorizzazione per cui l’oggetto (la rappresentazione mentale dell’altro) viene portato all’interno della psiche e con la sua stessa presenza influenza tutta la vita interiore del soggetto stesso è di fondamentale importanza. Non solo per lo sviluppo della psicanalisi ma per la comprensione dell’effetto su di noi di Internet e dei SN. Questa appunto l’intuizione di Balick. Gli oggetti rappresentati online, le identità digitali e le chimere social agiscono in noi come oggetti interni e influenzano come tali la nostra vita interiore.
“We may approach “objects” as represented across online social networks as also being capable of all the actions and dynamics described within the processes of mourning and melancholia”
E poiché su Internet e i social media la perdita non esiste e l’altro è sempre presente, viene spontaneo domandarsi se i SM non inducano per la loro stessa natura alla melanconia.
Prima ancora che una domanda scientifica una domanda retorica. Chi di noi non ha consigliato all’amico/a piantato/a di non stare a guardare inebetito/a le foto dell’/a ex, di non continuare a frequentare con aria da stoccafisso lo stesso bar, gli stessi luoghi di ritrovo, di non seguirlo/a come un segugio disperato nel suo percorso quotidiano, di non conservare, accarezzare, annusare o altro sue ciocche di capelli, indumenti più o meno intimi o altro? E chi di noi non ha mai fatto almeno una volta proprio quello che ha sconsigliato all’/a amico/a? Con quale risultato è superfluo dirlo.
Non si capisce perché la fissazione all’identità digitale dell’/a ex e/o al suo feticcio – ammesso che l’identità digitale non lo sia già – dovrebbe funzionare meglio delle foto sgualcite dalle lacrime o delle ormai inodori e lise ciocche di capelli. Certo tutti conosciamo il misto di eccitazione e dolore che ci suscita rivedere furtivamente la pic dell’/a ex che ci eravamo solennemente giurati di non degnare più di uno sguardo. Leggendo i suoi post/tweet risentiamo il suono della sua voce svanita. Quando tocchiamo il tasto del PC/tablet/smartphone che ci conduce alla sua effige ci sembra quasi di sfiorare la sua pelle… E proprio per questo lo facciamo, mentre sconsigliamo invece al nostro/a amico/a di farlo. Razionalmente sappiamo infatti bene che seguire, inseguire, taggare, etc, sui social l’/a ex ci fa male. Non prolunga infatti ma impedisce – per riprendere la distinzione freudiana – il processo del lutto, blocca l’elaborazione della perdita; ci mantiene invece in una condizione di irrisolta melanconia (depressione). E ciò è più o meno anche quello che è emerso dalle ricerche sul comportamento dei cuori infranti in Facebook e altri social dopo la rottura della relazione.
Con tutto il rispetto per la ricerca e la necessità della stessa, non proprio una sorprendente scoperta scientifica.
Marshall, citato da Balick, la riassume così:

Keeping tabs on an ex-partner through Facebook is associated with poorer emotional recovery and personal growth following a breakup.

Se non bastasse:

Frequent monitoring of an ex-partner’s Facebook page and list of friends,… was associated with greater current distress over the breakup, negative feelings, sexual desire, longing for the ex-partner and lower personal growth

E ancora:

Monitoring an ex-partner’s Facebook photos and other forms of covert provocation (such as writing a status update to make an ex-partner jealous) is associated with an increased likelihood of engaging in off-line obsessive relational intrusion

Certo, come in tutte le ricerche (serie) qualcosa di nuovo e magari curioso c’è:

People who remained Facebook friends with an ex-partner were lower in negative feelings, sexual desire and longing for the former partner than people who were not Facebook friends

Marshall lo spiega con il fatto che rimanere amici su Facebook aiuterebbe ad un confronto molto concreto superando le tentazioni di romanticismo misticheggiante.

Ricerche più recenti indagano poi la (complessa) correlazione esistente tra diversi stili relazionali, variabili modelli di investimento, distress emozionale successivo alla rottura e tendenza alla sorveglianza interpersonale online (per es Facebook stalking).
Certo quando siamo innamorati e ancor più quando veniamo piantati non ci interessa molto sapere quale sia il nostro stile relazionale – anche se è forse proprio il motivo per cui siamo stati lasciati. Ma forse proprio sulla base di queste ricerche verranno sviluppati nuovi tasti e nuovi stati social ex-friendly, che favoriscano maggiormente l’elaborazione della perdita. Intanto offline e online sembrano per una volta convergere sul vecchio consiglio, attualizzato così da Marshall

Avoiding exposure to an ex-partner, both offline and online, may be the best remedy for healing a broken heart

 

Suggerimento musicale: Händel, Ho perso il caro ben

FullSizeRender