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Tempo digitale plurale

“Allora viviamo nel tempo e ci impegniamo con lui in quella strana corsa che si chiama velocità. Ci serviamo del tempo per divorare lo spazio, per vincere la distanza, consumare l’assenza, per conquistare una sorta di vertiginosa ubiquità” scriveva in tempi ancora analogici Jeanne Hersch citata da Borgna, nel suo splendido Il tempo e la vita. E si potrebbe proseguire, senza soluzione di continuità, con le parole digitali della Turkle – citata da Luca De Biase nel suo non meno affascinante homo pluralis: “sovrastati dal volume di impegni e dalla velocità della nostra vita, ci rivolgiamo alla tecnologia per trovare il tempo; ma la tecnologia ci rende più che mai indaffarati e sempre più alla ricerca di un rifugio. Gradualmente arriviamo a considerare la nostra vita on-line come la vita stessa.”

L’impetuosa velocità cui il futurismo all’inizio del secolo scorso tributava un enfatico quanto ingenuo elogio, sembra essere divenuta nella percezione di noi tutti travolgente accelerazione nell’era digitale. Non solo i confini tra realtà e virtuale, tra umano, macchina e natura sono radicalmente mutati nell’epoca digitale, come illustrava Floridi nel suo onlife Manifesto, ma la stessa percezione di tempo (e spazio) viene trasformata dall’esperienza di Internet e social network. Alla moltiplicazione almeno apparente degli spazi di incontro sembra contrapporsi una frammentazione del tempo della comunicazione, accompagnata da un’analoga accelerazione e destrutturazione linguistica. “L’ambiguità è parte integrante dell’evoluzione accelerata che sperimentiamo” commenta De Biase. Conviene però guardare alle attuali trasformazioni, anche a quelle della percezione del tempo, non con lo sguardo fisso sul momento ma con la lungimiranza della lunga durata, che De Biase riprende dal suo maestro, Braudel.

Ci aiuta a farlo il già citato libro di Borgna, Il tempo e la vita, pubblicato invero ad inizio 2015 ma assolutamente da portar con sé nell’anno nuovo. Non si occupa affatto di era digitale ma ci avvicina con gentilezza e profonda sensibilità alle innumerevoli dimensioni del tempo e così facendo ce ne fa apprezzare le sue trasformazioni e le sue forme nelle più diverse situazioni dell’esistenza. A noi poi individuare quelle dell’attualità e quelle che noi intendiamo vivere. Nelle parole di Borgna ri/viviamo il tempo della trincea di Ungaretti, il tempo della speranza di Rilke, quello del ricordo di Proust e Pavese, il senso del tempo di Thomas Mann, il tempo dell’improvvisazione del pianista Brendel, il tempo del sogno, il tempo coartato dei depressi, quello fuggevole dei pazienti con S. di Alzheimer e mille altri tempi di vita ancora. Ma Borgna ci fa vivere anche le trasformazioni del suo tempo, quello della sua adolescenza segnata dalla lotta partigiana del padre, il tempo silenzioso, timoroso ma anche ricco d’attese del suo rifugio in un piccolo paese di montagna sopra il lago d’Orta, il tempo della rinascita, della dedizione ai/alle pazienti in manicomio dove ha “imparato a conoscere la vera natura della follia, la sua immagine e la sua esperienza del tempo e dello spazio, la sua vicinanza alla nostra quotidiana e normale forma di vita”.
Segnato da una gentile, delicata nostalgia, il libro di Borgna è quantomai attuale nella sua intersoggettività. Le sue frequenti, ampie, circostanziate citazioni sono “porte aperte” che invitano ” ad uscire dai confini del proprio io, e a vivere la vita, il tempo della vita, nella sua dimensione interpersonale”.
In ciò l’opera di Borgna è più che mai “digitale” se è vero che un’altra delle caratteristiche della nostra epoca è, come scrive ancora Floridi nel manifesto onlife, “il passaggio dal primato delle entità al primato delle interazioni.” “Noi siamo un colloquio” scriveva già Hölderlin, “All’inizio è la relazione” affermava Buber. Ora le neuroscienze con i neuroni a specchio l’hanno dimostrato. È il tema dell’intersoggettività da cui parte anche De Biase per approdare, attraverso una felice sintesi di concetti neuroscientifici, psicanalitici, antropologici e architettonici (da Gallese, Ammaniti, Turkle, Kahneman, Balick, Ratti) a un’altra condizione specifica della nostra epoca, la dimensione plurale. Scrive De Biase:

“La dimensione plurale, che sana la distinzione troppo drastica tra la dimensione individuale e quella collettiva, può aprire una diversa prospettiva narrativa. Se il rapporto tra collettività e individuo appare impari e rischia di impedire la salvaguardia degli spazi libertà necessari alla creatività e all’espressione di sé, è anche vero che tali spazi non sembrano riconquistabili nella solitudine…. Riunite in …piccoli gruppi le persone sviluppano una dimensione dell’esistenza che per loro è importante, reale, nella quale scelgono, si esprimono, si sentono libere e responsabili.”

E ancora: “quello a cui si tende è uno stato in cui ciascuno sente di essere riconosciuto come una persona insieme ad altre persone, riesce a gestire le relazioni e si esprime nella molteplicità delle proprie identità, sperimentandosi nel contempo come pubblico e privato e comportandosi come un nodo attivo della rete”.

 

Pluralità, intersoggettività e (scorrere del) tempo sono anche le parole chiave di @anno_zero15  un Twitter-diario plurale – più che collettivo – cui ciascuno può affidare una riflessione quotidiana e scambiarla con le molte degli altri. #zero15 Testi necessariamente scarni, ermeticamente efficaci; citazioni come porte aperte all’incontro (e magari all’inconscio); immagini come stati emotivi. Un esempio di come sia possibile coniugare il silenzio fecondo della riflessione interiore con la melodia vibrante, polifonica, vivace, ma mai assordante, dello scambio emotivo e intellettuale. Un modo per rivivere l’anno trascorso, il tempo vissuto e portarlo più consapevolmente con sé.