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Registrare la schizofrenia

“Praecox-Gefühl” per computer?. “Praecox-Gefühl è, in tedesco, il sentimento della (demenza) precoce. È un concetto della vecchia psichiatria tedesca così ossessivamente razionale ed e al tempo stesso talvolta sorprendentemente aperta al sentimento ed ai vissuti. Rümke, lo psichiatra invero olandese, che l’ha coniato e presentato con successo al secondo congresso mondiale di psichiatria a Zurigo nel lontano 1957 lo spiega come un vissuto dello psichiatra di fronte ad un paziente che, pur non presentando tutte le caratteristiche tipiche della schizofrenia (demenza precoce è il vecchissimo termine di Kraepelin per indicare appunto il disturbo mentale denominato poi da Bleuler schizohrenia), indurrebbe comunque in lui la sensazione di un processo schizofrenico in atto. Come se lo psichiatra, pur non riuscendo ad indicare esattamente cosa lo porta a fare diagnosi di schizofrenia, intuisse più emotivamente che razionalmente, dei disordini gravi del pensiero e degli affetti nel paziente, tali da poter essere spiegati solo dalla più grave delle diagnosi psichiatriche, la schizofrenia appunto. Facile immaginare gli abusi che di questo concetto sono stati fatti. Ma in assenza di test biologici e neuro psicologici decisivi per la diagnosi, anche questo vissuto, se supportato da una vasta esperienza e da altrettanta capacità critica, è stato utile per approfondire la ricerca diagnostica, proseguire il colloquio col paziente, continuare a volerlo comprendere e aiutare.
Ora a far diagnosi ci pensa il computer o addirittura una app. Come riporta un approfondito articolo dell’Atlantic del 23 agosto, l’analisi computerizzata del linguaggio dei pazienti sembra infatti offrire la possibilità di una diagnosi di schizofrenia con un margine d’errore minore di quello degli psichiatri e pari – fatico a scriverlo – a zero. Se infatti gli psichiatri analizzando le modalità comunicative dei pazienti sono in grado di prevedere l’insorgenza di una psicosi (il gruppo di disturbi gravi cui appartiene anche la schizofrenia) nel 79% dei casi, un sistema computerizzato messo a punto da ricercatori di Columbia University, New York State Psychiatric Institute, e IBM T. J. Watson Research Center
ha dimostrato, già lo scorso anno, un’accuratezza di previsione del 100%.
Seguendo 34 giovani per un periodo di 2 anni e mezzo e avvalendosi di tutti i possibili markers biologici e neuropsicologici i ricercatori hanno riscontrato che l’analisi della complessità e della coerenza semantica del linguaggio sono decisive per la diagnosi. Tanto più semplice e povera è la sintassi e tanto più latita il senso nel passaggio da una frase all’altra tanto maggiore il rischio di sviluppare la schizofrenia.

“The measures of complexity and coherence are separate and are not correlated with one another. However, simple syntax and semantic incoherence do tend to aggregate together in schizophrenia.”

Per rendersene conto bisogna però aver la pazienza è la capacità di analizzare ampi stralci di conversazione in cui il paziente almeno una volta si può “tradire”

“What this means is that over 45 minutes of interviewing, these young people had at least one occasion of a jarring disruption in meaning from one sentence to the next. As an interviewer, if my mind wandered briefly, I might miss it. But a computer would pick it up.”

Attenzione permettendo, questo lo facevano anche gli psichiatri fino a un po’ di tempo fa, lasciando parlare il paziente per ore per riuscire ad individuare magari uno o due punti di disordine associativo, logico, semantico tali da indurre appunto il Praecoxgefühl.
Ora, come riporta appunto l’Atlantic, dal sistema computerizzato per psichiatri si sta passando alla app per medici di base in grado di registrare il discorso del paziente durante la visita medica, analizzarne sintassi e semantica e presentarne il risultato in cifre, utili per la diagnosi.

“Now, Jim Schwoebel, an engineer and CEO of NeuroLex Diagnostics, wants to build on that work to make a tool for primary-care doctors to screen their patients for schizophrenia. NeuroLex’s product would take a recording from a patient during the appointment via a smartphone or other device (Schwoebel has a prototype Amazon Alexa app) mounted out of sight on a nearby wall. Using the same model from the psychosis paper, the product would then search a transcript of the patient’s speech for linguistic clues. The AI would present its findings as a number—like a blood-pressure reading—that a psychiatrist could take into account when making a diagnosis. And as the algorithm is “trained” on more and more patients, that reading could better reflect a patient’s state of mind”.

Encomiabile l’impegno di Schwoebel, che ha tra l’altro per questo ricevuto un award dall’American Psychiatric Association. Come spesso accade, dietro l’impegno c’è una sofferenza personale. Suo fratello è andato incontro ad una psicosi e proprio all’inizio ha presentato un “deragliamento” del linguaggio e del pensiero, notato da Schwoebel ma non dai terapeuti che hanno impiegato per far diagnosi 10 anni, durante i quali il paziente ha avuto tre episodi psicotici. Ora Schwoebel sta già pensando anche ad un programma pre-post per analizzare sintassi e semantica dei pazienti ricoverati in clinica e misurare in tal modo i progressi o meno indotti dalle terapie.
Insomma tutto molto affascinante e promettente, e proprio per questo da prendere con le doverose cautele e con il consueto spirito critico.
I campioni di pazienti sono ancora molto limitati. Con l’app aumenteranno di certo.
Differenze linguistiche, geografiche, socio-culturali e religiose possono dar luogo a conclusioni scorrette facendo interpretare come patologico quello che in un ambito culturale è considerato normale o viceversa. Le difficoltà di Siri a capire gli scozzesi e degli scozzesi a farsi capire da Siri sono note. Una famosa psichiatra tedesca era solita raccontare che un paziente considerato per la sua velocità e foga maniacale o ipomaniacale nella tranquilla Svizzera aveva in realtà come unico “disturbo” quello di provenire dall’ipercinetica Berlino. E io modestamente confesso di aver impiegato non poco tempo a distinguere tra i non proprio ilari, facondi e espressivi svizzeri quelli depressi e quelli adattati.
E infine, oltre a servirsi di doverosi e utilissimi programmi computerizzati e app, non si potrebbe tornare/continuare a parlare con i pazienti per un po’ più di 15 minuti?

“The current state of medicine usually means a strict limit of 15 minutes with a psychiatrist and 50 with a therapist”

Giusto almeno per avere e dare il sentimento di essere uno psichiatra e non un computer.

 

Foto: Pasquale Castigliego