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Dipendenza d’amore

Una mia simpatica paziente di religione non cristiana con alle spalle traumatiche esperienze infantili e una lunga storia di gravi disturbi psichici mi ha recentemente riferito di essere stata “un po’ psicotica”. Mi sono preoccupato e con classico riflesso psichiatrico ho pensato avesse sospeso i farmaci. Poi mi ha raccontato che recentemente aveva preso a flirtare con un uomo ma non sapeva neanche lei se lo voleva oppure no. Sono stato sollevato e ho cercato di tranquillizzarla ricordandole quanto tutti noi siamo “psicotici” quando siamo presi dall’amore, “croce e delizia del mondo inter”. Qualche volta mi trovo a pensare che la gran parte della letteratura mondiale sia una sorta di terapia contro il mal d’amore.
Ovidio scrive significativamente

Sic ego nec sine te nec tecum vivere possum.
Così non riesco a vivere né con te né senza di te

E ancora più chiaramente:

nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet.
anche il toro non ama il giogo che porta, eppure porta il giogo che odia.

 

Che l’amore sia, possa essere una forma di dipendenza l’hanno sostenuto schiere di poeti e scrittori e l’abbiamo sperimentato tutti noi. E, come scrive Salvatore Toma, nel suo Canzoniere della morte, “Il poeta è una scienziato/ coi piedi sulla terra”. Nell’ultimo decennio si è assistito però anche a un fiorire di studi neurobiologici sul tema dell’amore dai quali risulta anche scientificamente quanto stretti siano i collegamenti tra amore e dipendenza poiché i centri cerebrali che si attivano nell’amore romantico sono gli stessi responsabili per il circuito della ricompensa decisivo in tutti i meccanismi di dipendenza da sostanze e comportamenti. Molto belli al riguardo i lavori di Zeki  sul substrato neurobiologica dell’amore romantico così come sulla correlazione tra centri dell’odio e dell’amore. Alcuni ricercatori si sono spinti ancora più in avanti nella similitudine tra amore e dipendenza giungendo ad immaginare una sostanziale equivalenza tra i due concetti. Partendo dalla constatazione che nell’amore e nelle (altre) dipendenze vengono attivate le stesse aree ricche di dopamina, in particolare l’area tegmentale ventrale, e che l’amore romantico può ridurre la reattività biologica alle sigarette, alcuni autori sostengono che l’amore possa costituire una sorta di modello positivo cui ispirarsi per nuove terapie delle forme di dipendenza da sostanze e/o altro (gioco, sesso etc).

We have proposed that romantic love is a natural (and often positive) addiction that evolved from mammalian antecedents by 4 million years ago as a survival mechanism to encourage hominin pair-bonding and reproduction, seen cross-culturally today in Homo sapiens. Brain scanning studies using functional magnetic resonance imaging support this view: feelings of intense romantic love engage regions of the brain’s “reward system,” specifically dopamine-rich regions, including the ventral tegmental area, also activated during drug and/or behavioral addiction.
Indeed, a study of overnight abstinent smokers has shown that feelings of intense romantic love attenuate brain activity associated with cigarette cue-reactivity. Could socially rewarding experiences be therapeutic for drug and/or behavioral addictions? We suggest that “self expanding” experiences like romance and expanding one’s knowledge, experience and self-perception, may also affect drug and/or behavioral addiction behaviors. Further, because feelings of romantic love can progress into feelings of calm attachment, and because attachment engages more plastic forebrain regions, there is a rationale for therapies that may help substance and/or behavioral addiction by promoting activation of these forebrain systems through long-term, calm, positive attachments to others, including group therapies

Altri arrivano a considerare l’amore e addirittura ogni rapporto sociale come una dipendenza vera e propria e analizzano i casi nei quali, inducendo gradi di sofferenza estrema ed indesiderata, esso possa essere trattato al pari di una tossicodipendenza, con svariate terapie non escluse quelle chimiche. A fare la differenza sarebbero secondo loro non le diverse e discutibili definizioni di dipendenza e nemmeno le basi neurobiologiche, praticamente identiche, ma piuttosto, come in ogni malattia, l’intensità della sofferenza e la compromissione della qualità di vita che essa può determinare.

we offer a framework that distinguishes between a narrow view and a broad view of love addiction. The narrow view counts only the most extreme, harmful forms of love or love-related behaviors as being potentially addictive in nature. The broad view, by contrast, counts even basic social attachment as being on a spectrum of addictive motivations, underwritten by similar neurochemical processes as more conventional addictions. We argue that on either understanding of love-as-addiction, treatment decisions should hinge on considerations of harm and well-being rather than on definitions of disease.

Al di là delle più o meno sensate forme di trattamento del disturbo amoroso, accettare, grazie anche alla neurobiologia, l’idea che l’amore sia una dipendenza mi sembra tutt’altro che peregrino. Siamo esseri vulnerabili, che abbisognano di protezione più di qualsiasi altra specie animale. Siamo dipendenti dalle cure materne e paterne fino e talvolta ben oltre il raggiungimento dell’età adulta. Impieghiamo l’adolescenza e la giovinezza e spesso anche parte della nostra maturità per liberarci dei legami di dipendenza dai nostri genitori. È forse singolare che appena ce ne siamo liberati cadiamo in un’altra forma, forse un poco più autonoma (?), di dipendenza, l’amore appunto, che accettiamo come il toro ovidiano? La dipendenza e la vulnerabilità che ne consegue, sono il nostro essere costitutivo e al tempo stesso la nostra chance. Come scrivono Adam Phillips e Barbara Taylor in “Elogio della gentilezza“  “[la vulnerabilità] è il mezzo di contatto tra noi, ciò che possiamo riscontrare in ognuno. Prima ancora di essere creature sessuate, siamo creature vulnerabili”. Ma proprio la dipendenza e la consapevolezza della nostra vulnerabilità suscitano in noi angoscia e fuga, dall’altro e dall’amore. Tutte le storie d’amore sono costellate dalla peripezia dell’incomprensione, del mancato riconoscimento, della fuga. Di fronte al pericolo di trovarsi, perdendosi nell’altro. Ancora Phillip e Taylor ci ricordano che la vera generosità – e quella d’amore è la generosità per antonomasia, senza alcun motivo e senza altro scopo che il desiderio di donarsi – è uno scambio “molto più promiscuo” di quello sessuale. “È un rischio proprio perché mescola i nostri bisogni e i nostri desideri con i bisogni e desideri degli altri, in un modo che resterà sempre precluso al cosiddetto autointeresse”. Uno “scambio dalle conseguenze essenzialmente imprevedibili”.

 

Immagine: Paolo Veronese, Marte e Venere legati da Amore