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Eremiti digitali?

È fin troppo banale constatare che, inondati di immagini, parole, rumori, suoni dai (mass e sempre più social) media e ormai sommersi da notizie, informazioni, dati (ovviamente big), provenienti da Internet delle persone e delle cose ricerchiamo, soprattutto durante le “Feste”, la tanto sospirata (ma non fatale) quiete se non addirittura il silenzio digitale. Per dedicarci alle amicizie e agli affetti “veri”. Salvo accorgerci ben presto che anche questi, così come pranzi, cene, feste, regali che li attorniano ci sono non meno di troppo.
Le forme di tali (tentativi di) diete digitali sono, come peraltro quelle tradizionali , molteplici: dopo bulimiche scorpacciate di social network programmiamo anoressiche radicali privazioni digitali che servono per lo più solo a indurci alla successiva fase di ingordigia in un ciclo che sa di eterno ritorno. Forse ancora più frequente è l’intermittente Binge-Social-Networking. Ma ogni forma di adattamento/patologia è data. Chi rimpiange melanconicamente la gran bontà dei twitteri antichi, chi ripete ossessivamente i propri ritmi (e le proprie convinzioni) all’infinito. Chi costruisce istrionicamente identità a grappolo per poi dissolversi appena prima che gli ultimi veli siano stati dissolti (dagli altri). Chi, per fortuna, riesce a rimanere sé stesso sui vari media, come nella vita, trasmettendo desiderio di sapere, prima ancora del sapere stesso. Chi si immola per la causa (a prescindere) e chi vorrebbe immolare tutti gli altri alla propria, senza affatto prescindere dagli utili finanziari. Chi distribuisce eucaristicamente il proprio verbo alle masse e chi giunge, convinto, illuminato, rassegnato o disperato a scegliere di divenire eremita digitale.
Anche, anzi forse ancor di più nella nostra epoca digitale, è il negozio (nec otium) a prevalere sull’otium, la (frenetica) attività a scacciare e minare il (sereno) riposo. E ciò sebbene la rivoluzione digitale si sia aperta tra l’altro all’insegna della speranza di aiutarci ad impiegare più efficientemente le nostre risorse e di concederci maggior tempo libero proprio grazie alla tecnologia. Basti pensare alle peraltro assai interessanti e profonde riflessioni di Harari (Homo Deus) preoccupato da tale presunta deriva.
Sarebbe tuttavia fin troppo semplicistico attribuire al digitale incapacità che albergano in noi da sempre e hanno conosciuto alterne vicende storiche. Vi riflettevo leggendo il bellissimo articolo – segnalatomi come originale augurio natalizio da Francesca Memini  – di Brain Pickings (Maria Popova) che si sofferma proprio sul concetto di ozio come base della cultura. Riprendendo la geniale intuizione e gli sviluppi teorici di un oscuro filosofo tedesco, Josef Pieper, che all’ozio ha dedicato le sue riflessioni e il saggio “Ozio, base della cultura” , Maria Popova rivendica il nostro diritto all’ozio inteso come spirito libero e creativo a fronte dell’attuale cultura efficientistica del “Workaholism”

Scrive Josef Pieper

Leisure is a form of that stillness that is necessary preparation for accepting reality; only the person who is still can hear, and whoever is not still, cannot hear. Such stillness is not mere soundlessness or a dead muteness; it means, rather, that the soul’s power, as real, of responding to the real — a co-respondence, eternally established in nature — has not yet descended into words. Leisure is the disposition of perceptive understanding, of contemplative beholding, and immersion — in the real….

In leisure, there is … something of the serenity of “not-being-able-to-grasp,” of the recognition of the mysterious character of the world, and the confidence of blind faith, which can let things go as they will.

Fino alla splendida affermazione secondo la quale
“L’ozio (tempo libero)… è piuttosto come il silenzio nella conversazione degli amanti, che è nutrito dalla loro unicità.”

Anche nelle riflessioni di Pieper la creatività dell’ozio è inscindibilmente legata alla relazione e all’ascolto, partecipe, attento, dialogico.

Gentile, direbbe Borgna, che proprio con il
titolo “L’ascolto gentile” ha recentemente pubblicato alcuni racconti clinici. Scrive Borgna

“Non sono possibili racconti clinici in psichiatria… se non muovendo da una premessa: quella di essere in dialogo, di mettersi in dialogo, con chi sta male e chiede aiuto. …. Non c’è dialogo se non è fondato sull’ascolto e sulla conciliazione fra le parole e il silenzio di chi parla e di chi ascolta, fra le emozioni di chi è curato e di chi cura.”

Credo che queste premesse non valgano solo per i (toccanti quanto delicati) racconti clinici di Borgna, ma per ogni dialogo che voglia definirsi tale.
In un celebre racconto di Cechov, dal sintomatico titolo di Angoscia, un vetturino cui è tragicamente morto il figlio si augura almeno di poter raccontare la propria storia ma nessuno sta ad ascoltarlo. Ora ciascuno di noi, almeno nel mondo occidentale, ha a disposizione schiere di social media e mille altri accessi alla rete per raccontare la propria storia (per fortuna nella maggior parte dei casi non proprio tragica). Presto potremo conoscere e trasmettere anche tutti i dati fisiologici correlati alla storia raccontata, non solo quanto forte batteva il nostro cuore ma anche la concentrazione dei nostri ormoni dello stress, l’immagine del nostro volto in quel momento e chissà cos’altro ancora. Dubito tuttavia che ciò sarà di qualche utilità per farci ascoltare più dello sfortunato vetturino. La “colpa” naturalmente non è dei social network o dei big data, (che allora non c’erano, eppure…). Questi possono tutt’al più accentuare alcune nostre non proprio favorevoli tendenze alla distrazione e alla rimozione (lo riconoscono ora anche Google e Facebook, bontà loro). Il problema è piuttosto la nostra limitatezza: di attenzione, comprensione, empatia, interazione, azione. E l’illusione – più o meno spontanea e/o indotta – che l’accelerazione dei nostri ritmi, la frenesia della nostra attività, l’innovazione tecnologica di per sé basti/no a farci superare la nostra limitatezza emozionale, che invece non possiamo bypassare ma solo, lentamente, educare. A una nuova cultura. Il tempo e le innovazioni offerteci dalla trasformazione digitale sono preziose se divengono (anche) ozio creativo, ascolto gentile.

Immagine: Diego Velasquez: St Antonio e S Paolo eremita

Suggerimento musicale: Giorgio Gaber Lo Shampoo