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L’inconscio della narrazione digitale

“Possiamo guidare l’innovazione e decidere la direzione che prenderà” scrive la mia vicina di blog Felicia Pelagalli nel suo ultimo post dedicato alla narrazione dell’innovazione
Cita Floridi che della riflessione sull’intelligenza artificiale e sulla rivoluzione digitale ha fatto il fulcro delle sue attuali riflessioni filosofiche
“Oggi la vera sfida è quella della governance del digitale. … Siamo arrivati sul pianeta del digitale. È un pianeta nuovo. Chissà quali meraviglie ci saranno e quali mostri…. ora è la governance che deve dire cosa vogliamo fare in questo “pianeta”.
Come favorire allora questo processo di governance, “come narrare l’innovazione, proponendo opportunità e gestione dei rischi, senza cadere nella retorica positiva né nel disfattismo allarmista?” si chiede Felicia Pelagalli. In effetti queste sono le narrazioni prevalenti dell’innovazione tecnologica e del digitale in particolare. Anche nella riflessione sul futuro del lavoro, un ambito che dovrebbe essere obiettivo e emotivamente neutro, “si addensa una nebbia” come scrive Luca De Biase nel suo nuovo Il lavoro del futuro  invitando a diradarla.
Mi chiedo, ingenuamente, perché questa nebbia non solo sul lavoro del futuro ma sul futuro tecnologico in generale e digitale in particolare? Perché queste narrazioni così polarizzate, manichee, estreme del digitale, quasi fosse un angelo salvifico o un demone maledetto? Certo il futuro è sempre avvolto dalla nebbia dell’incertezza, sulla quale proiettiamo, senza rendercene conto, ciò che ci preme e ci opprime, paure e speranze, timori e desideri quanto mai reconditi.
Percepiamo, immaginiamo e narriamo il nostro futuro digitale non solo e non tanto sulla base dei dati obiettivi e delle ragionevoli previsioni che se ne possono trarre ma anche e soprattutto sotto la spinta delle nostre inconfessate emozioni, dei nostri ribollenti impulsi, insomma del nostro inconscio. Come potrebbe d’altro canto essere diversamente se anche nella scienza governata per antonomasia dall’utile razionale, l’economia, le emozioni inconsce, come ci insegna Kahneman, la fanno da padrone?
Ma l’inconscio non ci influenza solo nella percezione, raffigurazione e narrazione del digitale. Ce lo portiamo appresso anche nel “pianeta digitale”. Il sociologo olandese De Kerckhove  ha proposto il concetto di inconscio digitale per indicare tutto quello che la rete sa di noi senza che noi lo sappiamo. È l’attualissimo tema dei big data ed in generale di tutti i dati che noi nel mondo digitale generiamo senza rendercene conto e che le piattaforme vendono ma che a noi soli appartengono (PDGR). Ma l’inconscio digitale non è solo un inconscio cognitivo, un insieme di dati a noi sconosciuti che però ci riguardano da vicino e ci influenzano. L’inconscio digitale è anche l’evoluzione, la trasformazione più recente dell’inconscio individuale (Freud), collettivo (Jung), familiare (Szondi). È, come osserva lo psicoterapeuta Balick, una sorta di “sogno sociale”, in cui proiettiamo su Internet le parti più o meno nascoste e più o meno accettate di noi. Si potrebbe sostenere che i contenuti dei social Networks sono i nostri sogni diurni, come li chiamava Freud che individuava proprio nei sogni ad occhi aperti ciò che ci accomuna allo scrittore (e al bambino). «Il poeta – sostiene Freud nel suo Il poeta e il fantasticare – fa la stessa cosa del bambino che gioca; crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio, lo dota cioè di grandi investimenti affettivi e lo distingue rigorosamente dalla realtà”. Freud paragona dunque”il poeta al sognatore ad occhi aperti e le sue creazioni artistiche ai sogni diurni”. Cos’altro sono i nostri post, tweet, foto, immagini se non sogni diurni? Certo noi sappiamo che il virtuale non è separato dal reale, on- e offline sono fusi, come dice Floridi nell’onlife. Eppure sui social networks vogliamo continuare a sognare a occhi aperti, a sperimentare una condizione diversa da quella della routine quotidiana. Siamo appunto, in una condizione di sogno ad occhi aperti, più vicini ai nostri affetti ed impulsi, che, non a caso, facciamo più fatica a reprimere.
Se gli scrittori, come nel lavoro analitico, cercano di allentare la loro censura per lasciare emergere la parte inconscia delle loro fantasie (Peter Bieri), noi nei sogni diurni di Internet e nei Social Networks ci riusciamo benissimo senza sforzarci. Impulsi aggressivi e sessuali, intimità e segreti bypassano agevolmente la nostra censura morale e si fanno facilmente spazio sui social. Se per Freud i sogni erano l’accesso privilegiato (la via regia) all’inconscio, ora sembra stiano diventandolo i social Networks. Non mi sembra una catastrofe, solo una possibile trasformazione – peraltro tutta da verificare.
E qui torniamo, mi sembra, al punto di partenza. Non possiamo liberarci del nostro inconscio nella valutazione del futuro. Anzi il nostro inconscio si è trasferito con noi sul “pianeta digitale” e ne costituisce parte integrante, anche perché la tecnologia, come ci fa notare la Turkle è divenuta l’architettura della nostra intimità.
Certo una tendenza, quella della trasparenza (Byung-Chul Han) ci promette un controllo totale e un’organizzazione perfettamente razionale della nuova società. Non è forse, sotto altre spoglie, l’illusione di prosciugare completamente, come nelle dighe olandesi care a Freud, il mare dell’irrazionalità a vantaggio delle terre coltivate del razionale, di sostituire all’ID l’Io, all’inconscio il conscio? Pare, non solo e non tanto a me, strada pericolosa e forse nemmeno tanto realistica.
L’inconscio, approdato appunto con noi sul pianeta digitale, non sembra intenzionato, almeno allo stato attuale, poi chissà, a farsi da parte. Influenza le nostre narrazioni con toni tutt’altro che razionali. Credo sia più saggio che ce ne facciamo, con modestia, una ragione. D’altro canto lo stesso inconscio, che ci tampina con impulsi, angosce e desideri così poco commendevoli, è lo stesso che ci arricchisce incommensurabilmente con i suoi/nostri affetti e le sue/nostre fantasie, ci fornisce gli stimoli per tornare a e in noi stessi, ci sprona ad imprese “folli”, come la scoperta di nuovi pianeti, anche digitali.
Non voglio affatto con ciò incoraggiare all’irrazionalità nell’approccio alla narrazione del futuro digitale. Di irrazionalità ce n’è già più che a sufficienza in giro. Ma forse è proprio dalla consapevolezza della nostra limitatezza (non però impotenza) nei confronti dell’inconscio (digitale) che può nascere un rapporto più consapevole, meno ambivalente e conflittuale con lo stesso e forse anche con il nostro futuro. La governance del digitale va forse di pari passo con la governance (non la censura) del nostro inconscio (digitale).