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Abbiamo sbagliato tutto?

Arrivano momenti nella vita personale o collettiva in cui ci sorge il dubbio di non aver trasmesso ai nostri figli/figlie ovvero alla generazione successiva valori che riteniamo a torto o a ragione decisivi, fondanti. Naturalmente ogni generazione si trova confrontata con la difficoltà del ricambio generazionale, percepisce il momento storico che sta vivendo come unico e decisivo e si pone domande sull‘eredità (finanziaria, sociale e morale) che è stata in grado di trasmettere. In alcuni momenti tuttavia il rischio o almeno la percezione del rischio di un‘ involuzione, di un passo indietro anziché di tanti in avanti, ci appare quanto mai concreto e minaccioso. Quello attuale mi sembra uno di quei momenti, a maggior ragione per le straordinarie possibilità che pure si intravedono all‘orizzonte.
Ci troviamo immersi in una rivoluzione, quella digitale (Floridi) che sembra condurci a scenari mai prima concepiti condivisione pressoché illimitata del sapere, automazione di tutto quanto è ripetitivo, liberazione delle nostre capacità creative, superamento delle nostre limitazioni fisiche e materiali. Potremmo ora essere grati di aver inventato e poter applicare strumenti straordinari di evoluzione culturale e dunque umana, riflettere concretamente su come impiegarli per vincere i flagelli della povertà, delle malattie genetiche, dell’inquinamento, del surriscaldamento dell’ambiente… Per fortuna ciò avviene, anche se tra mille difficoltà. Ma a prevalere sembra a livello nazionale, europeo e mondiale un clima cupo, un’atmosfera tesa, livida, rancorosa, che sa di minacciosa restaurazione. Si respira la paura del futuro (Retrotopia) la nostalgia di un precedente ordine costituito fondato sul potere del più forte anziché su diritti uguali per tutti, anche per i più deboli. Libertà, uguaglianza, fratellanza sembrano concetti terribilmente remoti. A farne le spese sono, come sempre, i più deboli, poveri, disabili, emarginati, discriminati, migranti. E ormai non più solo loro ma anche, in una sorta di psicosi collettiva di cinismo, i loro figli, detenuti come prigionieri (per presunti crimini dei loro genitori in USA), indesiderati e allontanati “come zecche” dalle mense scolastiche (Lodi, nell’agiato Nord italiano).
Non a caso, in questo minaccioso disorientamento, si moltiplicano le riflessioni sui valori che possono indicarci la strada, che potrebbero salvarci. Ne nascono appassionate considerazioni che ci aiutano a sottrarci a questa atmosfera asfittica ed a pensare:

Straordinaria è ad esempio l’apologia della storia di Luca De Biase

“Ma la disciplina del senso critico, l’approccio scientifico all’analisi delle fonti, la lealtà nei confronti degli altri umani – presenti, passati, futuri – sarà il filo conduttore metodologico dell’opera storica: in questo costituendo il messaggio fondamentale. La bellezza della scoperta, il conforto del rispetto, il discernimento che si sviluppa cercando di comprendere ciò che è importante nell’insieme vasto di informazioni disponibili: elementi culturali che arricchiscono la vita e liberano l’azione. Farne a meno significa abolire la libertà e alimentare il nichilismo che conduce al rancore e all’accettazione della manipolazione della realtà.”

Per non parlare della nozione di “capitale semantico” illustrata con straordinaria immediatezza e diamantina precisione da Floridi: “Il capitale semantico – specifico dell’uomo – è ciò che usiamo per dare significato e senso in realtà che ci circondano.”
Ogni volta che operiamo una reinterpretazione, rimettiamo in ordine le cose e creiamo un capitolo semantico che definisce la nostra identità. Ecco perché un classico è un open source di capitale semantico; anzi, di più, esso diventa una resource. E ogni capitale semantico è una risorsa transitoria, che ereditiamo e passiamo, ma con cui la nostra mente riesce a dare senso a tutte le altre cose”.

Felicia Pelagalli  sostiene con altrettanta competenza, che la competenza salverà il mondo e i posti di lavoro. “Sarà la competenza a fare la differenza, anche nell’innovazione. Quel «competere» che consentirà di comprendere e orientare lo sviluppo tecnologico, evitando scorciatoie emozionali e lamentele preoccupate.”

Personalmente, si licet parva componere magnis, confido nel rapporto, qualsiasi tipo di rapporto umano purché profondo. Perché è nel rapporto che il contenuto trova la sua espressione e la sua forma, diviene individuale e personale, dono o aggressione. Noi siamo, come dice splendidamente Hölderlin dialogo. Quale forma e soprattutto quale mood di dialogo vogliamo essere, spetta a noi deciderlo e da ciò dipende (anche) l’atmosfera che intorno a noi si respira.

Tante le cose che, a seconda della sensibilità personale, ci possono salvare, tante quante almeno le accezioni del bello nella celebre poesia di Saffo. “C’è chi dice sia un esercito di cavalieri, c’è chi dice sia un esercito di fanti, c’è chi dice sia una flotta di navi la cosa più bella sulla terra, io invece dico che è ciò che si ama”

Non so naturalmente se qualcosa ci salverà e, se sì, cosa ma questi pochi caratteri di Saffo ci aiutano forse a trovare il filo conduttore tra tante variegate proposte di salvezza. Ciò che amiamo, la nostra passione, psicoanaliticamente il nostro desiderio faticosamente coltivato e divenuto, nei limiti del possibile, realtà senza identificarsi pienamente con essa ed in essa spegnersi.

Se c’è una qualche possibilità di salvezza, comunque la si voglia, laicamente, spiritualmente, religiosamente intendere, è, credo, nella trasmissione personale della speranza dall’uno all’altro, da una generazione all’altra, di una speranza concreta ma non meschina, che superi le angustie e le grettezze del quotidiano, del mio cortile, della mia bandiera.

“Ai giovani non c’è altro da dire – affermava Croce – se non: guadagnatevi la vostra verità” Nel passaggio dalle nostre alle vostre mani, le verità diventano rami secchi, e sta solo in voi la potenza di farli rinverdire” (Benedetto Croce citato da Mond. Ravasi).
Sono parole molto vere e al tempo stesso severe. Forse possiamo offrire ai giovani e a noi stessi anche qualche scorta di concime della speranza, la fiducia di poter rinverdire quei rami, di resistere alla comodità del cinismo e dell’ordine costituito, di lottare in forme sempre nuove e diverse per i diritti di tutti e non solo di alcuni, di non rinunciare mai all’utopia di un mondo migliore per tutti.