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Oltre la rabbia

 

Don’t worry! Quante volte ce lo siamo sentiti dire in questa o in mille altre analoghe forme (non prendertela, non di curar di lor ma guarda e passa, non serve a niente inc…)? Da tempo gira sui social e anche nei congressi questa slide

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Fin tanto che siamo calmi, cioè che la rabbia riguarda qualcun altro, sorridiamo divertiti con filosofica pacatezza. Ma quando ci pestano i piedi, ci rubano il posto nella fila, ci insultano onlife, la nostra squadra o il nostro partito perde, temiamo di perdere qualcosa di prezioso, la pacatezza si dissolve e la filosofia sembra piantarci in asso. D’altro canto Shakespeare diceva di non aver conosciuto nessun filosofo che sapesse sopportare pazientemente il mal di denti. Perché dovremmo riuscirci noi che filosofi non siamo? La peculiarità del nostro tempo è però che la rabbia è divenuta risentimento collettivo. Viviamo nell’epoca del rancore, sia a livello nazionale che internazionale. I sentimenti di ostilità, risentimento, rabbia se non addirittura di esplicito razzismo sono stati sdoganati, vengono anzi orgogliosamente rivendicati ed ostentati. Non si tratta solo di una percezione soggettiva, delle “solite esasperazione” dei mass e social media. Studi ed analisi dettagliate lo confermano. Cito a livello nazionale solo l’ultimo rapporto CENSIS  (che conia a tal fine i termini di cattivismo e di sovranismo psichico per descrivere l’atmosfera di reciproca risentita ostilità e di aggressivo egoismo) e il bel saggio di Bonomi e Majorino “Nel labirinto delle paure” su cui confido di poter ritornare. Anche a livello internazionale gli esempi di arrogante rivendicazione dell’aggressività a difesa dei propri interessi si sprecano. Di pari passo vanno le analisi sulle cause e sui danni che la travolgente ondata di populismo sta infliggendo alle democrazie (“In all, a populist government is four times more likely than a non-populist one to damage democratic institutions” ).
Vale forse allora la pena di andarsi a rileggere un testo vecchio di 210 anni, Michael Kohlhaas di Heinrich Von Kleist, di recente nuovamente tradotto in italiano da Laura Bocci  (confesso la postfazione). Il protagonista è uno stimato mercante, uno degli uomini “più giusti e insieme dei più terribili del suo tempo”, “il modello di un buon cittadino” che diviene “un brigante e un assassino”. Tutto comincia con un sopruso, di per sé non drammatico. Mentre si reca a vendere i suoi cavalli in un altro stato tedesco al mercante viene arbitrariamente richiesto dal nuovo feudatario un lasciapassare non dovuto, che lui non ha. Il nuovo feudatario ne approfitta per imporre al mercante di lasciare nelle proprie stalle i due cavalli che il mercante avrebbe voluto vendere. Al ritorno dal proprio viaggio d’affari il mercante ritrova quei cavalli dimagriti e smunti. Il servitore che li accudiva è stato picchiato e scacciato. Il mercante chiede al tribunale giustizia che non gli sarà però data. Messosi a capo di una sorta di esercito privato Kohlhaas decide allora di farsi giustizia da solo e non esita a saccheggiare e uccidere innocenti per raggiungere il proprio scopo fino al tragico epilogo finale, che neanche la mediazione di Lutero riesce a scongiurare.
Von Kleist racconta con straordinaria finezza psicologica la cavalcata dello stimato mercante che inizia a passo orgoglioso, prosegue al trotto concitato e diviene infine irrefrenabile galoppo che tutto e tutti travolge. In primo piano la tragica evoluzione di una legittima rabbia che dapprima non viene né ascoltata né compresa, poi diviene crescente rancore contro tutto e tutti, insensibile ad ogni regola e ad ogni vincolo di empatia e infine sfocia in rabbia cieca, odio irrefrenabile. Ci ricorda forse qualcosa, qualcuno? Quanti sono oggi i Michael Kohlhaas in Italia e nel mondo che non si sono sentiti capiti nelle loro legittime paure di perdere reddito, posizione sociale, sicurezza? Che hanno cominciato a sviluppare sentimenti cronici sempre più profondi di risentimento nei confronti delle élite ritenute narcisistiche e inarrivabili e di tutte le istituzioni giudicate ingiuste e lontane? E quanti Kohlhaas infine perseguono riscosse velleitarie che si trasformano in aperta violenza (basti pensare alle frange violente dei gilet gialli) o in progetti economici tanto regressivi quanto impossibili che divengono tragiche sconfitte per tutta la comunità? Oggi le armi sono l’uso spregiudicato, aggressivo dei social media, le trappole la disinformazione e le Fake news, l’obiettivo la gogna mediatica dell’avversario.
Cosa fare allora? Una prestigiosa filosofa contemporanea Martha Nussbaum dedica a questi temi il suo ultimo libro Anger and Forgiveness in cui ci mette in guardia dalla trappola concettuale della rabbia e da quella che lei chiama la payback road, la convinzione cioè che la sofferenza del colpevole possa riparare ciò che è stato danneggiato. In realtà concentrarsi sadicamente sulla sofferenza del colpevole non porta ad alcun beneficio né per la vittima né per la società. La Nussbaum riconosce che la rabbia può avere caratteristiche positive in quanto agisce come segnale di un problema, di un crimine nella società, come motivazione che induce a cambiare, a liberarsi dell’inattività, dell’impotenza e dell’ingiustizia oltre che come deterrente nei confronti di altre persone e delle loro cattive intenzioni. La Nussbaum (interpretando in senso metaforico il gesto di Atena di trasformare le animalesche furie in civilizzate Eumenidi nell’Orestea), ritiene però che la rabbia debba essere al più presto superata e trascesa in quello che lei chiama un processo di transizione. Da desiderio di vendetta e di contro-umiliazione la rabbia deve diventare sincero interesse per la soluzione del problema nell’interesse dell’intera comunità.
L’impianto teorico è splendido e quanto mai condivisibile ma siamo ancora a un don’t worry anche se concettualmente molto più elaborato. Fin tanto che la cosa non ci riguarda va tutto bene, ma se siamo noi a perdere, a causa di un reato altrui, i nostri beni, la nostra sicurezza, una persona cara, o anche solo a temere di poter subire queste perdite da parte di quelli che vengono additati come i cattivi di turno (ebrei, musulmani, rom, migranti, presunti diversi) riusciamo davvero a superare, sublimare la nostra rabbia? “Chi mi nega [la protezione della legge] – dice Kohlhaas – mi respinge verso i selvaggi del deserto; mi mette in mano… la clava che mi protegge”.
Per vincere e superare sentimenti così forti e profondi come la rabbia abbiamo bisogno di persone o idee (ideali) in cui possiamo riconoscerci, razionalmente e emotivamente, con rispetto e fiducia. Ne è uno straordinario esempio il nostro attuale presidente della Repubblica il cui appello a superare odio e timori ha riscosso un vasto, spontaneo e sentito apprezzamento. L’altra (tutt’altro che antitetica, piuttosto complementare) strada è quella di elaborare in un doloroso processo di lutto le presunte o reali perdite cui siamo andati incontro e che hanno suscitato in noi la rabbia. È purtroppo un dato di fatto che le aspettative di futuro per i nostri figli sono, per la prima volta dal dopoguerra, peggiori delle nostre. Il prezioso giocattolo dello sviluppo economico e sociale, almeno come noi fin qui lo conoscevamo, si è rotto. Di fronte ai suoi cocci non possiamo non piangere. Continuare però a frignare ad oltranza e scagliarci addosso reciprocamente i suoi cocci non ce lo restituisce intero. Nè possiamo ripararlo con la colla della magia o dell’ideologia.
Il presidente Mattarella ha affermato ieri sera:
“Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il #lavoro tenace, coerente, lungimirante, produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno” È forse anche una definizione di innovazione.

Immagine: Munch, Anxiety

Suggerimento musicale: J. S. Bach, Goldberg Variationen