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(Non) saper vedere. Sguardi incrociati e cecità di psicoanalisi, neuroscienze e psicologia sperimentale.

 

È noto che noi  maschi non vediamo la giacca nell’armadio, la camicia nel cassetto, talvolta neanche la birra nel frigorifero. Oggetti che invece improvvisamente si materializzano quando le nostre più o meno divertite o spazientite partners ce li “fanno vedere”.

Anche alcune scienze non hanno saputo (e tanto meno voluto) reciprocamente vedersi, almeno fino a poco tempo fa: la psicologia sperimentale (e in particolare il cognitivismo), la psicoanalisi e le neuroscienze. Come bene illustra Antonio Imbasciati professore emerito di Psicologia Clinica all’Università degli Studi di Brescia nonché psicanalista e autore con Loredana Cena di  ” Neuroscienze e teoria psicoanalitica”  , “la psicoanalisi ha ignorato la complessità dell’apprendimento” , mentre “gli sperimentalisti hanno studiato l’apprendimento ignorando lo studio del lavoro inconscio”.
Neuroscienze e psicoanalisi – aggiunge Loredana Cena Professore Associato di psicologia Clinica, all’Università di Brescia, psicoterapeuta, nonché co-autrice del saggio – hanno un comune oggetto di indagine: il cervello/mente, studiato da vertici differenti: la psicoanalisi studia la mente esplorandola con altre menti, mentre le neuroscienze studiano il cervello nei processi biologici sottesi ai processi mentali”. Lo studio dei fenomeni psichici, scrive ancora Cena, “è stato affrontato prevalentemente secondo una visione dicotomica di indagine, biologica per il cervello e psicologica per la mente, prospettive che riflettono una difficoltà storica di dialogo tra le due scienze, biologiche e psicologiche”… “Gli attuali sviluppi delle neuroscienze…stanno aprendo prospettive di superamento di questa dicotomia mente/cervello, per una visione integrata del funzionamento mentale”. Uno dei meriti del saggio ” Neuroscienze e teoria psicoanalitica “, edito da Springer nel gennaio scorso e disponibile anche come eBook, è appunto di dar conto degli sviluppi di queste scienze e degli straordinari risultati – peraltro ancora provvisori – consentiti dal sia pur timido dialogo da poco avviato tra loro.
Lo stesso saggio citato è il risultato di un incontro tra persone – e dunque anche tra le loro diverse emozioni, storie, memorie e idee – avvenuto in occasione del congresso “Psicoanalisi senza teoria freudiana” e del Seminario Internazionale “Psicoanalisi e Neuroscienze” svoltisi nella Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia nel novembre 2012. *
Platone avrebbe forse lasciato da parte il libro partecipando invece al simposio. Egli è stato infatti tra i primi a sostenere che per la trasmissione di conoscenze non bastano i libri, è necessario invece uno scambio (synousia) costante tra l’allievo e il maestro, anzi “il motore dello scambio filosofico è l’amore, la philía” (Harrison). Nella (verosimilmente) sua settima lettera scrive infatti Platone: “questa non è una scienza che si possa insegnare come le altre: è qualcosa che nasce all’improvviso nell’anima dopo un lungo rapporto (synousia) e una convivenza assidua con l’argomento, come la scintilla che scaturisce dal fuoco e poi si nutre di se stessa” (Platone, cit. da Harrison, in Giardini ).
Le neuroscienze gli danno oggi ragione. Quello che conta infatti non solo ai fini della trasmissione della conoscenza, dunque dell’apprendimento, ma della stessa costruzione e del funzionamento del cervello è l’esperienza vissuta, un’esperienza che è sempre in relazione con l’altro, dunque intersoggettiva. Questa in estrema sintesi la scintilla del libro e del congresso, anzi il nuovo paradigma, che potrebbe risolvere dualismi e contrapposizioni tra le scienze citate. “L’esperienza…centrata e modulata sulle e dalle relazioni interpersonali…struttura la morfologia del cervello e ne costruisce la funzionalità….e questa strutturazione a sua volta condiziona il peculiare modo con cui quel soggetto [quel preciso individuo] farà esperienza” (Imbasciati).
Tutti noi abbiamo fatto esperienza di quanto siano decisivi i rapporti vivi e vissuti con i nostri genitori, fratelli, sorelle, amici, amiche, insegnanti, colleghi/e, per imparare a costruire la nostra identità e le nostre relazioni con il mondo e con gli altri. Una delle geniali intuizioni di Freud è stata quella di capire quanto sia decisivo il rapporto tra paziente e terapeuta per comprendere, modificare e rendere meno dolorose le relazioni del paziente con sé stesso, gli altri e il mondo e quanto giochi l’inconscio in tutte queste relazioni.
Nel frattempo la psicoanalisi si è ampiamente evoluta dal modello freudiano sia nella teoria che nella pratica clinica. Non è però cambiata di molto nell’immaginario collettivo in cui l’analista viene ancora (spesso) visto come il detective chiamato a individuare gli indizi del trauma infantile, svelato il quale poi la patologia magicamente svanirà. Indicativi in tal senso gli straordinari films di Hitchcock, primo tra tutti Marnie
Nella realtà clinica della psicanalisi e nelle psicoterapie ad indirizzo psicoanalitico il detective è sparito da un pezzo e con lui le interpretazioni dei contenuti come unico e/o decisivo mezzo dell’analisi. Già nel 1970 Balint in ‘Six minutes for the patient’ scriveva “Adesso non viene più richiesta al medico la soluzione di avvincenti enigmi e problemi ma un…preciso “modularsi” (tune in) sulla frequenza delle comunicazioni del paziente”. Almeno da allora, ma in realtà fin da molto prima, l’attenzione del terapeuta e della teoria psicanalitica è piuttosto centrata sulla ricerca dell’adeguata lunghezza d’onda (Balint), della sintonizzazione affettiva (Stern) tra paziente e terapeuta. Ma tale modulazione affettiva ricrea e, se possibile, rimodella un altro rapporto affettivo ancora più importante, quello tra madre e bambino. L’analogia, già ampiamente intuita da Freud, è divenuta però da tempo oggetto di ricerca scientifica sperimentale. Da un lato tutti gli straordinari lavori dell’infant research, dei cosiddetti baby watchers (dalla Bick, a Bowlby, alla Ainsworth a Winnicott, a Stern alla Beebe) hanno consentito di filmare, monitorare e evidenziare con riproducibile obiettività i comportamenti, gli atteggiamenti, le mimiche e le micro-espressioni decisive nell’interazione madre-bambino fino ad individuare obiettivi stili di attaccamento e di interazione madre-bambino destinati a permanere nel tempo e ad influenzare le successive modalità di relazione dell’individuo adulto.
D’altra parte (alcune) basi neurofisiologiche della stessa capacità di comprensione e modulazione affettiva tra individui, dunque dell’empatia, sono state individuate negli ormai famosi neuroni specchio, scoperti da un team di ricercatori dell’Università di Parma (Fadiga, Fogassi, Gallese, Rizzolatti ) già agli inizi degli anni ’90. Quando osserviamo gli altri si attivano in noi le stesse aree cerebrali che presiedono alle azioni/emozioni delle persone osservate, ma in noi le vie che conducono all’azione sono bloccate. Nell’osservazione dell’azione altrui scatta in noi un una simulazione molto particolare che Gallese definisce “incarnata” perché essa avviene automaticamente, prima di ogni consapevolezza, “in un formato corporeo di rappresentazione, non linguistico”. “L’intersoggettività – scrive Gallese nel bel capitolo “Tra neuroni ed esperienza” del citato saggio – è prima di tutto intercorporeità.” Ovvero ” detto in termini molto grezzi per sintetizzare, non nasciamo autistici e poi scopriamo che c’è anche l’altro, imparando a socializzare. L’altro è già fin dall’inizio co-presente”. Gallese suggerisce inoltre che la teoria della simulazione incarnata “può essere rilevante per la psicoanalisi” e aggiungerei per capire il funzionamento di ogni psicoterapia .
Perché la psicoterapia sia efficace è infatti necessario che paziente e terapeuta si incontrino (anche) su quella particolare lunghezza d’onda, già indicata, molto simile a quella del rapporto madre-bambino. In questi particolari momenti terapeutici, come nell’interazione madre-bambino conta di più il non detto, l’atmosfera affettiva che si crea. Balint per indicare momenti analoghi nel rapporto medico-paziente aveva parlato di “flash”, un illuminante “fulmine di comprensione” tra paziente e terapeuta. È come se “una luce si fosse accesa – scrive Enid Balint. E col fuoco torniamo alla scintilla platonica. Questi momenti di sintonia sono fondamentali perché organizzano diversamente l’esperienza di sé stessi. Proprio tali momenti di incontro, pure sottoposti ad uno studio sperimentale sempre più approfondito, promuovono secondo Stern il cambiamento nella psicoterapia. “Studi di neuroimaging dimostrano il collegamento tra effetti terapeutici e modificazioni dei circuiti neurocerebrali” (Cena).
Sono solo pochi cenni sui risultati del promettente ma da molti ancora osteggiato tentativo di integrazione della teoria della mente illustrato nel saggio. Vi sono ancora tanti scotomi, tanta consapevole ed inconsapevole cecità. Vi sono ancora oggi psicanalisti che ritengono che le neuroscienze li distolgano (sic!) dal loro compito; illustri esperti e commentatori di cose psichiche che accomunano la psicanalisi alle medicine alternative (sic!). Sono forse inevitabili resistenze di fronte a quel processo di integrazione tra cognitivismo, psicoanalisi e neuroscienze già prognosticato, descritto e in parte realizzato dal premio Nobel Kandel È una sua allieva, la bresciana Cristina M. Alberini ad aprire il saggio, con un affascinante capitolo sulla memoria. La Alberini cita proprio Freud che in una lettera a Fliess scriveva più di cent’anni fa “la memoria non è presente una sola volta, non si ricrea e non permane come una traccia unica, ma continua a ritornare o a rinnovarsi”. “Negli ultimi vent’anni – conferma la Alberini – si è dimostrato che, in linea con il pensiero di Freud il consolidamento della memoria non avviene una sola volta” ma passa attraverso un complesso processo di riconsolidamento delle memorie che ella stessa con i suoi collaboratori nel suo laboratorio newyorkese ha contribuito a delineare.
Credo che nulla meglio di questo avvincente mix tra le “vecchie” parole di Freud e gli attualissimi risultati della ricerca di laboratorio illustri l’utilità (e la necessità) dell’integrazione tra queste discipline, per l’innovazione e il benessere di tutti noi.
Perché in fondo come ricorda Fonagy – citato da Merciai nel suo appassionato e documentatissimo capitolo “Cavarsela alla meno peggio” – “C’è un cervello solo: non c’è un cervello della terapia cognitivo-comportamentale, un cervello psicoanalitico, un cervello sistemico e un cervello kleiniano. Alla fine dei conti ci sono solo poche cose che fanno stare meglio le persone e sono queste le cose che dobbiamo davvero capire”.

* Dal congresso internazionale ‘Psicoanalisi senza teoria freudiana’ sono in realtà risultati due saggi: dalle prime due giornate è risultato ” Psicoanalisi senza teoria freudiana “, di A. Imbasciati, Borla, Roma, 2013 che fa il punto sull’enorme sviluppo della clinica psicoanalitica, rimasto però fino ad ora privo di adeguata ed aggiornata formulazione teorica “scientifica”; dal Seminario Internazionale “Psicoanalisi e Neuroscienze: verso una nuova teoria della mente” promosso e organizzato da Loredana Cena come prosecuzione dell’International Congress “Psychoanalysis and Neuroscience” tenutosi nel 2010 a New York, è scaturito appunto “Neuroscienze e teoria psicoanalitica. Verso una teoria integrata del funzionamento mentale”, Springer, Milano, 2014).