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Raccontarsi i ricordi – senza trasmettere i traumi?

Come si sentiranno i nipoti dei 100.000 (centomila!) bambini (in realtà per lo più bambine) vittime di maltrattamenti in Italia ? Come staranno le nipoti delle ragazze rapite – e speriamo presto liberate – da Boko Aram in Nigeria? I nipoti delle vittime, dei feriti, degli sfollati e rifugiati delle tante guerre che teniamo educatamente ai margini del nostro giardino europeo? Può sembrare una domanda oziosa, addirittura cinica, visto che è già difficile fare qualcosa per le vittime attuali. Tuttavia vale la pena di porsela perché sono stati fatti importanti passi avanti nella comprensione dei processi neurobiologici di trasmissione dei traumi da una generazione all’altra.

Freud aveva già genialmente avanzato l’ipotesi che nel passaggio da una fase all’altra della nostra vita noi operiamo “una traduzione del materiale psichico” una sorta di nuova stesura in forme di volta in volta più evolute e complesse. Se però la trascrizione fallisce, il materiale non tradotto continuerebbe a seguire “le leggi psicologicamente valide per la precedente epoca psichica” e costituirebbe una sorta di enclave, di cisti del passato che preme nella nuova struttura psichica aprendo la strada alla rimozione. Ciò varrebbe a maggior ragione per i forti traumi emotivi, che non tradotti e invece rimossi, incistati, verrebbero inconsapevolmente messi in atto dall’individuo in forma di azioni ripetute. È lil famoso concetto della coazione a ripetere. “L’Io che ha vissuto passivamente il trauma, ripete ora attivamente una riproduzione attenuata dello stesso, nella speranza di poterne orientare autonomamente lo sviluppo” (Freud) – da queste intuizioni freudiane parte anche Bodei per il suo splendido “le logiche del delirio”. Un originale allievo di Freud, l’ungherese Szondi si interessò poi molto alla trasmissione di vissuti traumatici – e perciò rimossi – da una generazione all’altra, aggiungendo ai concetti di inconscio individuale (Freud) e collettivo (Jung) quello di inconscio familiare. L’ipotesi di Szondi – tra i primi ad introdurre lo studio del genogramma  – era che il figlio o il nipote rimettessero inconsapevolmente in atto traumi rimossi accaduti al padre o al nonno, comunque ad un avo. La scuola sistemica ha sviluppato un concetto analogo in tempi più recenti formulando la teoria della trasmissione transgenerazionale di modelli, sentimenti, comportamenti, traumi.

Ora da Zurigo giunge la conferma neurobiologica che traumi della prima infanzia possono essere trasmessi di generazione in generazione fino alla terza, dunque ai/alle nipoti di cui sopra. Il ché potrebbe tra l’altro spiegare l’elevata incidenza nelle generazioni successive di alcune famiglie di disturbi psichici non o non solo geneticamente determinati (quali rispettivamente il disturbo borderline o il disturbo bipolare). È l’affascinante campo dell’epigenetica
Più esattamente il gruppo di ricerca di Isabelle Mansuy – docente sia all’ETH che all’Istituto per la ricerca sul cervello dell’Università di Zurigo – è riuscito ad individuare in uno studio pubblicato da „Nature Neuroscience“  una componente fondamentale di tale processo di trasmissione transgenerazionale dei traumi: le molecole di micro-RNA.

Per i loro esprimenti – che durano da molti anni e avevano già portato a importanti risultati pubblicati nel 2010 su Biological Psychiatry  – la Mansuy e i suoi ricercatori hanno separato dalla madre per diverse ore al giorno topolini da poco nati, sottoponendoli ad ulteriore stress. Tali precoci traumi infantili hanno prodotto un effetto negativo sull’intera vita dei topi in questione che hanno perso l’avversione tipica della loro specie verso la luce e gli spazi aperti (una preziosa difesa per loro) e hanno manifestato altri disturbi comportamentali . Non solo. Tali disturbi si sono trasmessi alle successive due generazioni, nonostante le sequenze di DNA degli animali siano rimaste immodificate.
La spiegazione dell’apparente mistero sta appunto nelle molecole di micro-RNA, piccole molecole che sono costituite, come il DNA, di lettere genetiche e che influenzano l’attività e l’espressione dei geni. Tali molecole di RNA vengono prodotte da enzimi che leggono specifiche sequenze di DNA, il nostro patrimonio genetico. Altri enzimi provvedono poi a tagliare correttamente le sequenze in modo da dar vita a una molteplicità di micro-RNA di diversa lunghezza che nelle cellule assumono importanti funzioni regolatrici.
Lo stress induce un importante squilibrio delle molecole di micro-RNA nel cervello, nel sangue e nello sperma dei topi stressati con conseguente alterazione dei processi cellulari e con i danni comportamentali di cui sopra.

La controprova
Per avere la conferma definitiva della loro ipotesi i ricercatori hanno poi isolato i micro-RNA dallo sperma di topi stressati e l’hanno immesso nelle cellule-uovo di topi non stressati. Questi ultimi così trattati hanno mostrato gli stessi disturbi comportamentali dei topi stressati pur non essedendo stati sottoposto ad alcuno stress. Non solo. Anche Il metabolismo della generazione dei nipoti è risultato alterato, con concentrazioni ad es. di insulina e zucchero inferiori a quelle dei topi con genitori non stressati.
“Abbiamo per la prima volta potuto dimostrare che i traumi provocano alterazioni del metabolismo e che queste ultime sono ereditabili” ha affermato la Mansuy.
Poiché i micro-RNA sono rintracciabili anche nel sangue, i ricercatori – che proseguono ora le loro ricerche molecolari nell’uomo – vogliono sviluppare un test, attraverso il quale individuare disturbi dipendenti dallo stress anche nella nostra specie.

Auspicio più che condivisibile. Ma come tutte le scoperte scientifiche importanti anche questa, più che dare risposte definitive, apre a nuove (e vecchie) riflessioni e domande. Innanzitutto cos’è trauma? In considerazione soprattutto del fatto che per la nostra specie non sono solo e tanto gli avvenimenti a determinare conseguenze negative sulla psiche quanto il significato che noi attribuiamo loro, verità esperienziale banale e antica, risalente almeno a Epitteto e oltre, ma fin troppo spesso trascurata nella pratica psichiatrica quotidiana. Un significato che è a sua volta dipendente dalle esperienze precedentemente vissute, dal contesto relazionale in cui l’avvenimento si svolge e dalla capacità o meno di integrarlo nell’ambito della nostra storia di vita. Di fronte a un incidente lavorativo obiettivamente non grave posso reagire con serenità se sento il sostegno di colleghi e/o familiari o invece sviluppare una reazione ansiosa, depressiva, paranoica o altro se lo interpreto come ennesima conferma dell’ostilità della vita verso di me dopo le delusioni ricevute dal/lla partner, dai/lle colleghi/e etc. Qui si aprirebbe il capitolo immenso della resilienza  e dei fattori che la determinano e influenzano.

Ma altre altrettanto avvincenti domande si presentano considerando gli aspetti del riconsolidamento della memoria. È ormai provato che “le memorie che sono diventate stabili…ritornano temporaneamente sensibili a[lle] interferenze [molecolari] quando vengono ricordate; pertanto, il ricordo fa sì che le memorie ritornino ad essere labili o fragili per diverse ore…. poi le memorie ridiventano stabili, cioè si riconsolidano e saranno quindi di nuovo insensibili alle interferenze molecolari. Il processo è noto, pertanto, come riconsolidamento delle memorie” (Alberini). Diversi ricercatori, tra cui la Alberini, utilizzando nei ratti un farmaco (RU38486 o Mefipristone) che blocca i recettori dei glucocorticoidi, gli ormoni dello stress, hanno constatato che è possibile ridurre le memorie di esperienze stressanti o traumatiche. I dati di laboratorio suggeriscono inoltre che “esiste una finestra temporale per intervenire in modo efficace” nella riduzione della memoria di esperienze stressanti o traumatica: “bisogna intervenire non troppo presto, quando lo stress è troppo elevato, ma non troppo tardi quando le memorie sono consolidate e non si possono più riconsolidare” (Alberini).

In attesa di nuovi esami del sangue per il riconoscimento di disturbi da stress e di nuovi farmaci efficaci nel ridurre o eliminare (?) la memoria di esperienze stressanti o traumatiche, abbiamo ancora a disposizione gli antichi mezzi offerti dalla parola: quella parlata, che dalle caverne, alle capanne, alle piazze, alle stalle, ai palazzi, fino alle nostre case ci ha aiutato e ci aiuta a tramandarci i ricordi elaborando al tempo stesso la memoria degli stessi (in un processo di permanente riconsolidamento). Quella stessa parola parlata che, incardinata in un setting, Freud ha genialmente posto a fondamento della sua terapia (“talking cure”) e della psicoterapia tout court. E quella scritta, che da Omero in poi è racconto di eventi (per lo più tragici) e vissuti troppo laceranti e devastanti per rimanere immodificati dentro chi li scrive; creazione (poiein) di nuovi mondi complementari, paralleli o alternativi a quelli quotidiani; condivisione di esperienze in cui i ricordi e la fantasia di scrittori/trici, lettori/trici, protagonisti si mescolano e si fondono in una nuova memoria condivisa. E chissà che cosa direbbe Freud di mezzi quali i social media e di progetti quali quello di Twitteratura che consentono e stimolano proprio quel processo a lui caro di riscrittura [o traslitterazione “Umschrift”] sempre nuova e per di più collettiva, anche se sempre precaria e frammentaria, del nostro materiale psichico e in definitiva della nostra identità. Difficile peraltro immaginarsi una sua risposta in 140 caratteri.

(foto: donna ucraina via @andrew_mella)