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Fuga nel contagio emotivo

Uno studio eticamente scorretto è anche scientificamente irrilevante? Mi ponevo questa domanda in relazione all’ormai famoso “studio” (ove le virgolette sono state usate tra l’interrogativo e il dispregiativo) di Facebook sul contagio emotivo via social media, ottenuto alterando i feed inviati agli utenti senza avvertire questi ultimi, dunque con una evidente manipolazione, anche se – a parere di Facebook – consentita dal contratto. Ricostruire quale sia stata la ricezione mass-mediatica della ricerca aiuta forse a capire meglio il significato della stessa e a rispondere alla domanda iniziale. Lo studio, preceduto da un editoriale “gesuitico” , viene pubblicato per la prima volta il 2 giugno sulla rivista PNAS viene riportato poi da altre riviste e agenzie di informazione scientifica e di divulgazione senza alcun accenno al problema etico, come dimostrazione scientifica del fenomeno del contagio emotivo (“emotional contagion”) di massa via social networks, del fatto cioè che “gli stati emotivi possono essere trasmessi agli altri [utenti di social networks] tramite contagio emotivo inducendo le persone a provare le stesse emozioni senza averne consapevolezza“[corsivo mio]

Più esattamente:
“These results suggest:
– that the emotions expressed by friends, via online social networks, influence our own moods, constituting, to our knowledge, the first experimental evidence for massive-scale emotional contagion via social networks”
– “that, in contrast to prevailing assumptions, in-person interaction and non- verbal cues are not strictly necessary for emotional contagion”
– “that the observation of others’ positive experiences constitutes a positive experience for people” [e non induce dunque emozioni negative come aveva invece supposto la Turkle]
– “More importantly, given the massive scale of social networks such as Facebook, even small effects can have large aggregated consequences…For example, the well-documented connection between emotions and physical well-being suggests the importance of these findings for public health. Online messages influence our experience of emotions, which may affect a variety of offline behaviors”.

Personalmente leggendo la ricerca, che ho anche citato in due miei post, mi sono domandato dentro di me: “ma come han fatto ‘sti qui a fare ‘na roba del genere, senza dir nulla alle persone???” ma, tutto preso dalla mia tesi sui social media come training di empatia, non ho fatto il benché minimo accenno nei miei post al problema etico della manipolazione, termine usato tra l’altro dagli stessi ricercatori (” The experiment manipulated the extent to which people (N = 689,003) were exposed to emotional expressions in their News Feed.”). Contagiato cioè dal risultato scientifico e preso dalle mie elucubrazioni, ho completamente rimosso l’aspetto etico. Ho fatto più o meno come i probandi dell’esperimento Milgram che “ipnotizzati” dall’autorità scientifica avrebbero senza batter ciglio dato una scossa elettrica ai loro colleghi al di là della parete.
Nel suo (splendido) post su fuffa e manipolazione Luca De Biase è stato tra i primi a denunciare apertamente la manipolazione della ricerca: “A quanto pare nessuno dei ricercatori si è posto il problema etico di manipolare le pagine che gli utenti vedono su Facebook senza avvertirli per studiare le loro reazioni e pubblicare un paper. Ovviamente i termini e condizioni di Facebook consentono tutto questo. Basta saperlo.” Il coro delle proteste  nei giorni successivi è rapidamente montato in tutto il mondo fino a costringere alle peraltro assai poco convincenti scuse la numero due Sheryl Sandberg di Facebook. Tanto che Guido Vetere è giunto provocatoriamente a ipotizzare che

“il vero esperimento di Facebook inizia adesso. Si tratta di valutare l’impatto della notizia-shock sul mondo. Quanti utenti abbandoneranno la piattaforma? Calerà il numero dei nuovi iscritti? Governi e autorità sovranazionali metteranno mano a nuove regole?Se tutto continuerà come prima, Facebook avrà dimostrato una cosa assai meno banale e risaputa del priming: e cioè che il mondo è prono a qualsiasi manipolazione da parte di chi possegga porzioni significative delle reti di comunicazione sociale. Ottima notizia per chi sulla passività popolare lucra potere e soldi.”

Che nella pubblicazione dei risultati vi fosse un intento provocatorio da parte dei ricercatori è forse difficilmente dimostrabile ma molto verosimile. Difficile che non si siano chiesti: “vediamo se e chi scopre la manipolazione?” e che non abbiano sentito la jannacciana tentazione di gridare “aiuto aiuto è scappato il leone” e vedere di nascosto l’effetto che fa – o meglio di liberarlo senza gridare.

Ma è eticamente e soprattutto scientificamente corretto oltre che socialmente utile banalizzare e svalutare i risultati di una ricerca eticamente scorretta?
Certo il fenomeno del contagio emotivo per cui si ride vedendo ridere è noto da decenni – analizzato ad es. molto dettagliatamente dalla Bishof-Köhler , ma l’importanza del discusso studio è a mio avviso costituita da due elementi tutt’altro che banali:
Per la prima volta tale contagio emotivo viene dimostrato via social networks, su larga scala, senza bisogno di contatto personale e di un comportamento non-verbale. E, cosa secondo me ancora più importante, viene dimostrato che tale contagio emotivo è inconscio. Se ci accorgiamo facilmente che di fronte agli sbadigli altrui sbadigliamo, non siamo invece consapevoli, almeno non sempre e non pienamente, che la gioia o la tristezza che avvertiamo (e trasmettiamo) è (anche) influenzata dalla coloritura emotiva dei messaggi dei nostri “amici”, followers etc addirittura a distanza di giorni (“people’s emotional expressions on Facebook predict friends’ emotional expressions, even days later”).
L’importanza sociale del fenomeno del contagio emotivo è paradossalmente dimostrata dalle stesse reazioni al discusso studio prima idealizzato e poi demonizzato. In un primo momento ha prevalso l’aspetto scientifico e i problemi etici sono stati messi da parte. A un certo punto l’andazzo si è capovolto e la sacrosanta protesta per la manipolazione su cui è fondata la ricerca rischia di svalutare gli aspetti scientifici, a mio modestissimo avviso molto rilevanti sul piano sociale. Il contagio emotivo a livello sociale non è infatti solo la base per la ola, ma anche e soprattutto per complessi fenomeni di adattamento, aggregazione ma anche omologazione di massa dalle spesso drammatiche conseguenze. Il secolo scorso con le sue deliranti contagiose ideologie di massa e le catastrofi che ne sono risultate è uno spettro troppo inquietante per dimenticarlo. Non a caso tutto il secolo è stato percorso dal tema e dalle tecniche della manipolazione psicologica delle masse. Quanto mai doverosi e preziosi sono quindi gli avvertimenti pacati e le riflessioni serie sui pericoli attuali derivanti da deliberate e consapevoli manipolazioni delle nuove tecnologie da parte di chi ne è detentore.
Altrettanto importante è però a mio avviso la riflessione sulla (enorme) componente inconscia dei fenomeni di massa e del contagio emotivo che ne sta alla base. Se è vero che qualcuno utilizza e utilizzerà (sempre) la tecnologia più innovativa a disposizione (giornali, radio, televisione, ora i social media) per manipolarci, è altrettanto vero che noi ci lasciamo manipolare. Non solo (e non tanto) perché non ci accorgiamo dell’imbroglio ma soprattutto perché inconsciamente vogliamo lasciarci manipolare.
Da una parte infatti c’è il novello grande inquisitore che con i suoi “complici” fa di tutto per organizzare una “fede gioiosa” o meglio sarebbe dire un’ideologia che si proponga come liberazione “dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere” (F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano).
Dall’altra c’è l’individuo impaurito, frastornato, disorientato, di fronte alla famosa porta  del racconto kafkiano a sua disposizione per tutta la sua vita ma che lui non ha il coraggio di varcare. È anche la sincera e amara conclusione di tutti noi quando dobbiamo riconoscere che gli impedimenti altrui alla nostra volontà altro non erano che la nostra paura di vincerli.
È la fuga dalla libertà di cui parla Erich Fromm. Il nostro percorso di individuazione personale e sociale porta con sé la rottura ed il superamento dei legami primari, con i nostri genitori, le nostre tradizioni, i nostri sistemi di riferimento ed orientamento e determina -inevitabilmente – una condizione di solitudine, impotenza, smarrimento.
Il “conformismo da automi” ci offre allora una comoda via di fuga per evitare l’angoscia – sia essa nella forma classica tipica della modernità, sia in quella “liquida” post-moderna – e sopravvivere, senza risolvere però il conflitto di fondo tra bisogno di legame e fedeltà a noi stessi e alla nostra originalità. Il prezzo è la sottomissione passiva al potere (politico, finanziario o mediatico di turno), al senso e all’agire comune, alla moda travestita da social media, la perdita insomma della nostra autonomia e libertà.

“However, if the economic, social and political conditions… do not offer a basis for the realization of individuality in the sense just mentioned, while at the same time people have lost those ties which gave them security, this lag makes freedom an unbearable burden. It then becomes identical with doubt, with a kind of life which lacks meaning and direction. Powerful tendencies arise to escape from this kind of freedom into submission or some kind of relationship to man and the world which promises relief from uncertainty, even if it deprives the individual of his freedom.” (Erich Fromm, Escape from Freedom)

Le parole di Fromm valgono – credo – anche per la società attuale, pur così diversa dalla sua, e anche per l’odierno onlife che pure cerca – meritoriamente – di fare del libero accesso all’informazione, dello scambio alla pari e della condivisione la sua ragion d’essere e la sua speranza. E che trova nei social networks preziosi mezzi di partecipazione. Ma la speranza rischia di trasformarsi in illusione se non viene accompagnata dalla consapevolezza del nostro “perturbante” e ben più lento inconscio digitale.

 

foto Il grande Inquisitore, Dostoevskij