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Psycho-comics

I fumetti, incubo dei nostri genitori, timorosi che le nostre letture si arrestassero definitivamente a Topolino, Tex, Dylan Dog se non “peggio”, hanno una forza narrativa che ora, divenuti (da tempo) genitori, rivalutiamo molto volentieri, a maggior ragione di fronte a ripetitivi videogame. La potenza e l’immediatezza visiva di
quelli che ormai sono diventati più nobilmente comics sono da sempre e sempre più a disposizione anche delle cose della mente. Contemplate, come si conviene alla loro multiforme natura, da svariati punti di vista. C’è chi con le immagini entra nell’oggetto cervello, chi in coloro che l’hanno studiato o “scoperto” e nei loro metodi, chi fa diagnosi o analisi ai protagonisti dei fumetti. Chi infine riesce a entrare in sé stesso e a tradurre in arte grafica la propria sofferenza psichica.

Neurocomic recentemente uscito da Rizzoli è un viaggio nella foresta neuronale alla scoperta dei meccanismi di funzionamento del nostro cervello in fugace compagnia di neuroscienziati vecchi e nuovi da Ramòn y Cajal e Golgi, a Pavlov, Sherrington fino a Kandel. Ben congegnato nei suoi molteplici livelli (morfologia, farmacologia, elettrofisiologia, plasticità, sincronicità) ma anche un po’ neuro-fondamentalista (guai a parlar di psicologia, psicanalisi!) , risponde comunque bene allo scopo di fornire un utile e aggiornato quadro d’insieme del nostro funzionamento mentale.
Non è un comic ma assomiglia un po’ a un cartoon questa bella ballata cerebrale di Aaron Wolf che con ironia, intelligenza e precisione spiega in 3 minuti di parole, musica e immagini le principali parti e funzioni del cervello. Più efficace ed incisiva di un voluminoso manuale, più divertente di tanta pretenziosa letteratura e in più gratuita come conviene a un common.
Freud. Una biografia a fumetti” illustra con brillantezza vita e opere dell’inventore della psicanalisi. D’altro canto comics e psicanalisi è accoppiata vincente da tempo. Il New Yorker ha pubblicato il suo primo fumetto psicoanalitico nel 1927 e da allora i comics hanno contribuito in modo decisivo a far conoscere, riflettere e sorridere su riti, miti e nevrosi della terapia psicanalitica e dei suoi protagonisti, pazienti e terapeuti. Lo illustra bene un’esposizione del 2006 raccolta nel comic-book On the Couch e intelligentemente riproposta dal sito (molto attivo anche sui social media) del Freud Museum London  da cui ho tratto anche l’ immagine. Comic-books si propongono oggi addirittura l’ambizioso scopo di riassumere e illustrare complesse teorie psicoanalitiche come ad es. Behandlungs-(T)räume  “manuale satirico psicanalitico in immagini e parole” (peraltro tedesche) che gioca sull’assonanza (in tedesco) tra stanze e sogni di terapia. O ancora Couch Fiction: come funziona una psicoterapia.  Così coinvolgente ed efficace che una mia paziente l’ha preso in prestito dalla mia sala d’aspetto e se l’è tenuto anche dopo aver interrotto la psicoterapia. Nel fumetto anche il rapporto terapeutico funziona certo molto meglio… Anche se, a ben guardare anche gli eroi dei fumetti vanno soggetti a disturbi psichici, che vengono (un po’ selvaggiamente) diagnosticati in”A psychoanalysis of your favourite cartoon characters

il potenziale narrativo, letterario e terapeutico dei fumetti va ben oltre l’ironia e si declina (anche) nel presente e nel futuro della medicina narrativa. Freud diceva che i fumetti costituiscono “una ribellione contro l’autorità, una liberazione dall’oppressione che essa impone”. Noi potremmo aggiungere: anche dall’oppressione della malattia, fisica e mentale. Gli ultimi decenni sembrano testimoniarlo

sempre più chiaramente.
Già nel 2004 il New York Times si faceva interprete di tale trasformazione della sensibilità letteraria e dichiarava comics and graphic novels to be the “major medium of our times.” Nel 2009 the Times Sunday Book Review aggiungeva alle sue colonne una speciale sezione di graphic novels, per dare appunto conto di paperback and hardcover graphic novels (previously known as comic books) and manga. Accanto ai più consueti fumetti le “patografie” proprie e altrui (i racconti cioè di malattie fisiche e mentali raccontate in prima persona o da altri) vengono sempre più vendute e lette e hanno talvolta scalato le classifiche, fino a divenire un genere a sé.
Ne teaccia un interessante profilo Sharon Packer in un bell’articolo per Psychiatric Times 
in cui spazia dalle esperienze e correlate rappresentazioni grafiche del disturbo bipolare, (Forney E. Marbles: Mania, Depression, Michelangelo, and Me: A Graphic Memoir. New York: Gotham Books; 2012) a quello ossessivo (Bechdel A. Are You My Mother?: A Comic Drama. New York: Mariner Books; 2013) per non parlare degli ancor più frequenti Comic-books espressione del corpo a corpo con la depressione (Lauren Slater’s Prozac Diary (1998), and Elizabeth Wurtzel’s Prozac Nation: Young and Depressed in America—A Memoir (2001)). Un’altra ricca panoramica è offerta qui: Wolk D. At the Panel’s Edge. New York Times Sunday Book Review. December 14, 2012; e questo uno splendido sito di “medicina grafica

“The visual imagery is potent and expresses more than words alone could convey” constata, a ragione, Packer. Questa forza immaginativa ci può aiutare (anche) a superare le convenzionali e quanto mai fragili barriere sano/malato, a farci percepire ed ammettere la fragilità  che è in ognuno di noi e al tempo stesso a riconoscere le risorse (nascoste) che sono in ogni persona malata. Per vedere con occhi nuovi anche l’isola deserta della sofferenza.