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I ragazzi e le ragazze di #stranamente

“Noi giovani, con le nostre insicurezze e le finte certezze, alzate come barriere, nelle quali ci si nasconde e alle quali ci si appoggia, fingendo di riuscire ad andare avanti unicamente con le proprie forze, anche quando non è così…” A scrivere queste righe è un giovane studente di scuola media superiore, uno della generazione  Y, me, la generazione dei nativi digitali cresciuta a pane e social media, spesso tacciata di narcisismo e superficialità. È uno dei 139 studenti che, accompagnati dai loro docenti, ha partecipato al concorso letterario per studenti di scuola media superiore strana.mente  organizzato dall’associazione uma.na.mente – di cui faccio parte – e patrocinato dall’ufficio regionale scolastico della Lombardia per avvicinare i/le ragazzi/e, attraverso la lettura di romanzi o la visione di film, alla comprensione dei meccanismi e delle forme del disagio psichico. Un ragazzo su dieci infatti in Italia, come nel resto del mondo, non ce la fa “ad andare avanti unicamente con le proprie forze” e sviluppa un disturbo psichico. Rischia allora di “apparire – come scrive un altro studente – “strano agli occhi nostri”, o addirittura di esser considerato “folle”, perché “reputiamo folle ciò che non conosciamo” mentre invece sensibilità sociale e una terapia adeguata riescono nella maggior parte dei casi ad aiutare quel ragazzo/a a superare il disturbo psichico di cui soffre. D’altro canto “è difficile cercare di capire qualcuno diverso da noi, riesce complicato perfino per me che ci abito sotto lo stesso tetto. Spesso ci si sente impotenti in queste situazioni, non si sa come affrontarla o come riuscire a fare qualcosa… ”
Proprio per questo umanamente ha pensato di accompagnare gli studenti in un “viaggio nel noto e nell’ignoto” (Magris) dentro gli altri e sé stessi e ha scelto come mezzo di trasporto romanzi e film. Identificandoci con i protagonisti di quei testi e quelle avventura, noi lettori e spettatori entriamo nei processi delle loro menti e dei loro cuori, ma anche, indirettamente, dentro noi stessi. Accanto agli aspetti più noti e familiari, scopriamo nei personaggi altre parti, ignote, straniere e strane, che ritroviamo poi in alcuni nostri tratti. Così facendo, possiamo imparare a riconoscere e ad accettare lo strano – il perturbante di Freud – come una parte dell’umano, altrui e nostro. Siamo allora sulla buona strada per accettare noi stessi, le nostre debolezze e farci aiutare da persone competenti a superare il nostro disagio. L’hanno capito molto bene i/le ragazzi/e che hanno partecipato al concorso i cui elaborati, vagliati da una qualificata giuria, verranno premiati sabato 7 maggio alla Villa Morando di Lograto. Hanno compreso che “il timore di deludere chi ci ha messo al mondo, la paura di non essere i figli che i genitori si aspetterebbero di avere, i giudizi e i pregiudizi delle persone vicine… é questo che spesso mette in gabbia le persone, la paura di essere se stessi…”. Perché tutti “noi cerchiamo, – come Zelig – chi palesemente, chi silenziosamente, ma in ogni caso disperatamente, accettazione, compresione, approvazione…” Faremo purtroppo – aggiungo io da grillo del malaugurio – l’esperienza di riceverla/donarla molto meno frequentemente di quanto ne abbiamo bisogno, una frustrazione personale e sociale ineliminabile, come ci ammoniva già Freud. D’altro canto i ragazzi stessi saggiamente riconoscono che “ogni problema ha una soluzione, fintanto che accettiamo che il dolore avvertito nella nostra vita è, in qualche misura, inevitabile…” Loro per primi ci insegnano che non dobbiamo avere paura di guardarci dentro, di comprendere e combattere le nostre paure, inseguire i nostri desideri, superare i nostri e altrui pregiudizi, alimentare sempre il coraggio di essere noi stessi, lasciarci aiutare quando non ce la facciamo da soli e accettare anche le nostre piccole stranezze. Perché, scrivono ancora i ragazzi ” i nostri limiti ci rendono unici e incredibilmente speciali..”, “diversi gli uni dagli altri”. “Essere impefetti significa essere umani, la vita stessa è tale, ma per questo non perde il suo valore”. Forse con questa comprensione per lo strano che è nell’altro e in noi e la forza! di accettare l’aiuto quando non ce la facciamo da soli possiamo correre “legati da un filo sottile” “tutti insieme con passo diverso senza mai perderci di vista, aspettando Filippo che si allacciava le scarpe e Paolo quando andava a perdersi da solo nel bosco…”

 

Suggerimento musicale: Ludovico Einaudi, I giorni