Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Il libero arbitrio di Freud

“Dopo il tramonto di una meteora rimane un barlume di luce che continua a rischiarare per un pezzo l’oscurità del cielo.” Così scrive Freud a Fliess in una lettera del 3 gennaio 1899 e prosegue “Nel chiarore, poi, sono riuscito d’improvviso a scorgere alcune cose”.
A 160 anni dalla sua nascita, avvenuta il 6 maggio 1856, dopo che la sua straordinaria meteora è, più volte, tramontata possiamo ancora scorgere qualcosa nel barlume della luce di Freud? Non il fulgore dei suoi saggi e quello più o meno reale dei tanti che nel suo nome sono stati scritti. Al di là del clamore dei mille panegirici, lamenti funebri e dileggi che sono stati fatti di lui e della sua opera cosa possiamo vedere in controluce grazie a lui nella nostra epoca digitale, anni luce distante dalla sua, apparentemente così ordinata ma in realtà rivoluzionaria almeno quanto la nostra? Me lo domandavo leggendo lo studio pubblicato pochi giorni fa su Psicological Science  in cui viene scientificamente documentato il legittimo sospetto che il libero arbitrio sia un mero trucco con cui il nostro cervello ci/si inganna. Ne scrive molto bene uno dei due autori (A. Bear e P. Bloom) su Scientific American
In sintesi gli autori hanno chiesto ai partecipanti allo studio di scegliere quale dei cinque cerchi che apparivano sullo schermo di un computer diventasse rosso, processo che avveniva in modo assolutamente casuale. Se il “viraggio rosso” del cerchio avveniva in modo così veloce che i partecipanti non erano stati in grado di operare la loro scelta avevano la possibilità di indicare di essere andati fuori tempo massimo. Ora, se davvero i partecipanti avessero scelto il cerchio divenuto rosso nei tempi corretti di scelta avrebbero dovuto riferire una percentuale di successo di circa il 20% (una volta su cinque, secondo la probabilità statistica). I partecipanti hanno invece indicato percentuali di successo significativamente maggiori, superiori addirittura al 30% quando il cerchio diventava rosso in tempi molto brevi. La modalità di risposta dei partecipanti rivela dunque un’illusione “postdittiva”: la loro mente ha inconsciamente operato uno scambio nell’ordine degli eventi creando l’illusione che la scelta abbia preceduto il viraggio rosso mentre invece ne è stata influenzata.

This pattern of responding suggests that participants’ minds had sometimes swapped the order of events in conscious awareness, creating an illusion that a choice had preceded the color change when, in fact, it was biased by it.

Rimane naturalmente da approfondire se tale meccanismo scatti solo per scelte magari di poco conto, caratterizzate da tempi di reazione molto ristretti o se non costituisca addirittura una modalità generale di funzionamento del nostro cervello e quale ne sia l’utilità.

“A more speculative possibility is that our minds are designed to distort our perception of choice and that this distortion is an important feature (not simply a bug) of our cognitive machinery. For example, if the experience of choice is a kind of causal inference, as Wegner and Wheatley suggest, then swapping the order of choice and action in conscious awareness may aid in the understanding that we are physical beings who can produce effects out in the world. More broadly, this illusion may be central to developing a belief in free will and, in turn, motivating punishment”.

Il dato di fatto è comunque che ancora una volta dobbiamo renderci conto di quanto sia limitata la nostra coscienza e quanto più estesa sia invece la parte di iceberg inconscio su cui galleggiamo. Freud ci aveva già avvertito che “non siamo padroni in casa nostra”. Senza per questo tirare affrettate confusioni sull’assenza del libero arbitrio – come invece si è spesso letto in questi giorni – lui ci ha piuttosto invitato a operare nella fiducia che “dove c’era l’Es sarà l’Io”   senza però scadere in un dogmatico razionalismo. Ha inoltre costretto la scienza medica e la psichiatria in particolare a riconoscere l’influenza decisiva, radicale che le pulsioni hanno su di noi ma ha anche fornito con il metodo psicoanalitico gli strumenti per riconoscere, comprendere e accettare il “perturbante” che è in tutti noi. Ha smascherato l’irrazionalità della tendenza che ci porta a ripetere coattivamente i nostri processi psichici e le nostre azioni, pur sapendole già votate al fallimento ma non si è mai stancato di ricercare un senso nell’apparente insensatezza dei disturbi psichici aprendo la strada a nuove decisive modalità di cura e di terapia. Ma l’eredità di Freud è tutt’altro che esaurita, anche se gli eredi hanno fatto spesso di tutto per tenerla ad ammuffire in soffitta. A partire dall’avvio delle neuroscienze la psicoanalisi ha conosciuto una nuova fioritura, che ha a sua volta influenzato ed arricchito lo sviluppo delle neuroscienze. Una figura esemplare, italiana, al riguardo è quella del neuroscienziato Gallese, tra gli scopritori dei neuroni specchio,  insignito dalla società psicanalitica italiana nel 2014 del premio Musatti. Ma gli esempi di riuscita e proficua integrazione tra neuroscienze e psicoanalisi sono per fortuna sempre più numerosi, cito solo Merciai e Cannella con il loro La psicoanalisi nelle terre di confine, Imbasciati e Cena con Neuroscienze e teoria psicoanalitica. Per non dire dell’impiego di concetti psicoanalitici per una più approfondita comprensione e interpretazione della cultura digitale, dalla psicodinamica dei social media all’inconscio digitale. Lo psicoterapeuta Aaron Balick suggerisce ad es. che si possa considerare Internet non solo come superficie comunicativa, culturale etc, ma anche come una sorta di universale proiezione di parti di noi stessi. Così come il sogno è per Freud la via regia all’inconscio, Balick si domanda se “le parti di noi stessi che proiettiamo in Internet, le parole dei nostri tweets e dei nostri blogs possano essere una sorta di sogno sociale, “una libera associazione” socio-culturale, dalla quale possiamo trarre comprensione per il nostro inconscio collettivo ”

Particolarmente simpatico, gioviale e modesto Freud non doveva proprio esserlo ma a 160 anni glielo si può forse perdonare. E anche se la scelta di festeggiarlo è meno libera di quello che pensiamo, ci può stare tutta: buon compleanno, Sigmund.

Mozart, Don Giovanni, Là ci daremo la mano

Immagine: S. Freud con Herbert Graf da bambino, il protagonista del saggio freudiano Analisi della fobia di un bambino di 5 anni (Il piccolo Hans)