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L’indicibile tenerezza di Eugenio Borgna

Enrico Pozzi dedica un’intensa, potente e molto critica recensione all’ultimo libro di Eugenio Borgna “L’indicibile tenerezza“, cui avevo già accennato in un altro contesto. Il commento di Pozzi è esemplare per capacità d’analisi critica, rigore logico, forza espressiva, libertà di pensiero. “Il libro di Eugenio Borgna su Simone Weil” sarebbe secondo Pozzi “generoso, ma fallito e inutile” essendo Borgna “costretto [dalla sua identificazione accecante con la Weil] a mutilarla della sua anoressia per farla santa … dominata da un amore inconsulto e illimitato per l’umanità intera, un amore distillato e sublimato dalla sofferenza fisica e psichica.” In questo modo a Borgna sfuggirebbe – secondo Pozzi – l’essenziale” e cioè l’esatto contrario: “al centro del Dasein di Simone Weil sta l’odio, un odio smisurato verso se stessa dunque verso gli altri.” Valutazione argomentata e logicamente impeccabile – anche se sui confini tra amore e odio regna, da Catullo (odi et amo) a Balint (“l’odio è l’ultimo residuo, il rifiuto e la difesa contro l’amore oggettuale primitivo”), una certa incertezza.

Credo però che il libro di Borgna non sia su Simone Weil, pur recando l’inequivocabile sottotitolo “in cammino con Simone Weil”. Il cammino è secondo me quello di un uomo e di uno psichiatra, Eugenio Borgna. Non a caso il libro si apre con queste parole: “Cosa dicono alla mia esperienza di vita, e non solo alla mia esperienza di vita in psichiatria, i testi meravigliosi di Simone Weil?” L’indicibile tenerezza è, per interposta persona, il racconto dell’esperienza umana e professionale di Eugenio Borgna, del suo modo di intendere e di esercitare la psichiatria. “La psichiatria, che ho cercato di praticare in Ospedale psichiatrico, – scrive Borgna – è stata una psichiatria umana e gentile, una psichiatria fenomenologica, nella quale realizzare fino in fondo il sogno (la vocazione che si radicava nella mia lontana e vicina storia personale e culturale) di una psichiatria che non fosse solo scienza naturale, ma anche scienza umana, e che andasse alla ricerca del senso della follia”. E aggiunge “mi sembra, così, di poter dire che, solo occupandomi di psichiatria, abbia potuto riconoscere e cercare di realizzare il mio destino (il destino che si nasconde nella vita di ciascuno di noi); seguendo il cammino misterioso che va verso l’interno, ed è la premessa ad avvicinarsi all’interiorità, alla soggettività degli altri, al fine di comprendere le ragioni delle loro sofferenze, e di cercare di mitigarle”. Il libro è l’appassionata testimonianza di uno dei più grandi psichiatri italiani. Che ha fatto del dialogo il suo metodo e della tenerezza la sua cifra. Un dialogo non solo con la scienza medica ma anche, appunto, con i testi di Simone Weil e “altri testi letterari e filosofici” che l’hanno “accompagnato dai tempi del liceo” non tanto “nei loro aspetti formali e filologici ma in quelli emozionali”. E soprattutto il dialogo con i pazienti e la loro sofferenza. Borgna non si stanca di invitare “a confrontarsi con le molte figure del dolore” perché “ripensare al dolore, questa esperienza apparentemente semplice e banale, in realtà complessa e dilemmatica, significa ripensare alla fragilità umana e al suo mistero”. Nel suo viaggio “nei deserti luoghi del dolore e della malattia-dolore” Borgna ci accompagna tra le sofferenze di Simone Weil – certo più emozionalmente rivissute che criticamente interpretate – ma anche tra quelle di Etty Hillesum, madre Teresa di Calcutta e ancora nelle riflessioni di Nietzsche, Rilke, Leopardi, nella convinzione (rilkiana) che il dolore “riconduce nell’interiorità l’esteriorità della nostra esperienza delle cose”. Le tappe del cammino sono, evidentemente, troppo eterogenee per consentire una riflessione critica unitaria, un castello logico inappuntabile ma costituiscono piuttosto un invito “a rientrare ogni volta nella nostra interiorità” perché “solo dal cuore, dall’infinito arcipelago delle emozioni troppo spesso considerate subalterne agli astratti cieli della ragione calcolante, rinascono le voci della nostra anima con il loro timbro udibile o inudibile e il silenzio colmo di parole inespresse”. In una quotidianità segnata dalla disperata ricerca della felicità e dell’efficienza Borgna ci riporta continuamente, quasi ossessivamente, al dolore. “Nell’esperienza del dolore, del dolore che è in noi e del dolore che è negli altri da noi, sono in gioco le nostre attitudini ad ascoltare e ad entrare in relazione con noi stessi nella introspezione, e con gli altri nella immedesimazione: l’una e l’altra in un dialogo senza fine”. È un’esortazione (incessante) “all’educazione all’esperienza e alla conoscenza del dolore”. “È necessario educarci a riconoscerne le tracce anche in forme di vita solo apparentemente estranee al dolore dell’anima, come sono quelle della timidezza e della fatica di vivere, della solitudine e del rifiuto della vita.”. Nel farlo e per farlo Borgna impiega la tenerezza “questa emozione fragile e umbratile…dimenticata nella sua grazia e nella sua fragilità, la tenerezza desiderata e sognata, la tenerezza dello sguardo e delle mani, la tenerezza che si incarna nella carezza”. Si può discutere se davvero come afferma Callieri, citato da Borgna, la tenerezza non abbia ” la stessa radice dell’eros”, non sia “una forma di sessualità repressa” (e perché sia tanto importante negarlo). La tenerezza – nella splendida immagine virgiliana dell’ “orsa che dà forma ai figli passando su di essi la lingua e carezzandoli” – è in ogni caso quella che segna tutta l’opera di Borgna e che lui stesso si augura di poter “lasciare sia pure per un attimo nella memoria di chi abbia a leggere questo [suo] libro”. Perché “la tenerezza ci apre al mondo… Nella tenerezza si incrinano le barriere che separano le persone le une dalle altre e si rigenerano slanci del cuore”. La tenerezza che Borgna attribuisce a Simone Weil e alla donna in generale – con il rischio però di una riduzione a “ragione d’essere esistenziale della donna” – è forse, prima ancora,  la sua. Una junghiana anima, un femminile, che Borgna ha avuto il coraggio di coltivare contro un’antiquata cultura scientifica di illusoria forza e obiettivante freddezza perché come dice Nietzsche, citato da Borgna, “non siamo ranocchi pensanti, apparecchi per obiettivare e registrare, dai visceri congelati”. L’indicibile tenerezza è anche un omaggio alle donne, a (una parte del) femminile che è in tutti noi, in un cammino, che è anche commiato, “alla ricerca di un altrove intravisto e mai raggiunto, di una stella del mattino che non si spenga troppo rapidamente, e sopravviva nel cuore, e alla ricerca ancora di una salvatrice comunità di destino”.

Suggerimento musicale: Tchaikovsky, “Andante Cantabile”