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A ciascuno la propria favola

Come sarebbe il mondo senza favole? Francesco Bollorino in Iris ci racconta com’era, dopo che “il Re del Mondo decise …che le Favole – che prima giravano liberamente per il mondo – dal momento che non avevano mai pagato le tasse per il loro lavoro, dovessero essere condotte nei campi di lavoro della Luna”…
Allora “i bimbi crescevano piagnucolosi e mesti e sulla faccia della terra, piano piano scomparve il sorriso, avendo perso quei bambini, divenuti adulti, la capacità di ridere e fantasticare che è figlia della fantasia e che solo le favole sanno bene educare”.

“La fiaba infatti – scrive Recalcati nella sua prefazione – come sanno benissimo i bambini, ha il potere di schermare l’orrore del reale, di trasfigurarlo in una visione possibile rendendo sopportabile il buio della notte quando la notte è più fredda”. Riesce a farlo perché il “protagonista assoluto… è sempre l’amore”, un amore che “è incontro, apertura all’indedito”.

Non però nell’astrazione della possibilità teorica ma nella magica concretezza del momento, quello in cui il capostazione deluso e rassegnato incontra Babbo Natale, il cerino abbandonato ha l’occasione di illuminare e riscaldare l’incontro di un uomo e di una donna soli e tristi, il principe povero conquista la principessa con la cosa più “inutile”, il suo amore.
L’amore delle favole non è però quello manchevole, o fin troppo levigato o rancoroso della vita quotidiana, né quello adulto ricco o povero di senso e di passione dei romanzi. E neanche quello piccante, decadente, squallido della cronaca giornalistica o quello consapevolmente sezionato nelle sedute psicoterapeutiche. È l’amore – per usare il bel concetto di Ferenczi – della tenerezza infantile, in cui tutto è possibile, ogni cosa ha un’anima, anzi tante, ogni parola mille significati e ogni persona la libertà di essere tutte le persone nascoste che si porta dentro. L’amore della sicurezza calda e accogliente che trova soluzione a tutto e dalla quale si parte per l’eroica avventura.
Da Jung a Hillman molti psichiatri, psicanalisti, psicoterapeuti sono stati affascinati dalle favole e diversi ne hanno recentemente scritte di proprie. Oltre a Bollorino, mi sovvengono Antonio Imbasciati con le sue storie del nonno e Valeria Bianchi Mian con le sue favole svelte. Quelle di Imbasciati hanno il dichiarato intento di aiutare i genitori a comprendere meglio e a rispondere più approfonditamente alle domande dei bambini più piccoli su temi non facili quali la gelosia, lo sviluppo sessuale, le paure di separazione etc. Sono insomma storie che i genitori e chi si occupa professionalmente di bambini possono elaborare per farle diventare proprie prima di raccontarle ai bambini. Quelle di Valeria Bianchi Mian si rivolgono, in rima, a bambini, genitori e insegnanti, raccontando ogni giorno dell’anno una storia nuova, illustrata anche da disegni e schizzi sui mille colori dell’animo dei bambini.
I modi e le forme di raccontare storie sono tanti come le storie stesse e il fascino di noi “psi” per le favole ha risvolti terapeutici per noi stessi prima ancora che per i nostri pazienti. Osserviamo nevroticamente la vita altrui, diveniamo col tempo un po’ gli editor delle storie dei pazienti, mentre spesso non riusciamo ad apportare i desiderati cambiamenti alle nostre. Le fiabe sono una scialuppa di salvataggio, fragile ma reale, in un mare mosso di sofferenza, un prezioso fiore di speranza nel deserto del dolore. Credo dobbiamo essere riconoscenti a tutti coloro che, terapeuti o non, hanno la capacità di scrivere favole per aiutare gli altri a trovare la propria.
Per fortuna infatti, come racconta Bollorino nella sua Favola delle Favole, il Re del Mondo si pentì di aver esiliato le favole dalla terra e supplicò Dio di farle tornare. “Da allora, Dio prese a mettere una favola nel cuore di ogni uomo quando nasce, per riscaldarlo e fargli il dono del sorriso”. Trovare la nostra favola e viverla non è così facile come nelle favole ma è anche l’unica strada che ci rimane se non vogliamo vivere quelle che ci propinano gli altri.

Suggerimento musicale: Rimsky-Korsakov, Scheherazade