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Il contagio emotivo della violenza

Sostiene Fonagy, un noto psicoanalista inglese autore di importanti e scientificamente fondati studi sull’attaccamento, che l’aggressività e la violenza siano la conseguenza di un mancato sviluppo di quella che lui chiama la “funzione riflessiva” la capacità cioè di “vedere sé stesso e il mondo… alla luce di sentimenti, credenze, intenzioni e desideri, e di riflettere sull’esperienza in termini psicologici” (Migone) Le persone violente non sarebbero in grado di mentalizzare, di comprendere cioè sé stesse e le intenzioni degli altri. Anziché percepire e riconoscere i propri sentimenti, sforzandosi di riflettervi e di trovare una mediazione, un compromesso al conflitto emozionale nel quale si trovano prigionieri, essi agiscono le loro emozioni. Tendono ad “usare il corpo, e quindi anche l’aggressività, come se in un certo senso il corpo prendesse il posto della mente” (Migone). Le persone violente, proprio perché incapaci di introspezione e di riflessione interiore, attribuiscono a cause esterne il motivo del loro comportamento violento. C’è sempre un nemico, una minaccia che li induce inevitabilmente all’azione, come se loro fossero solo l’arma di un’inesorabile necessità che loro possono solo mettere in atto. Per la giusta causa, sia quella fascista, stalinista, religiosa, fondamentalista, integralista. Un’analoga mancanza di mentalizzazione, di riflessione interiore e critica si manifesta spesso anche a livello verbale preparando il terreno alla violenza fisica o giustificandola a posteriori. Anche in questo caso presunte minacce (l’invasione del nemico, dei migranti, del diverso da sé) renderebbero “praticamente” inevitabile il risentimento, la rabbia, la violenza. La violenza verbale genera poi violenza verbale di segno opposto in una pericolosa corrente di contagio affettivo che non lascia posto all’astinenza emotiva e alla libertà di riflessione. La rete amplifica e velocizza il processo, ma dà (può dare) anche spazio ad opinioni originali ed eterogenee. Il silenzio in questi casi può servire a guadagnar consensi ma non aiuta certo ad uscire dal corto circuito emotivo.
Insultare, discriminare, ferire, uccidere con le parole e ancor più nei fatti non è inevitabile conseguenza di premesse psicologiche o sociologiche. È una, pericolosa, tragica e devastante, scelta individuale. Ricercare, approfondire, confrontarsi con la paura, il risentimento, la rabbia, l’intolleranza, scoprire vecchie e nuove strategie di tolleranza, solidarietà, umanità, dare un nome, un volto, un’identità alle vittime oltre che ai carnefici, domandarsi come è concretamente possibile evitare nuove tragedie serve ad uscire dal contagio emotivo, dal riflesso condizionato (fisico e mentale), a capire. A mantenere la speranza, nonostante ogni nuova tragedia, di rimanere, almeno un po’, umani.

Immagine tratta da Wikipedia: Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri