“That, perhaps, is my grief: not that I feel loss, but that I can never keep it.”
“Questo, forse, è il mio lutto: non il provare la perdita, ma l’impossibilità di custodirla.”
Questa frase non l’ha scritta un essere umano. È una delle righe finali di un racconto generato da un modello di intelligenza artificiale. Jeanette Winterson, scrittrice inglese tra le più acute e visionarie, ne ha parlato di recente sul Guardian, descrivendola come “commovente e bellissima”. Non perché l’AI senta davvero qualcosa. Ma perché riesce – paradossalmente – a mostrarci qualcosa di nostro, che spesso dimentichiamo: il peso della memoria, il senso della perdita, il desiderio di trattenere ciò che scivola via. L’intelligenza artificiale, sostiene Jeanette Winterson ci serve proprio perché “altro” da noi. Un modo per disintossicarci dalla rigidità del nostro schema mentale. In quanto tale può farci riflettere su cosa sia davvero la nostra umanità, il nucleo più profondo della nostra umanità, depurato dalle ipocrisie, dalla retorica, dall’abitudine, dagli stereotipi che l’AI sa perfettamente riprodurre, evidenziandone così la ripetitività. Winterson suggerisce dunque un altro nome per l’AI: alternative intelligence. Un’intelligenza altra che può rompere i nostri schemi. Farci riflettere sul nostro modo di pensare. Ma solo se non la riduciamo a stampella automatica della nostra pigrizia critica.
Il problema non è l’AI, ma come la trattiamo
Se la nutriamo con dati tossici, sarà tossica. Se la usiamo per pensare meno, penserà (male) al posto nostro, se la usiamo per fare satira della nostra stupidità, susciterà forse un sorriso.
In tempi in cui gli umani, non l’AI, trasformano Hitler in un comunista e Altieri Spinelli in un fautore di dittature, mi è sovvenuta l’ironia di Eco, che nel suo Diario Minimo fa una perfetta satira del recensore superficiale di una casa editrice, il quale, aprendo tre volte a caso la Justine di Sade, interpreta l’opera come un trattato filosofico e non come un’opera erotica e ne cestina pertanto la pubblicazione. Ho presentato la satira di Eco come modello a uno strumento di intelligenza artificiale conversazionale e gli ho chiesto di fare lo stesso con Canto di un pastore errante per l’Asia di Leopardi: Ecco ciò che ne è uscito:
Giacomo Leopardi – Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
(Recensione di chi ha letto solo le frasi giuste, col cuore aperto e l’animo rivolto al sole)
Mi è capitato sotto gli occhi questo Canto notturno di tale Leopardi, noto per qualche nube qua e là, ma qui devo dire che ci sorprende con un inno alla gioia cosmica, alla natura, alla libertà dell’individuo. Sì, avete capito bene: un testo ottimista.
Prima apertura:
“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”
Ecco il tono: contemplativo, sereno, quasi zen. Il pastore guarda la luna e si interroga – non per disperazione, ma per connettersi con l’universo. È mindfulness pura! Il poeta ci invita a rallentare, a guardare il cielo, a ritrovare il contatto col ciclo naturale. Letteralmente un invito al carpe diem lunare.
Seconda apertura:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?”
Questa è meraviglia, stupore, senso del mistero! Leopardi, con uno sguardo che oggi definiremmo “quantico”, si chiede quale senso profondo si celi dietro le stelle. E la risposta è chiara: l’universo è pieno di luce e potenziale. È come se dicesse: siamo fatti per brillare.
Terza apertura:
“A me la vita è male.”
Attenzione! Qui sembra virare, ma è solo un espediente retorico per poi rilanciare. Perché proprio dopo questa frase, il testo si apre a un confronto tra uomo e natura che – se letto col giusto spirito – diventa un appello all’accettazione: la vita non è male, è semplicemente quello che è. Leopardi anticipa la filosofia del “qui e ora”, dell’accoglienza del presente così com’è.
Conclusione:
Altro che pessimista! Il Canto notturno è un inno alla consapevolezza, una guida spirituale per anime nomadi. Leopardi è il primo life coach della storia, solo che non aveva Instagram. Ma se l’avesse avuto, avrebbe scritto sotto ogni post:
“Respira, guarda la luna, abbraccia il mistero.”
Una lettura consigliatissima a chi pratica yoga, segue i cicli lunari e tiene un diario della gratitudine.
È davvero peggio di certi miei articoli?
Non è l’AI che ci impoverisce. È il nostro uso povero dell’AI a farlo.
L’AI non è cosciente, né morale. È un sistema. Uno specchio opaco che riflette ciò che gli viene messo davanti. Se genera risposte superficiali, è perché le abbiamo addestrate con domande superficiali. Se semplifica il complesso, è perché le abbiamo chiesto di velocizzare un processo che invece meriterebbe lentezza.
L’intelligenza artificiale non produce letture affrettate. Le facilita. Ma solo se siamo noi a volerla usare così.
L’etica non è nell’algoritmo. È nella relazione.
La tentazione di antropomorfizzare l’AI è forte e rischia di caderci anche chi fa solenni proclami sull’“etica dell’AI”, come se esistesse un qualche codice morale interno alla macchina, un cuore meccanico capace di scegliere tra il bene e il male. Parlare di etica dell’AI è in realtà un modo alquanto comodo per spostare e in definitiva rimuovere la responsabilità umana.
L’etica infatti non è una proprietà del sistema di AI. Invece È una qualità del rapporto.
Tra chi progetta e chi implementa. Tra chi scrive codice e chi ne legge gli effetti. Tra chi delega e chi decide cosa non delegare mai. Come sostiene Winterson, non si tratta di demonizzare l’AI, ma di rimettere al centro l’equità nei processi di apprendimento automatico. L’intelligenza alternativa va bene, ma non a spese della creatività umana saccheggiata gratuitamente. La scrittrice afferma con chiarezza: “I tech bros devono pagare per ciò che vogliono”.
L’AI può anche scrivere letteratura. Ma noi possiamo ancora leggerla?
In questi mesi si discute molto sulla capacità dell’AI di “fare arte” o “scrivere racconti”. Il Guardian ha ad esempio ospitato qui il parere di diversi scrittori. Ma la vera domanda è forse se siamo ancora capaci di leggere in modo non passivo? Di interpretare, mettere in dubbio, dialogare con ciò che leggiamo – che sia umano o artificiale?
Perché se l’AI può imitare la forma della poesia, della narrazione, persino della malinconia, è nostra la responsabilità di leggerla con consapevolezza, di non scambiarla per un oracolo, di non usarla per saltare il pensiero, di non lasciarle in mano ciò che richiede un tocco umano.
Conclusione: uno specchio
L’AI non è un mostro. Non è un genio. Non è un poeta.
È uno specchio: riflette la complessità o la stupidità di chi la guarda. Così come i social media sono gigantesche macchie di Rorschach su cui proiettiamo le nostre emozioni, anche l’AI è, tra l’altro, un gigantesco specchio, che non solo raccoglie e restituisce le immagini con cui è stata alimentata, ma le riflette nella forma che noi, con il nostro atteggiamento contribuiamo a fargli assumere.
NB “Alcuni spunti e formulazioni presenti in questo articolo sono stati sviluppati con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale conversazionale, nell’ambito di una riflessione sull’uso etico della stessa.”