La fiducia negli incroci

C’è una scena che ogni genitore conosce. Il bambino inciampa, cade, piange. La madre lo guarda, si avvicina e inizia un piccolo canto, come un filo che cuce paura e presenza:
Ma cosa è successo al mio piccolo?
Deve fare un male incredibile, eh?
Oh povera stellina… ma lo sai che sei fortissimo?
Ma davvero, sei proprio un campione a superare questo male.
E lui – che quella voce la riconosce – si calma. Non perché il dolore sia sparito, ma perché c’è qualcuno lì con lui che lo tiene insieme.
È lì, in quella crepa piccola tra una ginocchiata e un abbraccio, che si gioca qualcosa di enorme: la possibilità di fidarsi. Non di obbedire. Non di credere ciecamente. Ma di poter pensare che l’altro – quel grande lì davanti – sappia qualcosa di utile sul mondo, su di me, su quello che sta succedendo.

Fiducia epistemica 


In termini un po’ più tecnici, questo si chiama fiducia epistemica: la disponibilità ad apprendere da un altro essere umano. Secondo la teoria della mentalizzazione, è una competenza che si costruisce lentamente, a partire dalla relazione madre-bambino. Solo se qualcuno mi ha guardato come se i miei stati mentali avessero senso, io potrò iniziare a pensare che anche gli altri abbiano qualcosa da dirmi, e che valga la pena ascoltarli.
Detto altrimenti: la fiducia epistemica è ciò che permette il pensiero condiviso. La cultura. L’apprendimento. E, volendo, anche la democrazia.

 

Trump, sfiducia e credulità 


Ora, proviamo a spostarci di qualche decennio e di qualche scala geopolitica. Nella nostra società narcisista, caratterizzata dalla vergogna e dalla svergognatezza, c’è un uomo che da anni occupa il centro della scena pubblica americana e di quella mondiale, che sembra incarnare la narcisistica inversione perfetta di questa fiducia: Donald Trump. In un editoriale sul New York Times, David Brooks definisce così il suo operato:
«Trump sta costruendo muri. Le sue politiche ostacolano non solo il flusso di merci, ma anche quello di idee, contatti, tecnologia e amicizie. […] Sta creando condizioni che alimentano una mentalità securitaria: ci stanno minacciando; è un mondo a somma zero, cane mangia cane; dobbiamo proteggere, proteggere, proteggere.»
Una cultura della sfiducia, insomma, ma anche – e questo è il punto ironico – una cultura della credulità: da un lato, diffidenza patologica verso chiunque sia “altro”, dall’altro lato, adorazione totale del proprio leader o della propria tribù. Una fiducia distorta, che non nasce dall’incontro paziente con un altro essere umano, ma da un bisogno ansiogeno di protezione e appartenenza.


Incroci e ibridazioni 

Eppure, la storia ci dice altro. Sempre Brooks ricorda che le grandi civiltà – Atene, Firenze, Vienna, New York – sono state luoghi di incroci, non di muri. E che ciò che le ha rese grandi non è stata la purezza, ma l’ibridazione: incontri casuali, scambi intensi, contaminazioni felici.

Tacito e la fiamma dell‘eloquenza


Già Tacito lo aveva intuito con la lucidità dei tempi antichi  – e il nostro prof di latino, uno di cui ci si poteva fidare proprio perché autenticamente „maestro“, ce lo ricordava sempre: „La grande eloquenza – e potremmo dire anche il pensiero vivo, la cultura – non nasce in ambienti sterili, ordinati, omogenei. Si alimenta di materia viva, di movimento, di conflitto, persino di caos. Come una fiamma, brucia e brilla solo se trova spazio, ossigeno e resistenza. Ancora una volta, incontri e magari anche scontri fecondi e facondi, fertili ibridazioni, contaminazioni impreviste e imprevedibili.

Cosmopolitismo 

Questo si chiama, scrive ancora Brooks, cosmopolitismo. „Il cosmopolita ha radici in una città e in una nazione, ma fa tesoro e impara da molti altri flussi nazionali“. Una forma matura di fiducia, che non è perdita di sé, ma esplorazione a partire da una base sicura – avventura in cui peraltro, secondo Bowlby, consiste la vita. 

 

Anywheres e somewheres


D‘altro canto, scrive Luca Angelini, nella sua rassegna sul Corriere della Sera, „non è che le élite cosmopolite siano senza colpe“, in quanto, sentendosi a casa ovunque (anywheres) „si sono ben poco curate di quelli che, per non trascurabili ragioni, faticano a strappare le radici che li legano a un singolo posto“ (somewheres), secondo la distinzione di David Goodhart. E quando questi ultimi si sentono ignorati, umiliati, esclusi, la fiducia collettiva si rompe. Nella crepa entra di tutto: rancore, slogan, algoritmi.

Cultura cosmopolita e woke 

Per certi versi, si potrebbe sostenere che alcune forme della cultura cosmopolita e poi woke, pur mosse da intenzioni etiche legittime, rischiano anch’esse di proporre un modello di fiducia non vissuta ma prescrittiva, che non sempre coincide con una fiducia realmente mentalizzante.

La mentalizzazione implica infatti una costruzione lenta e relazionale della fiducia epistemica: si impara a fidarsi non perché ci viene detto che dobbiamo, ma perché abbiamo vissuto esperienze emotivamente coerenti, come la caduta e il sostegno materno/paterno,  in cui l’altro ci ha riconosciuti come soggetti pensanti e senzienti.

In questo senso, una cultura che – per motivi anche condivisibili – prescrive a priori l’accoglienza o la validazione dell’altro rischia di scavalcare il processo emotivo e mentale che rende la fiducia autentica. Si passa, così, da una fiducia costruita (e dunque solida) a una fiducia ideologica. Ciò a sua volta può innescare: colpa o ansia di conformità in chi teme di non “sentire” abbastanza, ma anche rifiuto  o irritazione in chi avverte che gli viene imposto di fidarsi, senza che ciò nasca da un processo reale, e infine relazioni apparenti, dove l’inclusione è più di facciata che profonda.

Paradossalmente, ciò che la mentalizzazione valorizza – la comprensione dell’altro come mente distinta, opaca, imprevedibile – viene talvolta neutralizzato da una spinta a “capire subito” o a “schierarsi eticamente” in nome della correttezza. Ma il riconoscimento profondo del diverso passa anche per il conflitto, per la complessità emotiva, e perfino per l’ambivalenza.

Tornare a fidarsi 


E allora forse, nonostante i tassi e gli imperativi etici, possiamo tornare a fidarci. Non perché il mondo sia sicuro, non perché c’è un uomo/donna  forte che ci protegge in cui identificarci e nemmeno perché, eticamente, dobbiamo fidarci. Ma perché abbiamo fatto almeno una qualche volta l’esperienza che qualcuno ci ha riconosciuto, ha avuto fiducia in noi e ha creduto che quello che pensiamo, sentiamo e facciamo ha senso. Uno dei regali più belli che possiamo ricevere e dare d/alla persona con cui ci incontriamo