Circa un terzo degli uomini della Gen Z ritiene che la moglie dovrebbe obbedire al marito, una percentuale circa doppia rispetto ai baby boomer (circa 13%), rivela un recente studio statistico Altri indicatori dello stesso sondaggio mostrano che una quota rilevante di giovani uomini sostiene modelli di maschilità tradizionale (durezza fisica, ruolo decisionale maschile, minor accettazione del caregiving). Mentre solo 18% delle donne Gen Z è d’accordo con l’idea di obbedienza coniugale.
La maschilità nostalgica come difesa narcisistica
Il dato riportato nell’articolo appare a prima vista paradossale. Ci si aspetterebbe che le generazioni più giovani siano più egalitarie. In realtà questo fenomeno è coerente con un processo noto in sociologia come backlash identitario.
Quando un gruppo percepisce di perdere una posizione simbolica privilegiata, può emergere una nostalgia difensiva per un ordine passato. Questa nostalgia non riguarda necessariamente la realtà storica, ma una versione idealizzata del passato.
Nel caso della maschilità contemporanea entrano in gioco diversi fattori:
declino del modello del breadwinner maschile,
aumento dell’istruzione e dell’autonomia economica femminile,
trasformazione dei modelli familiari,
precarietà economica e identitaria delle nuove generazioni.
Per alcuni uomini giovani, la maschilità tradizionale diventa quindi una fantasia compensatoria.
In termini psicoanalitici, potremmo parlare di difesa narcisistica: quando l’identità è fragile, il soggetto ricorre a modelli di dominio simbolico che ristabiliscano una sensazione di superiorità.
L’idea che la moglie debba obbedire non è solo un’opinione morale: è una strategia psichica di stabilizzazione dell’identità.
La regressione patriarcale come fantasia riparativa
Il secondo livello interpretativo riguarda la dimensione pulsionale. Nel libro Il piacere di distruggere, elementi di fascismo democratico, che ho qui recensito viene descritta una dinamica fondamentale: la distruzione può generare un senso di sollievo psichico quando un oggetto è vissuto come minaccioso per l’identità.
Questo meccanismo appare chiaramente in molte culture digitali maschili contemporanee:
ambienti incel, “manosphere”, influencer della maschilità dominante.
In questi contesti la donna emancipata è spesso rappresentata come: manipolatrice, opportunista, responsabile della crisi maschile.
La fantasia di subordinazione femminile diventa quindi una fantasia riparativa. Non si tratta semplicemente di tornare a un ordine sociale precedente. Si tratta di annullare simbolicamente l’angoscia prodotta dall’autonomia dell’altro.
In termini psicoanalitici potremmo parlare di una dinamica che ricorda il sadismo narcisistico:
l’oggetto che mette in crisi il sé viene degradato o sottomesso. Il piacere non deriva tanto dal dominio reale quanto dal fantasma di dominio.
Il patriarcato come dispositivo anti-mentalizzante
Il terzo livello interpretativo riguarda la mentalizzazione. La mentalizzazione implica la capacità di rappresentare l’altro come soggetto dotato di mente, intenzioni e stati emotivi autonomi.
Il modello patriarcale tradizionale tende invece a ridurre l’altro a ruolo. Nel caso della relazione coniugale, la donna non viene concepita come soggetto con desideri e intenzioni propri, ma come funzione: moglie, madre, supporto dell’identità maschile.
Questo produce una riduzione della complessità mentale dell’altro. Il patriarcato funziona quindi anche come semplificazione cognitiva. Riduce l’ambiguità della relazione. Ma lo fa al prezzo della perdita di reciprocità.
Il ruolo dell’ecosistema digitale
Un elemento centrale del fenomeno è il contesto digitale. Le piattaforme social creano ambienti che amplificano dinamiche identitarie attraverso tre meccanismi principali.
Camere dell’eco
Gli algoritmi tendono ad aggregare individui con frustrazioni simili.
Questo produce radicalizzazione progressiva.
Narrazioni memetiche
Idee complesse vengono trasformate in slogan semplici e virali.
Ad esempio:
• “high value men”
• “female hypergamy”
• “male hierarchy”.
Pseudo-mentalizzazione
Molte discussioni online simulano analisi psicologica o sociologica ma in realtà rafforzano convinzioni preesistenti. Si crea una forma di riflessività apparente che blocca il cambiamento cognitivo.
Il paradosso della Gen Z
Un dato particolarmente interessante del sondaggio citato nell’articolo è che molti giovani uomini dichiarano anche di trovare attraenti le donne con successo professionale. Questa ambivalenza è tipica dei conflitti psichici profondi.
Coesistono due tendenze:
attrazione per l’autonomia femminile
desiderio di controllo su di essa.
In termini psicoanalitici potremmo parlare di una dinamica oscillante tra:
idealizzazione e dominio. L’oggetto desiderato viene contemporaneamente idealizzato e controllato.
La donna indipendente è contemporaneamente desiderata e temuta.
Una crisi della reciprocità
Forse il dato più interessante non riguarda solo il patriarcato in sé, ma qualcosa di più profondo: una crisi della reciprocità.
Le relazioni simmetriche sono una delle conquiste più raffinate della modernità. Non nascono spontaneamente. Richiedono condizioni culturali e psicologiche precise: fiducia epistemica, capacità riflessiva, istituzioni relativamente stabili e un minimo di sicurezza economica che permetta agli individui di negoziare i propri ruoli senza percepire ogni cambiamento come una minaccia esistenziale.
Quando queste condizioni si indeboliscono, la reciprocità diventa difficile da sostenere. Le relazioni paritarie sono infatti più esigenti delle relazioni gerarchiche: richiedono interpretazione, negoziazione, tolleranza dell’ambivalenza.
La gerarchia, al contrario, semplifica. Riduce l’incertezza. Stabilisce chi decide e chi obbedisce.
In questo senso, il ritorno di fantasie patriarcali tra alcuni giovani uomini può essere letto non tanto come un ritorno del passato, ma come una soluzione regressiva alla complessità della relazione moderna.
Il paradosso è che questo fenomeno emerge proprio nella generazione più digitalizzata della storia. Mai l’umanità ha avuto a disposizione strumenti così sofisticati per comunicare, informarsi, connettersi. E tuttavia proprio questa cultura tecnologicamente avanzata sembra talvolta faticare a sostenere la complessità psicologica della reciprocità.
Da questo punto di vista il patriarcato contemporaneo appare meno come una sopravvivenza storica che come una fantasia di ordine.
Potremmo quasi dire che ciò che riemerge non è il padre reale, ma il fantasma del padre (autoritario): una figura immaginaria che promette di ristabilire chiarezza, gerarchia e prevedibilità in un mondo percepito come incerto.
È il segnale di quanto sia diventato difficile, nella modernità avanzata, abitare la libertà reciproca.