Social sotto processo: quando i giudici vedono ciò che gli algoritmi nascondono

Quando i giudici vedono ciò che gli algoritmi nascondono 

Due tribunali americani — uno della California e uno del New Mexico — arrivano, attraverso percorsi diversi, alla stessa conclusione: le piattaforme social, essendo progettate per trattenere, a maggior ragione adolescenti e pre-adolescenti, possono produrre gravi danni alla salute mentale dei giovani.
A Los Angeles, dopo un processo durato due mesi, una giuria ha stabilito che Meta e Google sono da ritenere responsabili dei danni psicologici e della dipendenza da social media di una ragazza oggi ventenne che aveva cominciato a usare YouTube a sei anni, Instagram a nove e poi gli altri social. Il risultato: una dipendenza che l’ha portata a sviluppare ansia, depressione, dismorfofobia.
Non è solo la storia di una vulnerabilità individuale. È la prima volta che una giuria riconosce che quella vulnerabilità ha incontrato un ambiente, quello delle piattaforme appunto, costruito per agganciarla, trattenerla e renderla dipendente
Il verdetto parla esplicitamente di progettazione: le piattaforme non sono semplicemente state usate in modo eccessivo, ma sono state disegnate per trattenere e realizzate nonostante i responsabili sapessero del rischio di dipendenza che esse provocano. Il risarcimento — tre milioni di dollari — è quasi simbolico rispetto al passaggio concettuale che introduce.


Pochi giorni dopo, un secondo verdetto, ancora più pesante. Nel New Mexico, Meta viene condannata a pagare 375 milioni di dollari per aver danneggiato la salute mentale dei giovani utenti e per aver nascosto informazioni rilevanti sui rischi delle proprie piattaforme. Nelle carte processuali emerge un’accusa ancora più inquietante: alcune funzionalità avrebbero facilitato contesti di sfruttamento sessuale minorile, mentre l’intero sistema restava orientato a massimizzare il tempo di permanenza.


Due sentenze in pochi giorni. Un doppio colpo che, come ha scritto il The Guardian, segna un Tabacco Moment cioè qualcosa di simile a ciò che è accaduto quando le case produttrici di sigarette hanno dovuto ammettere che il fumo di sigaretta provocava dipendenza e cancro. È la fine dell’“invincibilità” delle Big Tech? In ogni caso, come ha scritto il The Guardian, è stata «the week that brought Big Tech to heel». A riportarle a terra non è stata la politica. Sono stati i giudici.


Una supplenza necessaria


Le sentenze dei due tribunali americani segnalano anche un fatto politico, cioè che la regolazione non è arrivata dalla politica ma dalla magistratura.
È una supplenza. Storicamente non è la modalità ideale attraverso cui si costruisce una governance stabile. Ma produce effetti reali: pressione per la trasparenza algoritmica, ridefinizione della responsabilità legale delle piattaforme, aumento della consapevolezza pubblica su ciò che i termini di servizio non dicono.
Le sentenze dicono: le piattaforme sapevano. Sapevano che i loro sistemi di raccomandazione trattenevano gli utenti più fragili. Sapevano che l’intermittenza dei rinforzi — like, notifiche, visualizzazioni — produceva effetti simili a quelli descritti nella letteratura sulle dipendenze comportamentali. E hanno scelto di continuare.

Zero introspezione come scelta culturale


A monte di tutto questo, però, c’è una un’ideologia culturale, che Luca De Biase nell‘ ultima puntata del suo Podcast Padroni del mondo, ricostruisce e disvela:
De Biase riporta le dichiarazioni di Marc Andreessen, venture capitalist di grande spicco, che ha affermato: «I aim for zero introspection — as little as possible», aggiungendo che tutte le idee moderne sull’introspezione sarebbero nate nella Vienna di Freud, legate a una cultura del senso di colpa.

Elon Musk, nello stesso registro, ha definito l’empatia «the fundamental weakness of Western civilization», sostenendo che sia stata strumentalizzata.

Queste non sono solo provocazioni. Sono descrizioni di un programma culturale ed operativo: meno riflessione, più esecuzione. Meno attrito interno, più velocità. Come ho sottolineato, una persona «zero introspettiva» non è necessariamente stupida o superficiale. Può essere brillantissima, rapidissima, perfino visionaria. Ma funziona riducendo al minimo lo spazio tra lo stimolo e l’azione — compresa la riflessione sulle conseguenze involontarie di ciò che costruisce.

Consapevolezza 

Quando però si vuole ridurre l’attrito interno per aumentare la velocità, si perde qualcosa di fondamentale.
Ed è qui che Freud torna utile — non come psicologo della colpa, ma come inventore di un concetto quanto mai prezioso, la consapevolezza, la presa di coscienza: l’Einsicht, la capacità di vedere il legame tra ciò che facciamo e ciò che ci muove, tra i nostri atti e i desideri, le paure, le difese, anche inconsce, che li attraversano. Se togliamo via questa consapevolezza, può darsi che possiamo divenire più veloci, ma sicuramente siamo più ciechi. È davvero utile correre senza vedere dove si sta andando a sbattere?
Al tempo stesso la consapevolezza vuole che ragioniamo con rigore scientifico ed approccio critico anche sugli effetti dei social


Il dato che ridimensiona il dibattito


Nel dibattito pubblico domina ormai una scorciatoia: più social, più disagio.
I dati raccontano una storia meno lineare, e meno rassicurante per chi cerca nemici semplici.
Uno degli studi più citati sul tema — Przybylski e Weinstein, pubblicato su Psychological Science nel 2017, su un campione di oltre centomila adolescenti britannici — misurando la relazione tra uso degli schermi digitali e benessere psicologico, hanno riscontrato un’associazione tra schermo digitale e benessere adolescenziale di tipo negativo ma scarsa. In termini statistici, l’uso degli schermi — inclusi i social media — spiegherebbe, secondo tale ricerca, solo l’1% della varianza nel benessere psicologico.


Studi successivi — in particolare quelli di Jean Twenge — trovano effetti più grandi, specialmente per le ragazze e per l’uso specifico dei social media (distinto dall’uso degli schermi in generale). La comunità scientifica non ha raggiunto consenso definitivo sul peso causale dei social sul benessere degli adolescenti.


L’effetto esiste. Non è trascurabile in assoluto, ma è limitato, e non predominante rispetto ad altre variabili come la qualità delle relazioni familiari, il sonno, le condizioni economiche. Gli stessi autori dello studio Przybylski e Weinstein descrivono un effetto «Goldilocks»: troppo uso può essere problematico, ma anche zero uso non è necessariamente ottimale. La soglia e il contesto contano più della semplice presenza.
Il dato puramente temporale di consumo social dice inoltre poco: posso stare sui social per discutere di ambiente e strategie di sostenibilità oppure per fare mobbing così come posso consultare il dizionario per trovare le parolacce o arricchire la mia cultura generale.


La posizione della commissione Lancet


Una linea analoga emerge dalla Lancet Commission on adolescent health and wellbeing, che ha dedicato ampio spazio al tema della salute mentale giovanile e dei media digitali, come avevo ampiamente riportato in una serie di post  In un passaggio chiave si afferma:
„Gli smartphone e i social media sono probabilmente solo uno degli elementi, anche se potenti, in un insieme più ampio e pervasivo di megatendenze dannose che devono ancora essere pienamente comprese o controllate.”.

Il disagio non ha una causa unica. Attribuirlo in modo prevalente ai social è una semplificazione che non spiega e che — cosa ancora più pericolosa — può distogliere l’attenzione dai determinanti reali: povertà, precarietà familiare, solitudine strutturale, assenza di spazi di riconoscimento nella vita reale.

Non è la piattaforma. È l’incontro


Se fosse solo un problema tecnologico, l’effetto sarebbe uniforme. Tutti si ammalerebbero allo stesso modo, con la stessa intensità.
Non è così.
Per capirlo, è utile tornare a John Bowlby e Mary Ainsworth, i fondatori della teoria dell’attaccamento. Fin dai primi mesi di vita impariamo un certo modo di stare in relazione — sicuro, insicuro-ansioso, insicuro-evitante — che portiamo con noi nell’età adulta e che oggi entra anche nel nostro rapporto con i dispositivi digitali.

La domanda che c’è sotto è sempre la stessa: «Se ho bisogno, qualcuno c’è?»

Le piattaforme non creano questo bisogno. Lo intercettano. Lo amplificano. Lo sfruttano. Ciò che cerchiamo — online come offline — è il riconoscimento: qualcuno che ci rispecchi, che confermi la nostra esistenza, che risponda. I social funzionano perché offrono, in forma ridotta e scalabile, qualcosa di profondamente umano.

È questo che rende la metafora della «droga» parziale. Non siamo solo vittime di uno stimolo. Siamo anche persone che cercano qualcosa di reale attraverso uno strumento imperfetto.


Oltre la vittima


Se i social sono «droga», gli utenti diventano vittime passive. Questa immagine ha una forza retorica comprensibile — ma è parziale, e può essere paralizzante.

Il paradigma della dipendenza ci lascia senza strumenti, perché presuppone che il problema sia esterno e la soluzione sia la sottrazione: divieti, limiti, schermi spenti.

Un approccio più sofisticato — che potremmo chiamare «illuministico» — significa qualcosa di diverso: rendere visibile il potere degli algoritmi senza rinunciare alla propria libertà interiore. Trasparenza esterna e consapevolezza interna come due livelli distinti ma complementari.


Trasparenza fuori, mentalizzazione dentro

Il primo è strutturale: gli algoritmi devono diventare più trasparenti, più accessibili, più controllabili. Se il loro obiettivo dichiarato è massimizzare il tempo di permanenza, abbiamo il diritto di sapere come lo fanno. Questo è un problema di regolazione, e le sentenze americane stanno iniziando ad affrontarlo.

Il secondo livello è psicologico. Quando un ragazzo apre compulsivamente il telefono, spesso non cerca contenuti. Cerca presenza. Cerca il segnale che qualcuno c’è. La vera domanda non è quanto tempo si passa online, ma se si tratta di una libera scelta e se siamo consapevoli del motivo per cui la facciamo.

Questi due livelli non si sostituiscono. Si completano

Prospettive

Non è ancora chiaro se queste sentenze segneranno la fine dei social — o almeno della forma che abbiamo conosciuto finora. Ma qualcosa è già accaduto: hanno intercettato il rimosso.
Hanno portato alla luce ciò che per anni non è stato pensato — o non si è voluto pensare — sul funzionamento reale del digitale. E così facendo ci hanno resi, se non più consapevoli, almeno meno ciechi.
Meno ciechi rispetto allo strapotere delle piattaforme.
Ma anche rispetto alla possibilità, non scontata, che le istituzioni democratiche possano ancora limitarlo.
Meno ciechi rispetto a un’ideologia che ha progressivamente svalutato introspezione ed empatia, sostituendole con velocità, efficienza, assenza di attrito — e che oggi ritroviamo inscritta negli algoritmi che abitiamo ogni giorno.
Da qui passa una doppia esigenza.
La prima è esterna: rivendicare trasparenza, accessibilità, controllabilità degli algoritmi.
Sapere come funzionano i sistemi che orientano attenzione, desiderio, comportamento.
La seconda è interna: uscire dalla comoda contrapposizione tra vittime e carnefici.
Perché se è vero che esistono ambienti progettati per agganciare la nostra vulnerabilità, è altrettanto vero che quella vulnerabilità ci riguarda.
Comprendere che cosa cerchiamo quando apriamo lo schermo — informazione o presenza, contenuto o riconoscimento — è il primo gesto di libertà.
Perché la dipendenza non si interrompe solo limitando l’oggetto. Si trasforma quando diventa pensabile.
E forse è proprio qui che si gioca la partita decisiva: non tra uomo e macchina, ma tra ciò che nella nostra esperienza resta impensato e ciò che, finalmente, riusciamo a vedere.