Il pendolo della libertà

Schiller, Fonagy e la crisi della fiducia che trasforma rivolte e leader autoritari in due facce della stessa instabilità.

«Se l’Iran inizia a sparare, sono pronto a farlo anche io. E pagheranno un prezzo elevato».
Così Donald Trump, mentre nello stesso respiro promette che gli Stati Uniti sono pronti ad “aiutare coloro che cercano la libertà”, lasciando filtrare indiscrezioni su una lista di obiettivi da colpire. In questa boutade si condensa l’intero paradosso del nostro tempo: la libertà evocata con il linguaggio della forza, l’emancipazione accompagnata dalla minaccia, la promessa di protezione che passa per la distruzione. È il pendolo di Schiller che torna a oscillare davanti ai nostri occhi, in una versione nucleare e mediatica.

 

il pendolo di Schiller tra rivoluzione e dittatura 

Schiller, scosso dagli esiti dittatoriali che aveva assunto la rivoluzione francese, aveva visto qualcosa che continua a inquietarci: quando la libertà arriva prima che gli esseri umani abbiano imparato a reggerla, non nasce una società più giusta, ma un’instabilità che chiede subito il suo contrario. La rivoluzione irrompe come una marea dopo una lunga siccità; la dittatura costruisce argini rigidi perché quella stessa acqua, improvvisamente, minaccia di travolgere tutto. E il pendolo oscilla: rivolta, ordine, rivolta, ordine. Non è solo una storia di regimi. È una storia di psiche collettive che non riescono a stare nella complessità.

 

Fonagy e la fiducia epistemica 



Fonagy, due secoli dopo, ha dato un nome a ciò che in Schiller resta implicito: fiducia epistemica. La capacità, fragile e decisiva, di considerare l’altro come una fonte possibile di verità. Non di verità assoluta, ma di qualcosa che può insegnarmi, spostarmi, cambiare il modo in cui vedo le cose. Quando questa fiducia si spezza, non perdiamo solo informazione: perdiamo il rapporto con il mondo. Tutto diventa sospetto, o al contrario tutto diventa credibile purché mi rassicuri. È in questo vuoto che il pendolo accelera.

Trump incarnazione della crisi della fiducia 

Trump, in questo senso, non è un accidente. È il volto della crisi della fiducia.  Dove le istituzioni sono vissute come bugiarde, i media come manipolatori, gli esperti come élite ostili, l’autorità che dice “fidati di me e basta” diventa stranamente liberatoria. È l’ordine che promette di chiudere la ferita dell’incertezza. Schiller lo avrebbe chiamato “forma senza vita”. Fonagy lo leggerebbe come una credulità concentrata, una fiducia malata che non si distribuisce ma si riversa interamente su una sola voce.

La rivoluzione in Iran 


Eppure, se guardiamo a quell’Iran che Trump dice di voler aiutare, verosimilmente con lo stesso metodo e con gli stessi scopi del golpe da lui messo in atto in Venezuela, qualcosa forse stona con questa simmetria. Anche lì c’è rivolta. Anche lì c’è rabbia, dolore, rischio. Ma non è una prima volta. È una storia che ha memoria. Tentativi falliti, repressioni, illusioni infrante. Come se, a forza di urtare contro il muro della dittatura e delle rivolte fallite, una società avesse lentamente imparato qualcosa su se stessa: che l’esplosione emotiva non basta; che senza legami affidabili la rivolta si dissolve; che senza parole comuni il dopo-rivoluzione diventa un altro prima.

 

L‘educazione alla libertà 


Schiller avrebbe parlato di una preparazione estetica alla libertà. Non nel senso dell’arte come ornamento, ma come capacità di stare nella tensione senza distruggerla. „Nello stato estetico l‘uomo è libero nel senso più alto“. Secondo Fonagy si potrebbe forse dire che si stanno formando, sotto la superficie, micro-spazi di fiducia epistemica. Reti, voci, narrazioni che non promettono salvezza immediata ma consentono di riconoscersi. È fragile, certo. E la repressione tenta di spezzarlo proprio lì: interrompendo internet, isolando, frantumando i legami. Perché un popolo che non può più fidarsi l’uno dell’altro torna a essere una massa oscillante, pronta a cadere di nuovo nel pendolo.

 

Due poli del pendolo o una nuova condizione?

Così oggi vediamo due movimenti opposti. In America, una parte della società, stanca di un mondo percepito come ingannevole, consegna la propria fiducia a un uomo solo, sperando che basti. In Iran, una parte della società tenta, forse per la prima volta in modo meno ingenuo, di distribuire la fiducia: tra generazioni, tra donne e uomini, tra città e periferie, tra chi parla e chi ascolta. Non è ancora libertà. Ma potrebbe essere la sua condizione di possibilità.

Schiller ci ha avvertiti: senza una trasformazione dell’uomo, la politica è solo pendolo. Fonagy ci aiuta a capire perché: senza fiducia epistemica, la libertà può diventare una responsabilità troppo grande , dalla quale, come aveva già detto Fromm, si cerca di fuggire. La domanda, oggi, non è solo se una rivoluzione riuscirà o se un’autorità vincerà. È se una società riuscirà a costruire abbastanza fiducia da non dover più oscillare tra l’una e l’altra.