Crans-Montana, scontri di confine

La strage di Capodanno a Crans-Montana ha generato shock e domande in tutta Europa. Ma il modo in cui viene narrata cambia da una cultura all’altra: tra emozione e sobrietà, il rischio è che anche il confine diventi ferita.



Media, emozioni e incomprensioni tra Italia e Svizzera

Raccontare una tragedia è sempre difficile. In Italia, in Svizzera, ovunque.
Perché ogni tragedia collettiva chiede ai media un equilibrio quasi impossibile: da una parte l’obiettività, la ricostruzione dei fatti, la necessità di capire; dall’altra il lutto e la pietas, quel rispetto silenzioso che si deve ai morti e a chi resta. Non esiste una formula che metta al riparo dall’errore. Ogni parola può risultare troppo, o troppo poco. Ogni titolo può apparire necessario o insopportabile.
Nel caso della tragedia di Crans-Montana, questo equilibrio si è rivelato ancora più fragile perché il dolore non ha attraversato soltanto una notte di festa trasformata in inferno. Ha valicato anche un confine, quello tra Svizzera e Italia, oltre che tra Svizzera e Francia. E i confini, lo sappiamo, non sono mai soltanto geografici: sono anche emotivi, simbolici, interpretativi.

Due modi di raccontare lo stesso dolore


Nei giorni successivi all’incendio, chi leggeva la stampa italiana si trovava immerso in un linguaggio fortemente emotivo, partecipe, spesso ardente. La tragedia veniva nominata con parole che portavano dentro di sé lo shock, il trauma, la domanda immediata di giustizia. Il racconto si stringeva intorno ai volti delle vittime, alle famiglie, alla ricerca immediata di responsabilità.


Chi leggeva invece la stampa svizzera incontrava più spesso un registro sobrio, procedurale, pur se gravato dal dolore: il lutto, la ricostruzione tecnica dell’accaduto, le verifiche sulle norme di sicurezza, le domande ancora aperte, il tempo dell’inchiesta.
Due modi diversi di avvicinarsi allo stesso dolore. A ciò si aggiunge il fatto che se la gioia si può condividere il dolore viene vissuto da ciascuno in modo personale e unico.
Al di là dunque della difficoltà obiettiva a comprendere il dolore individuale, vi è il rischio concreto che la differenza culturale, invece di essere compresa, venga vissuta come offesa.

Quando la sobrietà appare freddezza, e l’emozione appare eccesso

Molti italiani, davanti alla compostezza e alla riservatezza svizzera, hanno avuto l’impressione di una mancanza di sentimento, talvolta persino di un tentativo di minimizzazione, dí occultamento delle responsabilità. Come se la sobrietà fosse distanza e la fiducia nei tempi lunghi dei procedimenti giudiziari una distrazione dalla ricerca delle responsabilità immediate. Certo non ha giovato l’atteggiamento di sindaco e vice-sindaco di Crans-Montana, che hanno ammesso di non aver svolto per diversi anni i dovuti controlli, salvo poi dichiararsi vittime.

Molti svizzeri, davanti al tono emotivo e accusatorio della stampa italiana, hanno percepito invece un eccesso, una pressione ingiusta, una tendenza alla colpevolizzazione che suonava come un attacco, avvertito come incomprensibile alla luce del loro dolore per le vittime svizzere. 
È un cortocircuito tragico: la sensibilità dell’uno ferisce la sensibilità dell’altro.
E così ciò che dovrebbe essere un incontro di confine – il titolo e l’auspicio del mio blog – rischia di trasformarsi in uno scontro di confine.


Io stesso ho ascoltato svizzeri sinceramente offesi dalla tensione emotiva proveniente dai media italiani e dal tono colpevolizzante di certa stampa italiana nei confronti dell’intero sistema svizzero. Allo stesso tempo ho visto italiani risentiti e per la scelta elvetica di una comunicazione più contenuta che sembrava loro rimozione e occultamento.

Frattura istituzionale 

Dopo che i tre presidenti della Repubblica, svizzero, italiano e francese avevano dimostrato reciproca solidarietà e unità partecipando insieme alla cerimonia religiosa di commemorazione delle vittime, si è aperta invece una frattura tra Italia e Svizzera sempre più profonda. Al punto che alcuni eventi sociali e culturali svizzeri previsti per le Olimpiadi di Cortina sono stati annullati in ragione del clima „anti-elvetico“ che si respirerebbe in Italia. Di fronte poi alla scarcerazione su cauzione del proprietario della discoteca da parte delle autorità giudiziarie svizzere competenti, il governo italiano ha reagito indignato e ha richiamato a Roma l’ambasciatore. Si sa peraltro che tali gesti, molto esibiti, hanno anche lo scopo di far vedere ai parenti delle vittime che si reagisce – con il minimo sforzo – e di fare la voce grossa, quando l‘altro è piccolo. Alla nota di proteste italiana, il presidente della confederazione elvetica ha risposto affermando di capire i sentimenti dei familiari italiani ma ribadendo al tempo stesso che „in Svizzera vige la separazione dei poteri e questa deve essere rispettata. La politica non può interferire. Se sono stati commessi errori sono previste sanzioni“La tragedia, insomma, oltre a bruciare esseri umani ha bruciato anche qualcosa nel tessuto della fiducia reciproca.


Il rischio delle narrazioni troppo forti


In questo contesto, alcune derive politiche ed anche mediatiche diventano particolarmente delicate. Quando, per esempio, vengono introdotti, anche da grandi scrittori, scenari simbolicamente potenti – come certe allusioni a trame criminali o mafiose – si rischia di aggiungere benzina al fuoco: non perché il bisogno di capire sia illegittimo, ma perché il dolore aperto non sopporta facilmente narrazioni che eccedono i fatti, rischiando di strumentalizzarli.

Hofstede: una teoria per capire, non per giudicare


La teoria delle dimensioni culturali di Geert Hofstede può invece, a mio avviso, essere utile, non come etichetta, ma come lente di comprensione.
Hofstede mostra che le culture differiscono nel modo in cui affrontano alcune grandi questioni umane: l’incertezza, l’autorità, il rapporto tra individuo e comunità, il controllo delle emozioni nello spazio pubblico, l’orientamento verso il futuro.
Non esiste soltanto una differenza di stile giornalistico tra Italia e Svizzera. Esiste spesso una differenza più profonda nel modo in cui una società cerca senso quando accade qualcosa di insopportabile.


Prendiamo una dimensione centrale: quella che Hofstede chiama Uncertainty Avoidance, il bisogno – più o meno forte – di ridurre l’incertezza.
L’Italia tende culturalmente a soffrire maggiormente l’ambiguità: quando accade una tragedia, l’assenza di risposte immediate è vissuta come un vuoto intollerabile. Il racconto allora si orienta presto verso domande pressanti: chi ha sbagliato? perché non si è intervenuti? chi pagherà?
Non è soltanto desiderio di colpevolizzare. È anche un modo di rendere pensabile il caos: dare un volto alla responsabilità significa impedire che l’evento resti un puro abisso.
La Svizzera, invece, tollera più facilmente un tempo lungo dell’elaborazione. Il racconto tende a restare aderente alla procedura: prima i fatti, poi le verifiche, poi eventualmente le conclusioni. Questo può apparire freddo a chi è abituato a un linguaggio più emotivo, ma dentro quella sobrietà c’è spesso un’altra forma di rispetto: non nominare troppo presto ciò che non è ancora chiaro.


Un’altra dimensione è quella della Power Distance, il rapporto con l’autorità.
In Italia la responsabilità viene spesso percepita in modo personalizzato: ci si aspetta che qualcuno risponda in prima persona. La narrazione cerca figure, ruoli, decisioni mancate.
In Svizzera, dove la fiducia nelle procedure e nelle istituzioni è più radicata, l’attenzione si sposta più facilmente sul sistema: quali norme esistevano? quali controlli erano previsti? quali passaggi non hanno funzionato?


E poi c’è la dimensione che Hofstede chiama Indulgence vs Restraint, il diverso rapporto con l’espressione delle emozioni nello spazio pubblico.
L’Italia è un paese in cui il dolore tende a mostrarsi, a prendere parola, a cercare riconoscimento nella comunità. La Svizzera è un paese in cui il dolore tende più spesso a restare composto, trattenuto, affidato a gesti sobri.
Qui sta forse uno dei punti più delicati: ciò che per qualcuno è partecipazione, per un altro può diventare eccesso; ciò che per qualcuno è rispetto, per un altro può sembrare distanza.

Due grammatiche del dolore


La tragedia di Crans-Montana ci mette davanti non solo a una catastrofe, ma anche a un laboratorio involontario di incomprensione culturale.
Gli italiani possono leggere la sobrietà svizzera come mancanza di sentimento.
Gli svizzeri possono leggere l’emozione italiana come aggressione.
Gli uni possono sentirsi ignorati, gli altri accusati.
In realtà, forse, entrambi stanno semplicemente cercando un modo – diverso – di stare davanti all’intollerabile.
Questo articolo non ha certo la pretesa di sciogliere il conflitto tra queste sensibilità, perché il conflitto è inscritto nei modi profondi con cui le culture elaborano il dolore, la paura, la colpa, l’incertezza.
Ma si può provare almeno a guardare al dolore, già intollerabile, senza alimentarne altro.
Non per dire che una modalità sia migliore dell’altra, ma per riconoscere che esistono due grammatiche del dolore. E che il rischio più grande, dopo una tragedia, è aggiungere al fuoco reale un incendio simbolico fatto di sospetti, risentimenti, fraintendimenti.
Sforzarsi di comprendere le differenze culturali, anziché attribuire all’altro un intento malevolo non è un esercizio accademico: è un modo di non ferire ulteriormente chi è già ferito, un tentativo di capire oltre ai miei sentimenti, quelli dell‘altro. Non solo sulla base di una empatia, non sempre facile né possibile quando ci si trova sui lati opposti di un crinale. Ma in forza della fiducia di immaginare che anche l‘altro, così come io stesso, possa essere fonte di informazioni attendibili (oltre che di bias).
Davanti a un evento come questo, capire il punto di vista dell’altro non significa rinunciare alla verità, ma evitare che il confine diventi un’ulteriore ferita.

Immagine generata da LLM

Suggerimento musicale: Pierluigi da Palestrina, Sicut cervus