Processo ai social in quanto droghe sociali

C’è un paradosso istruttivo, quasi un apologo contemporaneo: mentre la ricerca discute ancora se l’espressione “dipendenza da social” sia scientificamente corretta, i tribunali americani stanno già chiedendo a una giuria di decidere se si è verificata in un caso specifico e soprattutto se le piattaforme ne sono responsabili. È uno di quei casi in cui la società corre più veloce del lessico clinico, e la giustizia prova a inseguire la biologia, la psicologia, l’economia dell’attenzione.


Dipendenza, uso problematico o comportamento abituale radicato?


Un articolo di Nature (13 febbraio 2026) racconta proprio questo scarto: una causa “pilota” in California obbliga giurati e “periti” a scontrarsi su due questioni: “social-media addiction” è un’entità clinica scientificamente dimostrata? e le piattaforme sono legalmente responsabili dei danni? Lo stesso articolo mette in chiaro che la comunità scientifica non ha raggiunto un consenso se “addiction” sia il termine e soprattutto il concetto clinico appropriato. Non è infatti (ancora) stata introdotta come diagnosi nei manuali standard die disturbi psichici (DSM e ICD), e molti ricercatori preferiscono parlare di “problematic social-media use”: uso problematico, compulsivo, dannoso—ma non necessariamente “dipendenza” in senso clinico.
Alcuni criteri “classici” della dipendenza possono essere presenti nel caso die social usati da adolescenti: uso compulsivo, sintomi simili all‘ astinenza quando si interrompe, continuazione nonostante conseguenze negative. Ma il punto chiave è metodologico: molti studi misurano solo il tempo trascorso online, mentre gli effetti dipendono dal tipo di attività (relazione, confronto sociale, contenuti tossici, supporto tra pari) e, soprattutto, dal profilo individuale. E quando si passa dalla correlazione alla causalità – depressione e ansia aumentano insieme all’uso dei social – il terreno diventa scivoloso: non sempre è chiaro se i social “causino” il disagio o se il disagio spinga a un certo uso dei social.
Nature ricorda anche un dato che suona quasi provocatorio: una revisione della letteratura condotta per le National Academies (2024) non supporta l’idea che, a livello di popolazione, i social producano un effetto univoco e massivo sulla salute degli adolescenti – pur riconoscendo che per alcuni individui l’uso eccessivo può essere dannoso. Il quadro è dunque bifronte: non “droga per tutti”, ma potenziale danno “per alcuni”, in certi contesti, con certe vulnerabilità.
Eppure mentre noi discutiamo se chiamarla “dipendenza” o “ ingrained habitual behaviour ”, (comportamento abituale radicato) se c’entri la dopamina o meno (e la ricerca è prudente anche su questo) — in un’aula di Los Angeles si sta processando l’idea stessa che le piattaforme siano costruite per catturare.

Il tribunale e la metafora: “droga sociale”

Qui entra in scena l’espressione che i media amano e i clinici guardano con cautela: “droga sociale”. „Droghe sociali“ è il titolo scelto anche da Padroni del mondo, il podcast di Luca De Biase: “I media digitali sono sotto processo a Los Angeles: secondo l’accusa creano dipendenze” nel quale il giornalista intervista anche la neuro-scienziata Ornella Corazza.
La causa simbolo ruota attorno a una giovane identificata come KGM, ora ventenne, che „ha creato il suo primo account su YouTube a 8 anni, aperto il suo profilo su Instagram a 9 anni, a 10 anni era su Tiktok, e su Snapchat a 11 anni“. Sostiene che quei social abbiano contribuito (insieme ad altri fattori) a ansia, depressione e dismorfofobia. La stampa descrive il processo come un “bellwether trial”, un caso-pilota che può orientare migliaia di azioni simili.
E già qui vediamo il cuore della faccenda: anche le difese delle piattaforme non negano del tutto l’eccesso, ma contestano la parola “addiction” e preferiscono “problematic use”, come ha fatto—pubblicamente e in aula—anche il vertice di Instagram.

Tesi 1: Trattenere sulle piattaforme è lo scopo, non un incidente

Mettiamolo in chiaro: le piattaforme sono progettate per trattenere gli utenti e a maggior ragione gli adolescenti il maggior tempo possibile sulle piattaforme stesse. Non è un complotto; è un modello economico. È una tecnologia che misura, sperimenta, ottimizza e vende i dati ottenuti dalla permanenza. Maggiore permanenza, maggiori dati, migliore resa economica. E il tribunale, oggi, non sta processando solo “il tempo” trascorso sui social: sta processando l’architettura dell’attenzione—scroll infinito, ricompense intermittenti, loop di feedback, comparazione sociale, micro-segnali di approvazione.
Su questo punto, paradossalmente, la retorica del “non è dipendenza clinica” non basta a scalfire l’evidenza: se il fine è massimizzare la permanenza, allora il “trattenere” non è un effetto collaterale: è lo scopo.
Ecco perché la parola “droga” seduce: perché dice in modo semplice ciò che molti percepiscono in modo confuso. Ma la semplicità non coincide con la precisione.

Tesi 2: l’algoritmo non cattura tutti allo stesso modo

Se fosse davvero una sostanza, agirebbe più uniformemente. Invece no. E qui entra ciò che ho cercato di spiegare in un altro post: la macchina come specchio dell’attaccamento
La tecnologia non crea dal nulla il bisogno di essere visti, rassicurati, tenuti a mente; lo intercetta, lo amplifica, lo mette in scena. La macchina “risponde” a un nostro bisogno, e quella risposta può diventare -per alcuni- una scorciatoia potente per regolare ansia, vuoto, senso di esclusione.
In un altro post avevo evidenziato che i tipi di attaccamento alle persone e dunque anche ai social sono diversi e raccontato, attraverso due figure fittizie, quelle di Laura e Marco, che l’attaccamento ansioso tende a cercare presenza e conferma in modo più incessante e quindi è più vulnerabile alla “presa” dell’oggetto digitale, mentre l’evitante può usare l’AI in modo più strumentale, controllato, “senza esporsi troppo“. Aldilà degli aspetti più tecnici, questo è il punto: la “dipendenza” non è solo nell’oggetto. È nel rapporto fra oggetto e soggetto, a seconda del tipo di attaccamento e di storia vissuta.

Tesi 3: “droga sociale” sì, ma come metafora di un legame


Se parliamo di “droga sociale” in senso letterale, rischiamo tre scivolamenti:
Riduzionismo: dopamina come passe-partout (mentre la stessa ricerca, ricorda Nature, è ancora incerta sul ruolo specifico della dopamina nell’uso problematico dei social) ovvero il sempre citato circuito della ricompensa come pass-partout (dimenticando che il circuito della ricompensa è attivato da tutte le esperienze piacevoli che noi facciamo – anche leggere questo post, se piacevole, oppure no se il lettore/lettrice si annoia)
Vittimizzazione generalizzata: tutti vittime, quindi nessuno più responsabile.
Cecità clinica: perdiamo la variabile decisiva—la storia relazionale e lo stile di attaccamento.
Se invece la teniamo come metafora, allora diventa utile: descrive l’“effetto cattura” dell’ambiente digitale, ma ci obbliga a chiederci: che cosa viene catturato? Il bisogno di attaccamento, spesso. La paura dell’abbandono, la ricerca di conferma, l’angoscia di esclusione. Cose antiche, pre-digitali, che oggi hanno trovato un oggetto sempre disponibile.

L’illuminismo necessario: algoritmi controllabili e responsabilità legale

Al di là delle incertezze cliniche, un fatto sociale, culturale e direi politico è chiaro: è tempo che le piattaforme si assumano le loro responsabilità legali (e, se del caso, penali). Un processo come quello KGM, al di là dell’esito, è già un fatto storico: la società chiede che la “scatola nera” diventi oggetto di controllo, verifica, discussione pubblica. Questo è illuminismo: rendere visibile ciò che esercita potere e soprattutto come lo esercita.  Se il business è trattenere, la trasparenza sugli algoritmi non è una concessione, è un nostro diritto di cittadini digitali.

Il secondo illuminismo: non adottare il paradigma della vittima come identità collettiva


Dall’altro lato non conviene, a mio avviso, trasformare il cittadino digitale in vittima strutturale, se non in casi particolari (patologie reali, vulnerabilità severe, minori in contesti ad alto rischio).
Perché la vittima, come categoria universale, ha un prezzo: deresponsabilizza.
E se deresponsabilizza, impedisce anche la cosa più importante: immaginare un margine di autodeterminazione.
Il discorso sull’attaccamento, invece, apre una via più matura: riconoscere la potenza dell’ambiente digitale senza negare l’agentività del soggetto. Dire: “Sì, il sistema è progettato per trattenermi. Ma io posso conoscere il mio modo di attaccarmi. Posso imparare a vedere quando cerco nella macchina ciò che temo di non ottenere dagli umani. Posso costruire consapevolezza.”
È una posizione “adulta”: non assolutoria verso le piattaforme, non colpevolizzante verso l’utente.
È, se vogliamo, una forma di igiene psichica civile: responsabilità esterna associata alla responsabilità interna.
La formula “droga sociale” funziona come titolo e come campanello d’allarme. Ma va integrata, secondo me, dall‘
Illuminismo degli algoritmi: trasparenza, controllabilità, responsabilità legale.
Illuminismo del legame: attaccamento, mentalizzazione, autodeterminazione.

Altrimenti ci resta solo una società che chiede tutela e, nello stesso movimento, rinuncia alla libertà.