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Il futuro del cervello

Quale sarà il magico futuro del cervello? Quello ipotizzato da Elon Musk che ha da poco lanciato e presentato Neuralink?

Long Neuralink piece coming out on @waitbutwhy in about a week. Difficult to dedicate the time, but existential risk is too high not to.
— Elon Musk (@elonmusk) March 28, 2017

La sua nuova società di ricerca si propone di creare nuovi dispositivi da impiantare nel cervello umano, microchip che si collegano ai neuroni per caricare/scaricare informazioni, compensare disabilità, in definitiva per fondere intelligenza umana e artificiale. Come egli stesso scrive in un recente post di waitbutwhy, le sue precedenti imprese, Tesla and SpaceX, sono al confronto poca cosa.

The other two companies aim to redefine what future humans will do—Neuralink wants to redefine what future humans will be.

Al di là dei problemi tecnici (come evitare le reazioni cicatriziali che impedivano fino a qualche tempo fa il funzionamento di impianti simili nel cervello), etici (quale protezione dell’individualità della persona in uno sviluppo che sembra procedere verso l’individuo collettivo e/o il cyborg), vi sono non meno rivelanti aspetti di metodo e sostanza da tener presente, chiarire. Nonostante l’analogia e la fin troppo spesso pretesa omologazione tra intelligenza umana e artificiale, vi sono tra le due fondamentali differenze, come evidenzia, con la sua consueta elegante chiarezza, Floridi 

is only the outcome that matters, not whether the agent or its behaviour is intelligent. Thus, AI is not about reproducing human intelligence, it is about doing without it. AI is the continuation of intelligence by other means, to paraphrase Carl von Clausewitz. A dishwasher does not clean the dishes as I do, but at the end of the process, its clean dishes are indistin- guishable from mine, indeed they may even be cleaner. The same applies to AI.

Inoltre l’intelligenza umana, meglio l’intera psiche è naturalmente e inscindibilmente incorporata “embodied” e all’interno di questo contesto – Gallese ha scritto al riguardo pagine straordinarie – va compresa. Ciò non esclude affatto, anzi invita a una collaborazione tra i due tipi di intelligenza, che sia però riflettuta e consapevole. Che tale collaborazione sia poi un’avventura affascinante e per lo stesso motivo a tratti inquietante non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

Un artista americano Trevor Paglen  – che avrebbe voluto trascorrere un periodo residenziale proprio nel laboratorio di Musk, OpenAI ed è ora a Stanford – illustra proprio gli aspetti più inconsueti di questa convivenza già ormai in atto tra noi umani e le macchine “intelligenti”. Nella sua performance Sight Machine  ci fa vedere il mondo con gli occhi degli automi e così facendo ci fa riflettere, senza moralismi e pregiudizi, sulle conseguenze di tale vita in comune

It’s trying to look inside the software that is running an AI. It’s trying to look into the architectures of different computer vision systems and trying to learn what it is that they are seeing,” … “How are they looking at images? And what are the social, ethical, economic, and political consequences of these modes of seeing, which are becoming more and more ubiquitous?

Un articolo di Cade Metz descrive bene l’atmosfera della “unsettling” performance di Paglen, in cui le emozioni della musica si alternano ai parametri psicofisici digitali degli artisti (She is 45 percent sad and 0.01 percent disgusted) rilevati appunto grazie alle macchine che li tracciano neuralmente , alle immagini elaborate da altre macchine in tutto il mondo in un costante intreccio tra sguardi umani e artificiali. In quest’atmosfera un brano musicale Different Trains diviene simbolo delle rete neurali e del loro sviluppo futuro.

Alla complessità delle reti di neuroni e dei nostri affetti si dedica Silvio Merciai, psichiatra e psicoanalista membro dell’I.P.A. e della S.P.I., che da oltre 20 anni si occupa a fondo del possibile dialogo tra neuroscienze e psicoanalisi ed ha pubblicato sul tema, insieme con Beatrice Cannella, il testo di riferimento in Italia, La psicoanalisi nelle terre di confine. L’avevo ascoltato ammirato qualche anno fa a Brescia nell’ambito del Seminario Internazionale organizzato dal Prof Imbasciati “Psicoanalisi e Neuroscienze” Lo riascolto ora con lo stesso piacere in una giornata di studio su ” Le neuroscienze nel campo psicoterapeutico” alla Clinica Psichiatrica Cantonale di Mendrisio. Sempre più aggiornato, più elegantemente profondo, amichevolmente aperto al dialogo, sempre all’insegna del confronto scientifico. Snocciola con la passione di uno studente innamorato della materia dati sul nostro cervello/mente che danno le vertigini:
170 miliardi di cellule, un milione di miliardi di connessioni e di reti funzionali, 32 milioni di anni per contare tutte queste connessioni al ritmo di una al secondo , 10-100 trilioni di batteri nel nostro organismo (2-4 Kg) [Microbiome] laddove è ormai dimostrato che i “batteri intestinali influenzano la reattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’induzione e il mantenimento del sonno non-REM; possono inoltre influenzare il tono dell’umore, la sensibilità al dolore e il normale sviluppo cerebrale”. Collega elegantemente neurobiologia, epigenetica, tecniche di visualizzazione delle strutture, funzioni e connessioni del nostro sistema cerebrale, metodologia, semiologia e psicanalisi. Nelle sue riflessioni l’inconscio assume nuovi e più scientifici contorni, senza perdere quelli freudiani originari più validi. Invita con Kandel la psicoanalisi ad assumere come riferimento fondante la biologia della mente e riafferma al tempo stesso sempre con Kandel che la psicoanalisi rimane la più coerente ipotesi interpretativa dei nostri processi mentali. È convinto con Damasio che vi sia ” un’alleanza naturale tra neuroscienze e psicoanalisi” e si auspica con lui  che “le nuove conoscenze possano cambiare lo scenario in cui l’umanità sta giocando la sua partita. Ed è proprio per questo, tutto considerato, che in mezzo a molto dolore e a un poco di gioia, possiamo comunque conservare la speranza”
Neuralink, Sight Machine, onlife, il dialogo tra nelle terre di confine tra psicoanalisi e neuroscienze sono forse modi diversi di innovare, di avvicinarsi, rimanendone sempre purtroppo/per fortuna lontani, all’infinito che è fuori e soprattutto dentro di noi, di essere appassionatamente vivi.
“Tutto quello che si deve fare è essere mentalmente vivi” (Bion)

Immagine: tratta da BRAIN Iniziative NPR