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Una sfida papale per la psicoanalisi

La rivelazione di Papa Francesco di essersi rivolto molti anni fa, in un periodo di crisi, ad una psicanalista per una (breve) terapia ha suscitato numerosi commenti favorevoli che sottolineavano il carattere radicalmente innovativo di tale gesto per una Chiesa tradizionalmente ostile alla psicoanalisi.
Mi pare che la “rivelazione” di Bergoglio possa essere anche l’occasione per una riflessione sul futuro della psicoanalisi, sulla cui scientificità aleggiano ancora profondi dubbi. Non solo da parte del fantomatico uomo della strada o del presunto irriflessivo utente di internet in preda ai più primitivi istinti (delle freudiane libido e/o destrudo). Ma anche da parte di persone che della cultura e della riflessione intellettuale hanno fatto la loro professione.
È di non molto giorni fa 14.08.17, 22:02 il Tweet di Gianni Riotta (@riotta)

Che la psicoanalisi non fosse una scienza si sapeva, ma una nuova biografia ci racconta di un Freud bugiardo e misogino a palla twitter.com/nytimesbooks/s…

Gianluca Nicoletti si è spinto
ancora più in là affermando nella sua trasmissione melog del 25 luglio 2017 che la psicoterapia non ha basi scientifiche e ha tacciato di ciarlataneria chi la esercita. Per non dire delle invettive di Corbellini contro la psicoanalisi da lui messa alla stregua delle medicine alternative. Non sono che pochi esempi di un atteggiamento assai diffuso, spesso superficialmente mascherato da pensiero critico ma in realtà convinzione indelebilmente radicata negli animi di molti, per i quali l’unica terapia psichiatrica degna di questo nome sarebbe quella a base di farmaci.
Naturalmente al bar dell’angolo o a quello Social ognuno può pensarla come vuole ma un confronto “serio e pacato”, magari anche britannicamente ironico con qualche modesta pretesa di scientificità potrebbe essere utile anche per la psicoanalisi e più in generale la psicoterapia – di cui Freud con la sua talking cure è stato il moderno inventore -, non solo per i vaccini.
Va correttamente premesso che i primi ad averlo rifiutato sono stati proprio gli psicanalisti che per decenni, forti del fascino di cui la psicanalisi godeva, si sono sistematicamente sottratti ad ogni controllo sulla scientificità della loro disciplina adducendo motivazioni in parte comprensibili in parte semplicemente arroganti se non addirittura infantili. Per non dire delle pesantissime accuse, destituite di ogni fondamento, che alcuni di loro hanno mosso (tanto per cambiare) alle madri di pazienti. Le une accusate di essere schizofrenogene (Frieda Fromm Reichmann) le altri di provocare con la loro modalità da frigorifero l’autismo (Bettelheim).
Con l’avvento delle neuroscienze i tempi e i modi della ricerca psicoanalitica sono per fortuna cambiati. Psicoanalisi, neuroscienze, cognitivismo e altri indirizzi psicoterapeutici parlano finalmente tra di loro, si confrontano, si stimolano vicendevolmente all’interno di un approccio integrato alla psiche all’insegna della complessità (e non della semplificazione). Per i profani la psicoanalisi è rimasta forse quella di Freud (o Lacan) con spolverate di recalcatiana attualità. In realtà il metodo psicoanalitico ha subito trasformazioni rilevanti sia nella sua teoria che nella pratica clinica. La ricerca scientifica ha ampiamente dimostrato la validità delle intuizioni di Freud (l’inconscio, le pulsioni, il transfert, il contro-transfert…)  e l’efficacia della tecnica psicoanalitica modificata nella terapia dei disturbi psichici. In tutto il mondo vi è una riscoperta dell’approccio psicoanalitico dopo anni di euforica esaltazione della teoria cognitivo-comportamentale. In Italia cito solo i nomi e soprattutto i lavori di Gallese scopritore dei neuroni specchio e contemporaneamente vincitore di un premio Musatti, Merciai autore con Beatrice Cannella del testo di riferimento La psicoanalisi nelle terre di confine, Lingiardi oltre che psicoanalista, straordinario divulgatore e indagatore di psicoanalisi oltre che poeta, Imbasciati organizzatore del congresso Teoria psicoanalitica e neuroscienze  e non sono che pochi esempi.
Sarebbe importante per l’innovazione della stessa psicoanalisi e del rapporto tra quest’ultima e la società e in definitiva per il benessere di tutti noi che questi testi venissero dibattuti, criticati, magari superati da nuove e ancora più innovative visioni, ma prima ancora conosciuti condivisi, divenissero patrimonio di tutti noi, aiutandoci a capire le trasformazioni della nostra era digitale e dell’inconscio  che l’accompagna.

Suggerimento musicale di Marco Ganassin @marcoganassin : Annie Lennox, How fragile we are