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Venir compresi per comprendere

Ogni cosa che ho imparato dalla viva voce dei miei insegnanti ha conservato la fisionomia di colui che me l’ha spiegata e nel ricordo è rimasta legata alla sua immagine. È questa la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo». così scrive Elias Canetti e D’Avenia, commentandolo, prosegue „Le nozioni più raffinate da sole non rendono umani, tutto dipende da come gli insegnanti si relazionano tra loro e con i ragazzi, perché, prima delle nozioni, sono le relazioni a essere generative dell’io e del sapere. È nella relazione che si impara a sentire il valore del sé come destinatario del dono del sapere.“
Possono sembrare fuori luogo queste citazioni in giorni in cui si discute, ad alta voce, di episodi di violenza tanto gravi successi in alcune scuole italiane. L‘atmosfera all‘interno delle classi è profondamente cambiata non solo dai tempi di Canetti ma negli ultimi 20 anni, i ruoli di alunni, docenti e genitori si sono radicalmente trasformati, lo stesso codice di valori, gesti e comportamenti della scuola si è progressivamente modificato all‘insegna di aspettative sempre più elevate e di un risentimento crescente, che diviene, per fortuna solo in una minoranza dei casi, aggressività aperta verso gli insegnanti.
Con l‘associazione di cui faccio parte uma.na.mente  ho avuto frequenti contatti con le scuole medie superiori negli ultimi anni in relazione al non facile tema dei disturbi psichici e della sensibilizzazione verso chi ne soffre 2° concorso letterario “strana.MENTE”. Nella maggior parte delle scuole, di tutti i tipi, con cui ho avuto a che fare, ho scoperto insegnanti estremamente motivati e disponibili e studenti curiosi, appassionati, interessati all’ascolto e al dialogo su temi non certo facili. Ma ho anche riscontrato tra i docenti una frustrazione, spesso ai limiti della disperazione. Non solo e non tanto per la penalizzazione finanziaria cui sono sottoposti ma soprattutto per le enormi difficoltà burocratiche e ancor più relazionali cui sono costretti a far fronte. Nel quotidiano i docenti si trovano soli a gestire, oltre ai programmi e alle mille impossibili regole tipicamente italiane (sono tra l’altro personalmente responsabili del controllo della sicurezza dei mezzi di trasporto e degli hotel delle in cui viaggiano ed alloggiano gli allievi!) soprattutto i conflitti relazionali con alunni sempre più fragili e genitori sempre più esigenti. Al di là della collaborazione con gli insegnanti di sostegno e degli aiuti spesso più teorici che pratici delle istituzioni sanitarie, gli insegnanti sono e si sentono soli a gestire nel quotidiano attacchi di panico, depressioni, disturbi alimentari o addirittura disturbi autistici degli alunni, nonché desideri, aspettative, esigenze di genitori che scaricano spesso su di loro la loro personale impotenza. Purtroppo in questa catena di sensi di inadeguatezza e di colpa più o meno repressi si crea un circolo vizioso in cui le difficoltà sono spesso trasformate in colpe che dagli alunni vengono scaricate sui genitori, da questi sui docenti, da loro sulla politica con interminabili accesi quanti sterili dibattiti in cui, dimenticato il problema, tutti possono sfogare la rabbia non più repressa.
Non ho alcun titolo né pedagogico né sociologico per intervenire nel dibattito. Posso solo riferire di esperienze assai positive di supervisione con i docenti, di un setting cioè professionalmente gestito da un terapeuta in cui gli insegnanti hanno la possibilità di esporre un caso, discuterne, esprimere liberamente le loro emozioni e frustrazioni, aprirsi o meno a nuovi punti di vista, divenire consapevoli di personali resistenze e punti deboli, ammetterli e integrarli insieme alle tante loro risorse. In queste esperienze di supervisione ad esempio in forma di gruppo Balint , già praticato all’estero in situazioni analoghe, si parte da una situazione concreta di rapporto docente-alunno per arrivare ai sentimenti che vi sono sottesi e ne influenzano la dinamica relazione. Non si tratta di capire chi ha torto o ragione, di chi è la colpa, quale sia il comportamento pedagogico da tenere ma di comprendere i propri ed altrui sentimenti, senza censura morale. È proprio permettendosi di mentalizzare, denominare ed esprimere le emozioni da cui siamo gravati ed influenzati che abbiamo l’opportunità di elaborarle e gestirle più adeguatamente. È appunto
l’interruzione dell’infinita catena di azioni e reazioni, sensi di colpa rimossi es agiti sugli altri per arrivare invece alla riflessione e a un comportamento meno frustrato e frustante. Un’occasione per i docenti di sentirsi capiti nelle loro difficoltà, presi sul serio, rassicurati e sostenuti. Scrive Anna Stefi a conclusione del suo bell’articolo
“I professori, né più né meno dei medici, salvano vite” e tanti tra di noi, tra cui Recalcati potrebbero confermarlo. Credo sia arrivato il momento anche per i docenti di aver diritto, come i medici, ad una supervisione.

Immagine tratta da www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com Rafal Oblinski

suggerimento musicale a cura di @marcoganassin : Shake Stew, How se See Things