L'araba fenice del Burnout

Prima c’era il logorio della vita moderna. Contro il quale un distinto signore, seduto ad un tavolino insidiato dalle auto, ci proponeva un aperitivo a base di carciofo. Poi sono arrivati i lavori logoranti, di cui parlava da una nota poltrona televisiva un impegnato politico avvolto nel suo cachemire e nella sua erre arrotata. Nonostante l’amara ironia, era facile comprendere che i poveri cristi/e che avevano iniziato a sgobbare a dodici/tredici anni tra povertà finanziaria e affettiva, logorati dalla fatica di lavori da soma, potessero essere distrutti prima dell’età pensionabile. Quando però si cercava di definire quali fossero i lavori logoranti, a maggior ragione in un paese di categorie come il nostro, non ce n’era uno che non lo fosse.
Poi è arrivato il burnout. L’aspetto, anche linguistico, è molto diverso. Ora l’accento è posto sull’ intensità di coinvolgimento intellettuale ed emotivo di lavori generalmente di grande responsabilità che provocherebbero la precoce “bruciatura” di manager e dirigenti dalle funzioni magari non meglio specificate ma che suonano comunque meglio in inglese nel contesto post moderno della globalizzazione. Il concetto di fondo è tuttavia analogo. Il malessere, psicologico e/o fisico, non è attribuibile all’individuo ma al lavoro stressante che “per se” conduce all’iper coinvolgimento e alla “bruciatura”. Il vestito semantico è tuttavia molto più raffinato e porta con sé una protezione dallo stigma del disturbo mentale. La terminologia inglese, la metafora della bruciatura (una scintilla platonica all’ennesima potenza?), l’indefinitezza semantica, nosologica e clinica elevano il burnout dalla palude dei disturbi psichici ai rarefatti cieli pindarici delle malattie professionali di gran rango. Lontano dal profano “piede del vulgo”, che si può permettere solo depressione e disturbi d’ansia, il burnout è per eletti. Nel cantone svizzero dove vivo e lavoro c’è una clinica “specializzata in burnout” che ha liste d’attesa di settimane se non di mesi. Niente di singolare, se non fosse che la diagnosi di dimissione è di depressione (con un codicillo burnout Z73.1 salva-onore) perché altrimenti le casse malati non pagano i trattamenti della clinica. Credo che tale grottesca dissociazione semantica  esprima meglio di ogni altra cosa la dicotomia che accompagna il concetto del Burnout. Del quale molto si parla ma sul quale sono stati realizzati fino ad ora pochi studi significativi. Anche per questo mi sembra di grande interesse una ricerca condotta in Svizzera che offre nuovi interessanti ed inaspettati risultati .
Lo studio svizzero condotto in Joint Research dal Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Zurigo  e dall’ETH di Zurigo mette seriamente in discussione il Bornout come malattia professionale evidenziando che i fattori predisponenti al Bornout sono assai poco legati al lavoro e molto più invece alla personalità dell’individuo, a tratti psicopatologici, ai disturbi psichici precedenti dello stesso e alla sua condizione relazionale.
Persone con un disturbo dell’umore (depressione, disturbo bipolare, distimia, ciclotimia etc) nella loro storia di vita precedente e ancor di più persone con una combinazione di un disturbo dell’umore e di un disturbo d’ansia hanno un rischio significativamente più elevato di andare incontro al Bornout. Difficoltà relazionali sono un altro fattore predittivo di Bornout mentre il matrimonio ha fattore protettivo (sic!). Fattori quali l’educazione/formazione scolastica, tempo pieno/tempo parziale, salario non avrebbero invece alcuna influenza significativa sullo sviluppo del Bornout!
La ricerca zurighese oltre che per i risultati è interessante per il metodo e la sua rilevanza statistica e sociologica. I dati provengono infatti dall’analisi di un gruppo di persone  seguito per oltre 30 anni! a partire dal 1978 attraverso 7 controlli (1979, 1981, 1986, 1988,1993, 1999, 2008) nell’ultimo dei quali è stato introdotto per la prima volta un test (Maslach Bornout Inventory, MBI) per il rilievo di sintomi di Burnout. I ricercatori hanno inoltre calcolato la prevalenza dei disturbi psichici nelle diverse occasioni di rilevazione, l’incidenza di predittori psico-sociali così come la correlazione tra MBI e sottoscale di test di psicopatologia generale. Più esattamente:
The first step of our sampling procedure for the Zurich Study involved an initial screening of 4,547 subjects (2,201 males, 19 years old; 2,346 females, 20 years old) who were con- sidered representative of the canton of Zurich in Switzerland. In the second step, we selected a stratified subsample of those participants for comprehensive face-to-face interviews…
Two-thirds of the interview cohort comprised high scorers (defined by the 85th percentile or above on the GSI) while the remaining third were ran- domly selected from the rest of the initial sample (GSI scores below the 85th percentile). From this, 591 subjects (292 males and 299 females) were chosen.
Lo studio conclude che il Burnout è associato a significativi tratti psicopatologici e che ciò vale in particolare per l’aspetto di esaurimento del Burnout
Il calcolo della prevalenza dei disturbi mentali dimostra chiaramente che varie forme di disturbi mentali possono predisporre al Burnout o rendere certe persone più sensibili allo stesso. L’ associazione è ancora più significativa con l’incremento del numero dei disturbi psichici
Beyond that, our calculation of the lifetime prevalence for mood disorders (according to DSM-3-R/-IV) prior to our assessment of burnout enabled us to clarify that various forms of mental disorders can predispose or make certain persons more vulnerable to burnout. These associations become even stronger from no disorder to one to two (previous) disorders (e.g. anxiety and depression com- bined)
anche se gli autori ammettono correttamente che:
However, this analysis was cross-sectional. As such, it did not allow for causal inferences. Therefore, we cannot say if burnout leads to a significant psychopathol- ogy or vice versa. And finally—as we could demonstrate in a previous analysis [9]—the susceptibility for affective disorders as well as for burnout might be embedded in a certain personality structure, e.g. in neuroticism.
Lo studio dimostra comunque che altri fattori, non inerenti al lavoro, sono molto più importanti per la predizione del burnout.
In conclusion we propose that the ‘‘contribution’’ of the individual (i.e., person-variables) to the onset of burnout has possibly been underestimated and the role of working conditions (i.e., environment-variables) overestimated.
Non si tratta di una sterile disputa accademica. Il rischio reale è infatti che, enfatizzando oltre misura – e oltre ogni evidenza scientifica – i fattori legati al lavoro si trascuri di fornire alle persone sofferenti, insomma ai malati, il trattamento di cui hanno bisogno (terapia farmacologica/psicoterapia) e si eviti di indagare la struttura di personalità degli stessi e la predisposizione a eventuali altri disturbi psichici. Insomma, per paura di pronunciare parole spiacevoli come depressione ansia o altro si da più comodamente la colpa al cattivo di turno (sia esso il lavoro stressante, il capo, la globalizzazione, il relativismo etico post-moderno eccetera eccetera) e non si cura il disturbo psichico di cui la persona soffre. Ma la rimozione del disturbo sotto una pregiata etichetta di comodo fa in definitiva il danno del paziente. [O secondo il vecchio adagio, il medico pietoso fa il malato il gangrenoso]. Dovremmo saperlo bene in Italia in cui l’ideologia ha avuto (ha) spesso la meglio sull’evidenza scientifica, giungendo fino alla negazione della malattia mentale.
È certo positivo, soprattutto in un panorama come quello italiano di scarsissima cultura psicologica, ogni tentativo di aiutare a cogliere per tempo segnali di malessere psichico come il corso anti-stress per insegnanti di cui dava recentemente notizia il Corriere, a condizione però di non negare l’aspetto personale, che è alla fine sempre decisivo per lo sviluppo e la risoluzione del malessere.
Concordo dunque pienamente con gli autori quando affermano:
Nonetheless, we fully understand the public’s increasing desire to label such a mental disorder as burnout instead, thereby reducing the social stigma associated with those disorders [30]. At the same time, we believe there is an increased risk for inap- propriate treatment of well-defined mental disorders.
mentre la loro considerazione socio-culturale-geografica mi sembra superata.
Surprisingly, the concept of burnout is much more popular in German-speaking countries than in countries such as France or Italy. Because German-speaking countries are currently more successful, economically, when compared with Latin-European countries, the pressures of employment and productivity might also be much more prevalent in the former locations, leading to a focus on burnout.
Purtroppo.