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Traumi

“When I Picture My Future, I See Nothing”

Con queste parole si apre il rapporto di Human Rights Watch sugli ostacoli all’istruzione dei bambini siriani rifugiati in Turchia. Vi si legge tra l’altro che più di 400.000 piccoli profughi stanno crescendo senza istruzione. Molti di loro – riferisce anche Monica Ricci Sargentini sul Corriere – cadono nella trappola del mercato nero lavorando fino a 12 ore al giorno; ma “ancora peggio va alle ragazzine che vengono date in sposa ad un turco in cambio del mantenimento della famiglia”. D’altro canto i profughi, soprattutto bambine/i ancor più se soli, sono, per la loro stessa condizione, a rischio di sfruttamento anche nei paesi europei, tra cui l’Italia. Ne dava recentemente conto Leonardo Cavaliere  Anche se formalmente assistiti da fondazioni e istituzioni dai nomi benevolenti e celestiali, i minori stranieri non accompagnati (MNSA) diventano spesso vittime dello sfruttamento economico e della prostituzione minorile mentre la loro “gestione” si può trasformare in un affare assai lucrativo per gli affaristi e gli amministratori corrotti di Mafia Capitale.
Quanto mai benvenute sono dunque tutte le iniziative di solidarietà ed aiuto ai rifugiati perché possano sfuggire a ogni sfruttamento, approfittare di tutti gli aiuti pubblici e privati e organizzarsi al meglio nei vari paesi. Molte di queste iniziative, come illustra ad es. con dovizia di link Floriana Fernando  sono digitali, create sia dalle istituzioni, che da associazioni e ngo ma anche e soprattutto dagli stessi rifugiati come la mappa collaborativa arriving in Berlin che illustra sedi e possibilità di accesso ai più disparati servizi per migranti. In Italia Mike Butcher, editor di Tech Crunch, partendo da “un gruppo di volontari disposti a collaborare per mettere il crowdsourcing al servizio della gestione dell’emergenza in Europa” ha dato vita a Techfugees Ma gli immigrati creano anche app innovative utili per tutti http://blog.startupitalia.eu/startup-migranti-lampedusa/ Oltreoceano poi – come scrive Alberto Onetti  “il 60% delle top 25 tech company ha tra i suoi fondatori immigrati di prima o seconda generazione. Tra queste le prime tre: Apple dal figlio di un siriano, Google da un immigrato russo (Sergey Brin), la stessa IBM da Herman Hollerith, tedesco di seconda generazione”.
Cosa rende allora l’emigrazione un trauma o invece una straordinaria molla per l’innovazione? Certo sono le condizioni politiche, sociali, culturali in cui avviene la migrazione a fare la differenza. Ma anche e soprattutto il significato che l’individuo finisce per attribuire alla migrazione. Il che dipende a sua volta da quello che lui/lei ha vissuto prima e vivrà dopo. Per un mio paziente proveniente da un altro continente, costretto agli orrori della guerra ancora bambino, la migrazione prima in un altro paese europeo e poi in Svizzera ha rappresentato una liberazione. Lavorare nel profondo buio delle gallerie autostradali e ferroviarie svizzere ha costituito per lui la realizzazione di un sogno, una vera e propria luce per la esistenza sua e di tutta la sua famiglia. Quando però un incidente l’ha costretto ad abbandonare il suo faticoso lavoro, il mondo gli è crollato addosso. Pur se aiutato dalle istituzioni per la riabilitazione e l’acquisizione di un’altra attività lavorativa, non ha più visto futuro. Il trauma lo ha ripreso. Ora, malfermo sulle proprie gambe lui che era il ritratto della forza, se la prende con profughi e migranti che “senza fare nulla” vogliono assistenza ed un futuro.
Non è ingratitudine. E neanche l’effetto della propaganda demagogica che, facendo leva sulla paura, conquista anche gli ex-migranti. È una conseguenza del trauma. Che per sua natura minaccia l’esistenza (fisica/psichica) , priva la vita di ogni rispetto, toglie ogni fiducia nella possibilità di un minimo di bene e in definitiva nell’umanità, sancisce la distruzione come regola unica e assoluta.
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Queste le ultime parole che avevo scritto prima di addormentarmi e di risvegliarmi sabato mattina, come tanti altri, con le notizie delle inumane stragi di Parigi. Un trauma collettivo, di cui noi percepiamo solo le onde più lontane. E già queste bastano a farci impietrire nel dolore, nella rabbia, nell’incomprensione. Il rischio di sentire la distruzione come unica e assoluta legge è sempre in agguato. Non riesco a continuare a scrivere (di immigrazione, delle sue chance dei suoi traumi, che pur non sono meno veri ed attuali). Con il pensiero alle vittime, cerco, con tutti, di continuare a credere alla possibilità dell’umano.

Gabriel Fauré: Requiem