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Influenza digitale

Mia nonna paterna è morta per l’influenza spagnola poco più di cent‘anni fa, nel 1918. Mio nonno, ancora al fronte della prima guerra mondiale come ufficiale medico, non è nemmeno riuscito a vederla prima della sua sepoltura, in una fossa comune. Mio padre si è laureato in medicina allo scoppio della seconda guerra mondiale con una tesi sui sulfamidici (il Bactrim per intenderci), i primi farmaci efficaci nella cura delle infezioni. Subito dopo arrivarono gli antibiotici. Io assisto ora alla diffusione del #coronavirus in un contesto sanitario straordinariamente avanzato in cui a seguito dell‘uso eccessivo e ingiustificato di antibiotici alcuni batteri divengono antibiotico-resistenti. Ai tempi di mio nonno le comunicazioni urgenti avvenivano per telegramma, ai tempi di mio padre per telefono. Oggi per un’immediata comunicazione pubblica e privata basta un click.
La paura del contagio rimane però nelle nostra ossa, rinfocolata anzi dalla sensazione o meglio dall’llusione di controllo onnipotente in cui viviamo e ci crogioliamo. Pur avendo a disposizione in Italia e in Europa sistemi sanitari tra i più avanzati, temiamo come se fosse la peste una forma simil-influenzale, la cui mortalità, sulla base dei dati (cinesi) fino ad ora disponibili, è di non molto superiore a quella della normale influenza

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Abbiamo a portata di click tutte le informazioni fin‘ora note sul virus, sulla sua prevenzione e sulla sua cura. Possiamo ascoltare in forma di piacevole dialogo l’opinione di una grande virologa come Ilaria Capua o altri suoi più o meno ilari colleghi. Abbiamo la possibilità di scaricare catarticamente sui social le nostre ansie, condividere le nostre preoccupazioni con i nostri simili, ma la cosa che ci riesce meglio è beccarci come i polli di Renzo, suscitare allarmi ingiustificati, rimproverarci vicendevolmente per aver fatto o meno questo o quello. Eppure social media e Twitter in particolare potrebbero essere strumenti di informazione sanitaria e di crescita personale. Numerosi studi dimostrano infatti che Twitter può essere utilizzato come fonte di informazione sanitaria o addirittura come gruppo di (auto)-aiuto per elaborare l‘ansia, stimolare la resilienza, creare un sentimento collettivo di partecipazione, superare insieme i disastri, come è accaduto ad es. per il terremoto del 2010 ad Haiti

Abbiamo l‘occasione storica di poter condividere, in una fase di emergenza, conoscenza e umanità, cuore e cervello. Certo la pancia ci suggerisce altro. Il nostro inconscio è fatto (anche) di paure (ancestrali), di impotenza, di rabbia e di invidia, di odio. Quando sentiamo minacciati noi stessi o i nostri cari, diamo, spesso, per fortuna non sempre, il peggio di noi. Certo gli appelli alla correttezza giornalistica di Arianna Ciccone/Valigia Blu  e alla responsabilità personale nella comunicazione sui social media di parole ostili sono doverosi ed encomiabili. L‘infosfera siamo noi! È inutile e addirittura dannoso per la nostra libertà, chiedere di censurare Internet e i social media, se non cambiamo noi. Ma d’altro canto, quanto abbiamo impiegato per capire che stiamo distruggendo il nostro ecosistema? Ancora adesso, quando già siamo con l’acqua alla gola, c’è chi continua a sostenere che va tutto bene. D’altro canto semplicemente reprimere questi sentimenti „negativi“, censurarli, negare la loro esistenza non può essere la strada. I tragici greci ci hanno mostrato che ignorandoli ce li ritroviamo davanti come destino. Freud ci ha insegnato a riconoscerli, a prendere atto con realismo del loro potere su di noi. Non siamo padroni a casa nostra e neanche nella rete. I greci andavano a teatro (gratuitamente) anche per liberarsi dal nodo degli insopportabili conflitti emotivi in una sorta di catarsi artistica collettiva. Freud ha inventato il Setting psicoanalitico perché possiamo elaborare gli affetti che ci affliggono con la parola (word therapy) in un rapporto di fiducia col terapeuta. Serve, forse, un nuovo Setting collettivo in cui questi sentimenti trovino posto ed espressione senza per questo inondare i social media. Twitter (in forma di gruppo chiuso) come terapia di gruppo? 

Immagine: Corona Virus

suggerimento musicale: W.A.Mozart, Così fan tutte, Eccovi il medico