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Integrare statue

„Che fare?“ È il nome del giornale che i cafoni di Fontamara, il primo e più celebre romanzo di Silone, fondano per denunciare i crimini del fascismo e cambiare, tramite l’informazione, il drammatico stato di sfruttamento cui sono sottoposti. “Che fare?” significa per loro partire dal l’informazione per arrivare alla riflessione, alla formazione di un giudizio critico prima di passare all’azione, sottraendosi in tal modo a un ordine costituito che li vedeva relegati all’ultimo posto dopo il nulla:

«In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito.»

Silone fa provare quel nulla dal quale i cafoni sono circondati e imprigionati ai suoi lettori glielo fa vivere, entrare nella pelle e nell’anima. Cambierebbe la percezione del lettore se fosse dimostrata l’infamante accusa secondo la quale Silone avrebbe fatto il doppio gioco e avrebbe segretamente passato informazioni alla e ricevuto soldi dalla polizia segreta fascista? Probabilmente sì, ma la sua opera letteraria non sarebbe meno grande né i temi cui lui dà vita meno scottanti.
Che fare allora con le statue di colonialisti, schiavisti, discussi uomini di potere, intellettuali, artisti o giornalisti come Montanelli che si sono macchiati di colpe gravi? Assistiamo in queste settimane a svariati comportamenti. C’è chi le imbratta, chi le getta nei canali, chi chiede più civilmente e democraticamente di rimuoverle. L’aspetto decisamente positivo di questo dibattito è che si scoprono, meglio, si riscoprono le radici anche razziste della nostra civiltà e ci si confronta con esse. Si tratta però di un confronto di assai breve durata se si risolve con una rimozione, meccanismo che notoriamente non giova molto alla consapevolezza. Uno storico dell’Africa Andreas Eckert, cita proprio il caso della statua di Edward Colston, impiccata (in una sorta di processo in effige) e gettata nel fiume pochi giorni fa a Bristol. Edward Colston era indubbiamente uno schiavista che ha fatto soldi sulla pelle dei neri. Parte di quei soldi li ha però donati in opere di beneficienza per la costruzione di ospedali, scuole e case per i poveri che sono divenute una parte della storia di Bristol. Naturalmente le opere di beneficenza di Colston non riducono i suoi crimini – così come le doti di giornalista di Montanelli non sminuiscono le sue colpe nei confronti della dodicenne eritrea violata. La statua di Colston avrebbe però potuto essere, se adeguatamente contestualizzata, il mezzo per mostrare e far comprendere a tutti la complessità dei processi storici e sociali da cui veniamo e che ancora portiamo dentro di noi. Rimuovere la statua di Colston – Cristoforo Colombo, Montanelli ecc – è, sulla spinta della giustificata rabbia di queste settimane, relativamente facile. Renderci conto di quanto Colston c’è ancora dentro di noi molto più difficile. Anche perché qui subentra il rischio illustrato e forse estremizzato da Finkielkraut – che cito qui nell’esposizione e traduzione di Luca Angelini – quello cioè di un senso
di colpa dei bianchi che si trasforma in impotente rassegnazione «La cattiva coscienza borghese – dice Finkielkraut – ha condotto un gran numero di intellettuali a schierarsi nel campo della classe operaia. Espiavano, così, i loro privilegi e trovavano redenzione nella lotta per l’uguaglianza. Nella sinistra radicale di oggi, la vergogna di essere bianchi ha soppiantato la cattiva coscienza borghese, ma è un privilegio attaccato alla pelle. La vergogna è, dunque, non espiabile. Per essa non c’è redenzione»
Non si tratta dunque di rimuovere statue per espiare un passato inespiabile, ma di confrontarsi quotidianamente con quelle statue perché il nostro presente, anche europeo ed italiano sia meno razzista del passato. Rimuovere le statue di discutibili personaggi ma non gli illiberali decreti sicurezza che mettono a repentaglio la vita dei “cafoni” di oggi è ipocrisia degna di Don Circostanza, l’avvocato (“amico) del popolo” di Fontamara, quello che si offre come mediatore di un accordo che stabilisce che «tre quarti scorrano nel nuovo letto del fiume, mentre i tre quarti del rimanente nel vecchio, cosicché ognuno abbia tre quarti». D’altronde i giudizi morali, per fortuna, evolvono e se giudicassimo quel che è avvenuto a Bronte con i parametri morali di oggi non credo che Garibaldi potrebbe davvero rimanere nelle nostre piazze. Più che imbrattare, abbattere o rimuovere statue, dovremmo forse integrarle metaforicamente e letteralmente. Con altre opere d’arte magari contrapposte, provocatorie, ispirate, ironiche, digitali che ci aiutino a capire cosa è cambiato da allora ad oggi e cosa può ancora cambiare dentro e fuori di noi perché nessuno sia più il “cafone“ dell’altro.

Immagine: Il pensatore di Rodin (Wikipedia)