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La (im)potenza della vittima

Siamo una nazione di vittime? Non mi riferisco qui al drammatico numero di vittime di feminicidio (112 nel 2020, circa una ogni tre giorni) o da infortunio sul lavoro (1.270 nel 2020, dunque più di 3 al giorno) per diminuire (e possibilmente azzerare) il quale facciamo ancora troppo poco. Mi domando piuttosto, sulla scorta di riflessioni tanto mie quanto altrui, se non stiamo assistendo a una celebrazione della vittima, anzi fomentando una glorificazione della vittima, tanto retorica quanto miope. Lascio la parola a Daniele Giglioli autore di una a Critica della Vittima, (Nottetempo, 2014) citato qui da Francesca Mannocchi

„La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione, debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subíto, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto.“

La dinamica perversa della glorificazione della vittima è perfettamente illustrata dal recente caso di  Malika Chalhy, la 22enne residente a Castelfiorentino: insultata e buttata fuori di casa dalla madre per il suo coming out, Malika ha dapprima denunciato la sua famiglia e, dopo qualche mese, ha reso pubblico l‘audio con gli insulti di sua mamma. Malika è così diventata oggetto di compassione nonché di due raccolte di fondi che le hanno fruttato più di 140.000 euro. Ora che Malika ha però ammesso, dopo diverse bugie, di essersi comprata una Mercedes (usata) e un bulldog da 2500 euro, a sentirsi traditi e dunque vittime sono coloro che le hanno donato i soldi.
Al di là di dichiarazioni, commenti e articoli che sfruttano l‘impatto emotivo del caso, innescando ulteriori circoli viziosi, quest’episodio mette bene in luce dinamiche e conseguenze della beatificazione della vittima nonché del vittimismo.

In primo luogo la tendenza ad agire sulla scorta di forti impulsi emotivi. Naturalmente ciò è più che comprensibile per chi è stato vittima di un trauma o comunque di un’esperienza e di un vissuto di rifiuto, discriminazione e umiliazione che mettono in discussione la sua identità e il suo stesso diritto all‘ esistenza. La denuncia della violenza subita esige d‘altro canto attivazione e coraggio da parte della vittima poiché le richiede di liberarsi dallo schema mentale perverso dell’aggressore e spesso anche dell’ambiente familiare, del contesto di crescita o addirittura di tutta una società che fa ricadere la colpa della violenza sulla vittima stessa. Ciò è ancora più vero quando si tratti di una violenza sessuale per la quale il processo viene spesso subdolamente intentato alla vittima anziché al carnefice. Dunque la denuncia è in primo luogo il rifiuto personale di accettare la perversione della violenza, liberandosi così dalla mentalità dell’aggressore che cerca di suscitare impotenza nella vittima inducendo in lei immotivati sensi di colpa. La denuncia della violenza subita è poi, in ogni caso, un atto di coraggio civile che, attraverso la punizione e dunque, potenzialmente, l’eliminazione nel tempo di comportamenti discriminatori e violenti, favorisce il concreto progresso della società.
Ma nel caso in questione la denuncia non ha sortito l’effetto desiderato dalla giovane donna che, a distanza di alcuni mesi, con la pubblicazione degli audio della madre, sembra averle voluto infliggere la pena del contrappasso: la madre, che aveva coperto di insulti, umiliazioni e minacce la figlia è stata da quest’ultima svergognata ed esposta al pubblico ludibrio. L’impatto emotivo è talmente forte che la solidarietà si traduce in donazioni concrete. La storia potrebbe chiudersi felicemente qui come nelle favole.
Ma, complici mass e social media, i benefattori apprendono che Malika fa con i soldi ricevuti quel che vuole, non li dona in beneficenza, ma li spende per sé. Qui scatta allora il “vittimismo competitivo” (competitive victimhood) dei benefattori che, donando i soldi, pensavano di avere anche acquisito il diritto di imporre a Malika la loro morale. “Brutta ingrata” avranno pensato alcuni di loro “io faccio sacrifici per donarti soldi e tu li sperperi così, anch’io sono stato vittima di mobbing, discriminazione, povertà, body shaming (etc. etc. etc. ) ma non mi sono mai concesso una Mercedes e un bulldog da 2500 Euro”.
Non intendo con ciò criticare in alcun modo i benefattori di Malika, né lodare o criticare l’operato di quest’ultima. Mi limito a constatare che rimanere all’interno di una sorta di acritica glorificazione della vittima, dunque di una mentalità vittimistica secondo la quale vi sarebbero le povere vittime da una parte e gli spietati carnefici dall’altra, non consente una vera e propria liberazione. Il vittimismo, agito ed accettato, non consente cioè alla vittima un processo di affrancamento dalla propria condizione di vittima per non essere più tale e divenire finalmente una persona autonoma che, nel bene o nel male, decide di fare quel che vuole della propria vita. Fintanto che compatisco la vittima di discriminazione, mobbing, etc etc, senza metterla in condizione di agire da persona libera e senza riflettere sulla sua e mia ambivalenza (tra bene e male, ruolo di vittima e carnefice, benefattore e beneficato), rimango nello stessa schema binario, polarizzante, dissociativo. Se come terapeuta assumo lo stesso punto di vista della vittima, “colludo” cioè con lei, non l’aiuto a superare il trauma, la rinforzo e la consolido invece nel suo ruolo di vittima, dal quale farà ancora più fatica ad uscire, anzi dal quale non vorrà, consciamente o inconsciamente, più uscire mentre io mi consegnerò, come terapeuta, alla più completa, per quanto pietosa, impotenza.
A livello sociale il fenomeno è analogo, ma ancora più ingigantito. Se la società civile, addirittura lo Stato non riesce a fare altro che celebrare nelle forme più barocche e lugubri le vittime, anziché mettere concretamente in atto provvedimenti che ne impediscano di nuove, si rassegna all’impotenza, anche se ammantata dalla retorica, peraltro trasparente quanto il vestito del re nudo. Nel contesto di tale beatificazione del ruolo della vittima, sarò indotto come cittadino a competere con gli altri non per i meriti, le capacità, la solidarietà magari anche per la furbizia ma per il grado e l’eventuale molteplicità del mio ruolo di vittima. Il vittimismo competitivo – che già normalmente agisce tra singoli, così come tra gruppi – ne esce dunque rafforzato e il meccanismo di fondo “io sono più vittima di te” può conoscere solo un gioco al rialzo.
Come mostrano gli studi sui sulle popolazioni separate da rivalità inveterate, una possibile via d’uscita è quella di una narrazione inclusiva, che, sottolineando le sofferenze di entrami i gruppi, induce una riduzione dei conflitti.

Come sempre nei casi di vittimismo , sia a livello individuale che di gruppo, la percezione delle ingiustizie subite è alterata, i ricordi negativi vengono sempre più accentuati fino al costituirsi di ruoli vittimistici fissi.
Le vittime hanno certamente bisogno in un primo tempo di veder riconosciuta l’ingiustizia o il trauma che hanno patito. Subito dopo però vanno aiutate a non essere più vittime, dunque a non sentirsi più considerate come tali, ma come uomini e donne autonome, uniche, ambivalenti, buone e cattive insieme, che ricominciano con la vita come possono e vogliono. Una delle ferite più profonde inferte alle vittime di gravi traumi è la perdita di fiducia nell‘umanità e nella solidarietà tra simili. Le vittime di traumi faticano perciò molto ad accettare l’aiuto, cui guardano con sospettosità come se fosse una rinnovata forma di controllo, se non di potenza o di abuso (ed in non pochi casi lo è). Percepiscono, a ragione, la compassione, come non indirizzata personalmente a loro, ma tutt’al più come una generica benevolenza, se non, addirittura, come un modo per liberarsi da sensi di colpa che affliggono il benefattore/benefattrice. Hanno bisogno di autenticità, non di giudizi impulsivi, positivi o negativi che siano. Spesso le vittime possono trarre giovamento da una terapia che le aiuti a riflettere sui loro impulsi anche aggressivi, a non agirli inconsciamente, a (ri)trovare la fiducia in sé stessi e nella possibilità che gli altri le accettino non in quanto vittime ma in quanto uomini e donne con le loro singolari peculiarità.

Immagine: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni