La forza delle donne

„Non esiste un caso tipico di violenza sessuale o domestica“ dice Asha Hedayati, avvocata originaria dell’Iran, da lungo tempo residente in Germania, attiva nel campo del diritto di famiglia e autrice del recentissimo „Die stille Gewalt“ (La violenza silenziosa). L’avvocata in una delle numerose interviste rilasciate in questi ultimi giorni ai Mass Media tedeschi spiega „Ci sono casi in cui le vittime si rivolgono ai consultori o alle case di accoglienza per donne. Questo significa che la separazione è già stata, per così dire, completata, e si deve organizzare il contatto dei bambini con l’ex partner violento. Poi ci sono vittime – e si tratta di casi molto delicati – che sono ancora in un rapporto di coppia (con il partner violento) e vengono (dall’avvocata) più o meno di nascosto. La domanda è se [la donna] riuscirà a separarsi e, in tal caso, come potrà essere protetta da ulteriori violenze. Ci sono poi casi che all’inizio sembrano un classico procedimento di divorzio. E poi durante la conversazione viene fuori tutto quello che è successo nel matrimonio, quanta sofferenza hanno provato le clienti e come hanno affrontato la cosa completamente da sole“.


La peculiare storia di una donna


Apprezzo molto la capacità di questa avvocata – che rappresenta principalmente donne vittime di violenza in procedimenti di separazione, divorzio e protezione dalla violenza – di saper distinguere le tante forme di violenza di cui vengono fatte oggetto le donne da parte degli uomini e di considerare ogni caso come la peculiare storia di una donna in cui immedesimarsi prima di prospettare misure di prevenzione e di tutela. Non per questo Asha Hedayati è insensibile alla violenza della società e dello Stato verso le donne. Anzi. Ha intitolato il suo libro „La violenza silenziosa“ proprio per indicare la silenziosa violenza che viene perpetrata sulle donne non solo dai partner – la cui violenza è tutt’altro che silenziosa – ma dalla società e in particolare dallo Stato. „Ciò che è silenzioso – afferma Asha Hedayati nella stessa intervista- sono queste norme invisibili, i miti e le strutture patriarcali che si manifestano nel fatto che le donne colpite devono percorrere il cammino di uscita dalla violenza completamente abbandonate dalle istituzioni statali.


Violenza di Stato

O addirittura le istituzioni alimentano questa violenza” come nel frequente caso in cui la donna, dopo la separazione, si rivolge alla polizia lamentandosi che il suo ex la perseguita e cerca continuamente di contattarla e chiedendo aiuto, mentre la polizia la invita a parlargli nuovamente. Asha Hedayati commenta seccamente: “Questo è gaslighting di Stato”. E, non meno drastica, afferma: “Per me è assolutamente chiaro che la polizia è parte del problema in quanto istituzione patriarcale-chauvinista.” Con altrettanto pragmatismo soggiunge “Tuttavia, nel mondo in cui viviamo, non posso chiedere l’abolizione della polizia perché ne abbiamo ancora bisogno per la protezione delle persone interessate. Al momento dobbiamo ancora sopportare questa contraddizione. Per evitare che la violenza si verifichi in primo luogo, dobbiamo concentrarci sulle misure preventive.” Ma Asha Hedayati ha una visione ampia, globale e lungimirante della prevenzione. Ella ritiene infatti che uno dei mezzi più efficaci per prevenire la violenza sulle donne sia la distribuzione equa del lavoro di assistenza. Spiega “Per prevenire la violenza, abbiamo bisogno di un’uguaglianza molto chiara per le donne. E questo si ottiene, ad esempio, garantendo una buona retribuzione per il lavoro di assistenza e per i lavori classicamente femminili, come l’assistenza agli anziani, l’assistenza infermieristica, il lavoro di pulizia” in modo tale che le donne non siano dunque costrette a rimanere in un rapporto solo perché economicamente dipendenti dal partner violento e sostenute in modo insufficiente dallo Stato.


La forza delle donne


Nel capitolo conclusivo (Niente utopie) del suo libro, l’avvocatessa scrive
“Quando vedo le donne coraggiose e resistenti, quando accompagno ripetutamente persone emarginate durante le loro separazioni e vedo come devono lottare per la sopravvivenza con tutte le loro forze residue, mi chiedo che cosa sarebbe possibile fare con questa energia e questo tempo se le persone interessate non dovessero utilizzarlo nella la lotta per l’esistenza. Quanta resistenza vi sarebbe a disposizione contro le strutture discriminatorie, misogine e razziste se le donne interessate non dovessero preoccuparsi di come, in quanto sole nell’accudimento dei figli/e, riuscire a prendersi cura dei propri figli e a lavorare senza impoverirsi o logorarsi completamente a causa del lavoro, spesso mal pagato, in un sistema economico che crollerebbe senza il lavoro di assistenza non retribuito o mal pagato.” Anche in questo consiste la forza delle donne – cui è dedicato un convegno a Brescia sabato 23 settembre – capaci più degli uomini di dire di no. Non a caso, la prima a dire di no è stata Eva, alla cui disubbidienza noi dobbiamo la nostra storia, che trascende l’evoluzione naturale e dà vita all’evoluzione culturale e all’innovazione. La forza di dire di no sembra inoltre legata, in particolare nella donna, alla capacità di creare il nuovo e di svolgere in tal modo un percorso che è non solo di protesta, ma di individuazione, di scoperta e creazione insieme di sé stessi.


Non sono libero finché una sola donna non è ancora libera


Alla conclusione del suo libro il pensiero di Asha Hedayati corre inevitabilmente al suo paese, l’Iran, nel quale dal settembre 2022 è in corso una rivolta, partita proprio da un femminicidio, quello della giovane Jina Mahsa Amini, la cui presunta colpa era quella di non essersi coperta adeguatamente i capelli. La particolarità della rivolta in Iran, scrive l’autrice, consiste nel fatto che, dopo quel femminicidio anche gli uomini sono scesi in piazza con le donne per i diritti delle donne, perché sanno, aggiunge Asha Hedayati “che la loro libertà e quella della società sono legate alla libertà delle donne. Hanno capito cosa intendeva l’attivista statunitense Audre Lorde quando diceva: “Non sono libera/o finché una sola donna non è ancora libera, anche se le sue catene sono diverse dalle mie”.


Immagine: Frida Kahlo, La colonna spezzata, Olio su tela, 1949” Museo Dolores Olmedo Patiño, Città del Messico