Il marketing della perdita

Nel nuovo, si sa, riponiamo le nostre speranze. Dunque anche nel nuovo anno „Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura“ scrive Leopardi nel suo celebre dialogo  giungendo peraltro, con appassionato rigore, alla nota conclusione secondo la quale „si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere.“


Il nuovo come dono

Non volendoci dunque occupare del passato, dove riteniamo preponderante il male, ci dedichiamo al futuro sperando prevalga il bene. Per certi versi attribuiamo al fato, all‘Universo, a Dio, a chi gestisce il futuro, il desiderio, che è invece nostro, di farci un dono, anzi il dono più prezioso, quello di un tempo nuovo che si trasformi in una straordinaria sorpresa. Si potrebbe dire che, nonostante la nostra razionalità e i nostri progressi con l‘AI, siamo rimasti dei bambini, che credono a Babbo Natale, a Santa Lucia, all’Anno Nuovo.



Il marketing della perdita

 


Ciò vuol dire, al tempo stesso, che il dolore che proviamo per il male che ci è toccato in sorte dev’essere ben grande se ci ritroviamo tutti gli anni a inscenare questo rito di rinascita che sappiamo destinato al fallimento. Da un certo punto di vista è una strategia estremamente sofisticata. Non ci rammarichiamo per la perdita di un altro anno della nostra vita, trascorso tra le consuete preoccupazioni e senza giungere al raggiungimento degli impossibili scopi che ci eravamo proposti. Ci attribuiamo invece non solo la volontà ma addirittura la facoltà di “lasciar passare l’anno vecchio”, come se il tempo dipendesse da noi e di prepararci all’anno nuovo, come se potessimo immaginare e influenzare il futuro. È un geniale marketing della perdita. Anziché dichiararla come tale ce la presentiamo come un dono del futuro per il quale far festa.


Il tabù della perdita

D’altronde le modalità per far fronte alla perdita non sono infinite. Quando perdiamo qualcosa (sia esso concreto o astratto, ad es una concreta speranza, una fede, un’ideologia, una nazione) e soprattutto qualcuno che ci è caro o prezioso, possiamo elaborarne la perdita in un faticoso lutto oppure rimanere avvinghiati alla persona o alla cosa persa nel dolore della depressione – oppure sfuggire alla perdita nell’onnipotenza della mania. Sono le due, rispettivamente tre modalità che Freud descrive appunto in Lutto e melanconia  Un’altra forma di perdita, però volontaria e gratuita, è il dono, di cui ho scritto a Natale. La perdita sembra dunque il peggiore dei nostri nemici, la più triste delle nostre condizioni, probabilmente perché rende ancora più evidente la nostra fragilità, con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. La perdita è in fin dei conti la metafora della nostra condizione umana, priva di certezze e contrassegnata appunto dal progressivo venir meno di quello che abbiamo ricevuto in sorte (o dono) e di ciò che noi stessi abbiamo faticosamente costruito. Non è allora poi così strano che vogliamo catarticamente far festa di fronte alla salma dell’anno trascorso, così come in tante culture il funerale si chiude con il banchetto funebre


Una forma collettiva di mania

A rigor di logica il nostro desiderio di far festa per l’anno nuovo è molto vicina alla negazione onnipotente e maniacale della perdita di cui scrive, come già detto Freud. Nel caso della mania, come nell’ebbrezza, il superamento è però illusorio: tutto sembra risolto e “una grande quantità di energia si rende così disponibile, generando un ingannevole senso di vitalità e di euforia” Quando l’euforia maniacale diventa collettiva diviene rito, dunque socialmente accettato, incoraggiato e adeguatamente commercializzato.
Brindare dunque e danzare maniacalmente negando la perdita, soffrire dolorosamente per l’incessabile scorrere del tempo, prendere saggiamente congedo dalle gioie e dai dolori dell’anno trascorso gettandoli in un fuoco purificatore? Condividere con chi ci ama la gioia e il dolore o sottrarsi al mondo? Thierry, il mio cane, non ha dubbi, stare in pace, alla larga da petardi, botti e fuochi d’artificio. E poi noi saremmo i saggi/le sagge.

Buon Anno!