Quando il potere fa paura – e quando il coraggio è dire basta

Questo articolo prosegue la riflessione avviata in Il pendolo della libertà. Se lì osservavo le oscillazioni storiche tra caos e tirannia, qui mi soffermo sul ruolo della paura come strumento del potere. Dall’Iran all’Europa, ciò che è in gioco non è solo la libertà, ma la possibilità di pensarla e difenderla insieme. Perché senza un noi, il pendolo prosegue nella sua oscillazione che rischia di apparirci come un destino inevitabile.

Tacito lo aveva capito con una lucidità che attraversa i secoli: utque potentia metu crevit. Il potere cresce facendo paura. Non convincendo, non dialogando, non riconoscendo, ma intimidendo. La paura non è un effetto collaterale del potere: è uno strumento deliberato, una tecnica di governo. Cambiano i contesti storici, cambiano i mezzi, ma il meccanismo resta sorprendentemente stabile.

In Iran la paura ha il volto più crudo e immediato: i cadaveri dei manifestanti uccisi imprigionati in anonimi sacchi neri, impiccagioni pubbliche, lutti che saturano lo spazio psichico prima ancora di quello politico. Quando il dolore diventa così totalizzante, non resta margine per pensare insieme. Non perché manchi il desiderio di libertà, ma perché il trauma occupa tutto. È come tentare di parlare sottovoce in una stanza in fiamme.

In quei contesti, la paura non paralizza soltanto l’azione: frantuma lo spazio mentale condiviso. Ognuno resta solo con il proprio terrore, con il proprio lutto, con la propria vigilanza. Il potere lo sa, e insiste. Perché una società che non riesce più a pensarsi come noi è una società che può essere governata senza legittimità.

Ma sarebbe un errore grave pensare che questa tecnica di potere sia confinata ai regimi autoritari o lontani. Le forme cambiano, la logica no.

Negli Stati Uniti di Trump la paura assume spesso tratti più subdoli, apparentemente “razionali”. Non l’impiccagione, ma la punizione economica. Non la repressione diretta, ma la minaccia. I dazi usati come ritorsione contro Paesi “colpevoli” di non allinearsi: dazi del 10 % ora – e in futuro del 25% – imposti dall’amministrazione Trump ai Paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia come gesto di solidarietà nei confronti della Danimarca. Le pattuglie dell’ICE che presidiano quartieri e luoghi di lavoro per far paura ai migranti, rappresentati come presunti delinquenti. Scene che, per chi ha memoria storica, non possono non evocare le squadracce fasciste: non per identità storica, ma per funzione simbolica. Rendere visibile la forza per indurre obbedienza, creare insicurezza per governare.

È qui che la paura torna a dividere. Divide “noi” da “loro”. Divide cittadini “per bene” da corpi sospetti. Divide Stati “fedeli” da Stati da punire. E soprattutto divide il pensiero fino ad annullarlo: perché quando si ha paura, si smette di ascoltare, di dubitare, di riconoscere l’altro come interlocutore.

Lo avevo già scritto: la paura è il contrario della mentalizzazione. Dove domina la paura, l’altro non è più una mente, un individuo, ma una minaccia o un disturbo da sopprimere.

Eppure, oggi, qualcosa di diverso è possibile. Non garantito, non facile, ma possibile.

A differenza dell’Iran, in Europa esiste ancora uno spazio mentale e politico per il we mode, per quel pensare insieme che non cancella le differenze ma le tiene in relazione. Le recenti dichiarazioni di António Costa, Ursula von der Leyen, di Roberta Metsola e di altri leader europei, se saranno seguite dai fatti, potrebbero essere qualcosa di più che sterili esercizi retorici. Forse possono essere diventare tentativi – ancora fragili – di riaffermare un noi europeo capace di dire dei no.

Perché prendere posizione, insieme, contro la prepotenza e il rischio di tirannia incarnato oggi da Trump non è ideologia: è responsabilità storica. Ed è qui che la neutralità diventa una forma elegante di complicità.

Non mandare soldati in Groenlandia, come ha fatto l’Italia, non è prudenza. È vigliaccheria. Parlare di un eventuale intervento solo “nel quadro della NATO” è il modo più elegante per non decidere. Una formula che scarica la responsabilità sul collettivo e permette di restare prudentemente defilati, evitando di dire apertamente ciò che pesa davvero: il timore di dispiacere a Trump.

La storia europea dovrebbe averci insegnato che le grandi svolte autoritarie non arrivano mai all’improvviso. Prima dell’Anschluss dell’Austria e dell’occupazione di Boemia e Moravia, ci furono silenzi scambiati per prudenza e concessioni scambiate per realismo. La storia, poi, ha mostrato il conto.

Certo, il rischio esiste: opporsi alla prepotenza usando la stessa logica dell’equivalenza, dello scontro simmetrico, della forza contro la forza. Ma c’è una differenza fondamentale tra il dire “basta” insieme e il replicare la violenza con altra violenza. Dire basta significa ristabilire un limite, non imporre una dominazione. Significa riaffermare che il potere non può fondarsi sulla paura senza distruggere il legame sociale che pretende di governare.
Il pendolo della tirannide non va rimesso in moto. È proprio il suo oscillare meccanico ad averci condotti fin qui. Oggi il compito non è spingerlo, ma spezzarlo: interrompere la logica della paura e della prepotenza prima che si ripresenti, ancora una volta, come destino inevitabile.

Immagine: Caspar David Friedrich, Due uomini che contemplano la luna