Una lingua senza corpo

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il nostro rapporto con la scrittura. Strumenti come ChatGPT, Gemini, Claude vengono ormai utilizzati quotidianamente per scrivere email, articoli, relazioni e persino presunte opere letterarie. Questa trasformazione offre opportunità straordinarie, ma solleva anche interrogativi inquietanti. Che cosa accade alla nostra lingua quando affidiamo sempre più spesso alle macchine il compito di trovare le parole al posto nostro? E che cosa resta della creatività umana in un mondo nel quale uomini e macchine sembrano scrivere sempre più nello stesso modo?
La questione non riguarda soltanto il futuro della tecnologia. Riguarda soprattutto il futuro della nostra capacità di esprimerci, di raccontare il mondo e, forse, persino di comprenderlo. Perché la lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione: è il luogo nel quale prendono forma i nostri pensieri, le nostre emozioni e la nostra esperienza. Se cambia la lingua, dunque, cambia inevitabilmente anche il nostro modo di essere umani.


Chi ha scritto queste righe?


Ma, un momento… Chi ha scritto queste righe? Io o ChatGPT? Siete proprio sicuri di saperlo? Claire Hardaker, professoressa di linguistica forense all’Università di Lancaster, afferma, sulla base di ripetuti studi, che riusciamo a dare la risposta esatta solo nel 60% circa dei casi. Come riporta il Guardian in un approfondito articolo sul tema “Come l’AI sta cambiando la lingua” , la docente ha anche creato un test online, Bot or Not, nel quale chiede agli utenti di identificare in una serie di 15 recensioni di hotel quelle scritte dai bot e quelle umane. Provare per credere

Una lingua che funziona come un orologio svizzero


L’articolo del Guardian rileva innanzitutto quello che ognuno di noi nota quando legge i testi prodotti dai comuni LLM: quella che essi generano è una lingua appiattita. In italiano, i segnali sono leggermente diversi da quelli individuati per l’inglese. La prosa tipica dei modelli linguistici tende, comunque, ad avere alcune caratteristiche riconoscibili: è eccessivamente ordinata, ama le opposizioni simmetriche, le triadi, le conclusioni che ricapitolano ciò che è già stato detto, le metafore prudenti, le domande retoriche.
Se volessimo individuare un tratto comune, si potrebbe dire che la lingua degli LLM tende a eliminare gli attriti: È una lingua nella quale tutto scorre ordinatamente, ogni paragrafo conduce educatamente al successivo, ogni contraddizione viene composta, ogni ambivalenza spiegata.
Direi che è una lingua senza inciampi, nella quale le parole si succedono con l’ordinata sequenza di un orologio svizzero. D’altro canto, quanto generato dai modelli linguistici di AI è appunto una successione di probabilità statistiche che s’ingranano le une con le altre proprio come i meccanismi degli orologi – e le cosiddette allucinazioni sono tali solo perché noi ci ostiniamo a voler trovare un senso logico ovvero la sua presunta assenza in una successione che è solo probabilistica. Ma proprio per lo stesso motivo la lingua degli LLM rischia di diventare una lingua senza voce.


Cultural Ghosting


L’articolista del Guardian, David Shariatmadari che è anche l’editor dei libri di saggistica del Guardian e autore di Don’t Believe A Word: The Surprising Truth About Language, evidenzia inoltre come l’appiattimento e la standardizzazione della lingua degli LLM non cancelli solo le sfumature e gli attriti, ma rischi di cancellare, in una sorta di cultural ghosting, anche le differenze linguistiche: dialetti, costruzioni eccentriche, interferenze linguistiche, idioletti personali. Così come tende ad omogenizzare il pensiero, l’AI svolge sulla lingua un’analoga opera di eliminazione delle posizioni più divergenti, accentuando la standardizzazione anziché la varietà e la diversità. David Shariatmadari parla esplicitamente di una lingua beige, che di per sé non è un brutto colore. È semplicemente un colore che difficilmente disturba qualcuno. Non a caso è il colore prevalente nell’abbigliamento delle comitive e dei gruppi di turisti, non me ne vogliano, ma devo dirlo, soprattutto tedeschi.

Una lingua rivolta all’indietro


La lingua degli LLM è inoltre una lingua, non politicamente, ma strutturalmente conservatrice. Né può essere diversamente. L’AI generativa è, per sua natura, retrospettiva. Anche quando produce qualcosa che sembra nuovo, lo produce sulla base di ciò che è già stato scritto. Si potrebbe dunque sostenere che l’intelligenza artificiale genera mentre l’essere umano crea. Per non lasciare questa affermazione troppo apodittica e dunque troppo vicina al linguaggio fin troppo simmetrico dell’AI, è bene rifarsi a George Steiner, che nel suo Grammatiche della creazione si domanda che cosa significa creare? E, soprattutto, che differenza c’è tra creare, inventare, scoprire, produrre e combinare?


Combinazione e creazione


Steiner sostiene che creare non vuol dire semplicemente generare qualcosa di nuovo ma dar forma, come ha fatto ad esempio Dante, a una una nuova possibilità del linguaggio e dell’immaginazione. Prima di Dante, la Divina Commedia non era una possibilità prevedibile contenuta nella letteratura precedente.
Dante è probabilmente l’esempio più radicale perché nella Commedia convergono diverse forme di creazione. Innanzitutto, Dante crea un mondo. Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono semplicemente descritti, acquistano una tale necessità interna che, durante la lettura, sembrano preesistere al poeta e diventano necessari. Questa è proprio una delle caratteristiche fondamentali della grande creazione secondo Steiner: ciò che è stato creato, una volta esistente, sembra necessario. Per una sorta di straordinario paradosso, ciò che prima non c’era, dopo, non riusciamo più a immaginare che non ci sia. La Nona Sinfonia di Beethoven non era deducibile dalle otto precedenti. Ma dopo Beethoven ci sembra quasi inevitabile. La relatività non era deducibile linearmente dalla fisica ottocentesca. Ma dopo Einstein cambia il nostro modo di pensare spazio e tempo. La creazione produce, retrospettivamente, la propria necessità.
Dante non crea soltanto un’opera. Crea una lingua, non si limita a usare l’italiano, contribuisce a crearlo per poter dire cose che quella lingua, prima, non aveva mai detto. Quindi Dante forza continuamente la lingua oltre i propri limiti, creando parole, mescolando registri, introducendo latinismi, neologismi, termini tecnici, espressioni popolari. Se gli LLM tendono statisticamente verso il centro, Dante va verso i bordi e li oltrepassa. Gli LLM cercano la parola probabile. Dante cerca la parola che ancora non esiste.


Trasumanar


Uno dei casi più straordinari è :
«Trasumanar significar per verba
non si poria» Paradiso, I, 70-71.
Dante deve descrivere qualcosa per cui la lingua non possiede una parola: andare oltre l’umano. E cosa fa? La crea. Trasumanar. Ma la cosa ancora più straordinaria è che Dante dice contemporaneamente che questa esperienza non può essere espressa attraverso le parole.


Creazione artistica e scoperta scientifica


Per inciso, Steiner ritiene che anche nelle grandi scoperte scientifiche avvenga qualcosa di simile e cioè che la scoperta scientifica non sia semplicemente la conseguenza lineare di ciò che c’era prima ma condividerebbe con l’arte un misterioso momento di salto.
Tornando ora all’AI e alla lingua degli LLM, possiamo riprendere la distinzione di Steiner secondo il quale la combinazione produce qualcosa di nuovo all’interno dello spazio delle possibilità esistenti mentre la creazione modifica lo spazio stesso delle possibilità. È a questo punto evidente che la caratteristica dell’AI è quella di generare una combinazione probabilistica all’interno dello spazio delle possibilità esistenti mentre la creazione umana modifica appunto lo spazio stesso della possibilità.


Una lingua senza corpo


Ma da dove nasce questa capacità di forzare i confini del già pensato e del già detto? Sarebbe probabilmente ingenuo cercarne l’origine in un misterioso soffio creativo. Una possibile risposta viene dalle neuroscienze e dalla fenomenologia contemporanee. Ne Il Sé digitale, Vittorio Gallese riprende da Merleau-Ponty l’idea che «il corpo è il veicolo dell’essere al mondo» e contrappone all’immagine di un cervello isolato quella di un sistema cervello-corpo-ambiente. Non comprendiamo il mondo osservandolo da fuori e traducendolo successivamente in rappresentazioni mentali. Lo incontriamo con un corpo capace di agire, sentire, muoversi ed entrare in relazione.
È in questa prospettiva che Gallese colloca la simulazione incarnata, quel «meccanismo preriflessivo di comprensione intersoggettiva» attraverso il quale comprendiamo le azioni degli altri attivando gli stessi circuiti che utilizzeremmo per eseguirle. Il sistema motorio, dunque, non è soltanto esecutivo, ma anche percettivo. Comprendere non significa semplicemente elaborare informazioni. Significa, prima ancora, far risuonare il mondo attraverso il corpo.
Io non comprendo il dolore perché conosco la definizione del dolore. Lo comprendo all’interno di un sistema corporeo che può provare dolore. Gallese ci permette di formulare una nuova ipotesi rispetto alla domanda di Steiner sulla creazione: come può apparire qualcosa che prima non c’era? perché l’essere umano non si limita a elaborare concettualmente il mondo, ma lo incontra attraverso un corpo che agisce, sente e risuona con gli altri.

Eccedenza dell’esperienza rispetto alla lingua


C’è un’eccedenza dell’esperienza proveniente dal corpo rispetto alla lingua, il ché porta alla necessità di forzare la lingua e da qui alla creazione. L’LLM percorre, almeno allo stato attuale, il cammino inverso: dalla lingua esistente ricava le regolarità statistiche, il ché porta alla combinazione e alla nuova generazione linguistica che nasce appunto «senza corpo».

Pensare il Sé, secondo quanto proposto da Gallese, come una «costruzione dinamica che emerge da pratiche relazionali, percettive e affettive» ci permette di comprendere meglio anche il patto implicito tra scrittore e lettore di cui parla Gary Shteyngart, romanziere che insegna scrittura creativa alla Columbia University, nel suo articolo sul Guardian. Lo definisce quasi una fusione mentale con un altro essere umano mentre l’AI, invece, offrirebbe solo il simulacro di una coscienza. Gallese ci consente di andare oltre la parola «coscienza». Nella lettura non incontriamo semplicemente una mente. Incontriamo indirettamente un corpo che ha incontrato il mondo. Quando leggiamo Proust, Kafka o Dante entriamo in contatto con la vita di un corpo e la sua storia percettiva, affettiva, relazionale.
Forse la letteratura nasce proprio in questo intervallo: tra un corpo che incontra il mondo e una lingua che non è mai del tutto sufficiente a raccontarlo. L’intelligenza artificiale, invece, comincia dall’altra parte. Comincia dalle parole, dietro le quali tuttavia non c’è nessun corpo.