Immaginiamo una mappa in cui, arrivati a un certo punto, la strada si interrompe. Non perché il territorio finisca, ma perché cambia il modo di disegnarlo.
Fino a quel punto, il percorso è tracciato: si vedono i segnali, le deviazioni, le prime crepe. Poi, all’improvviso, la linea si spezza. Qualche chilometro più avanti, la strada ricompare. Ma nel frattempo non sappiamo cosa è accaduto.
Nella salute mentale in Italia, quel punto in cui la mappa scompare è la transizione tra l’adolescenza e la maggiore età, i diciotto anni.
Sotto quella soglia, il disagio psicologico cresce, si diffonde, si stratifica. Sopra, entra nei numeri ufficiali della sanità pubblica. Ma tra le due cose – tra ciò che accade prima e ciò che viene registrato dopo – si apre una frattura che non è solo statistica. È una frattura di sistema.
Il rapporto sulla salute mentale 2024
I dati più recenti del Ministero della Salute, raccolti nel rapporto sulla salute mentale 2024, parlano chiaro: oltre 845.000 persone sono state seguite dai servizi specialistici, con più di 270.000 nuovi utenti in un solo anno. Una domanda ampia, stabile, strutturale. Ma con un limite decisivo: il sistema informativo nazionale considera solo i maggiorenni.
I minori, semplicemente, non ci sono.
Non perché non esistano i dati, ma perché non sono integrati. Le informazioni sui bambini e sugli adolescenti sono raccolte nel flusso della neuropsichiatria infantile e nelle indagini dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISTAT, ma non confluiscono in un sistema unico e continuo. Il risultato è che il Servizio sanitario nazionale osserva separatamente ciò che, clinicamente, è un processo unitario.
Eppure è proprio lì che il problema comincia.
Le indagini dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che tra gli 11 e i 15 anni fino a un terzo delle ragazze riferisce sintomi psicologici ricorrenti: ansia, irritabilità, tristezza, alterazioni del comportamento alimentare. L’ISTAT conferma, nella fascia 14–19 anni, un peggioramento del benessere mentale e un aumento dell’insoddisfazione per la propria vita, accentuati dopo la pandemia.
Non si tratta ancora, in molti casi, di diagnosi.
Ma è già domanda di contenimento, di relazione, di significato.
È colpa dei social
E tuttavia, nel dibattito pubblico, questa complessità viene spesso compressa in una spiegazione unica, rassicurante nella sua semplicità: i social network.
I social diventano così la causa di ogni male.
Una narrazione efficace, perché individua un colpevole chiaro.
Ma proprio per questo, rischia di essere una scorciatoia.
Perché i dati non raccontano una causa unica, ma una convergenza di fattori: cambiamenti nei contesti familiari, pressione scolastica, incertezza sociale, isolamento, fragilità dei servizi territoriali. I social amplificano, accelerano, talvolta deformano. Ma trasformarli nella causa significa evitare la domanda più difficile: perché quel disagio trova lì un terreno così fertile?
Soprattutto, questa narrazione ha un effetto collaterale:
sposta l’attenzione dalle cause alla colpa, e dalle soluzioni alla denuncia.
L’AI come rischio anziché come risorsa
Accade qualcosa di analogo anche con l’intelligenza artificiale. Si discute – giustamente – dei rischi: l’uso dell’AI come “coach” emotivo, la dipendenza da risposte immediate, l’illusione di una relazione senza relazione. Ma molto meno si discute di un’altra possibilità: quella di integrare queste tecnologie dentro percorsi di cura reali.
Eppure è qui che si gioca una partita decisiva.
Il problema non è se i giovani useranno o meno il digitale, l’AI per parlare di sé. Lo stanno già facendo. Il problema è se il sistema sanitario sarà in grado di intercettare questo movimento, orientarlo, integrarlo. Se l’AI resterà una risposta parallela e solitaria, o potrà diventare una risorsa all’interno della relazione terapeutica, uno strumento di continuità, di monitoraggio, di sostegno tra un incontro e l’altro. La questione non è se l’AI sostituirà la relazione ma se verrà lasciata fuori dalla relazione terapeutica o se potrà diventarne un’estensione, uno spazio intermedio tra un incontro e l’altro.
In altre parole: se il digitale sarà solo un rischio, o anche una possibilità di sostenibilità.
È in questo scarto tra ciò che accade prima e ciò che il sistema registra dopo che si produce l’effetto più visibile.
Alcuni dati sui giovani
Nel rapporto 2024, la fascia 18–24 anni rappresenta circa il 9% degli utenti complessivi, ma quasi il 14% dei nuovi accessi. Ancora più significativo: i tassi di primo contatto con i servizi sono tra i più elevati in assoluto, superando i 100 per 10.000 abitanti nelle giovani donne.
Non è un’esplosione improvvisa.
È una transizione mancata.
Il disagio che si forma prima dei 18 anni emerge dopo, quando diventa finalmente visibile al sistema. Ma a quel punto la presa in carico è spesso incerta: quasi la metà delle nuove diagnosi (44,9%) resta “in attesa di definizione”. Un dato che segnala non solo cautela, ma anche difficoltà a costruire rapidamente un inquadramento clinico stabile. E, soprattutto, solo una minoranza dei pazienti riceve interventi psicologici o una presa in carico realmente multidisciplinare.
Non è solo un problema di accesso.
Tra gli utenti con disturbi psichiatrici gravi, appena il 2,2% riceve almeno una prestazione psicologica nell’anno, e solo il 9% è seguito da più di una figura professionale. Proprio mentre aumentano complessità e precocità dei quadri clinici, la risposta resta spesso poco integrata, poco multidisciplinare.
Anche la continuità tra servizi resta fragile. In teoria, il passaggio tra neuropsichiatria infantile e servizi per adulti dovrebbe garantire una presa in carico senza interruzioni. In pratica, non esiste una rete strutturata di servizi di transizione: il passaggio avviene spesso come trasferimento amministrativo, proprio nel momento più delicato dello sviluppo.
Il risultato si riflette anche nei percorsi ospedalieri: le riammissioni non programmate entro 30 giorni raggiungono il 14,3%, segnalando difficoltà nella continuità della cura tra ospedale e territorio.
Si potrebbe dire che il sistema regge.
Ma regge in equilibrio molto instabile.
Il contesto europeo
Se si guarda al contesto europeo, il quadro si chiarisce ulteriormente. Secondo i dati dell’OECD, circa il 20% dei giovani presenta problemi di salute mentale e la spesa pro capite è generalmente compresa tra 100 e 200 euro, mentre in Italia si ferma intorno ai 75 euro.
Non è solo una questione di risorse.
È una questione di priorità.
La salute mentale dei giovani non è un tema settoriale. È un indicatore della qualità complessiva di una società: della sua capacità di prevenire, di accompagnare, di trasformare il disagio prima che diventi patologia.
Perché oggi il rischio non è soltanto quello di fare troppo poco.
È quello di fare troppo tardi.
Il vuoto
I dati del 2024, in fondo, descrivono un vuoto.
Un vuoto tra infanzia e età adulta.
Un vuoto tra prevenzione e trattamento.
Un vuoto tra ciò che sappiamo e ciò che misuriamo.
Per questo, la risposta non può limitarsi a individuare rischi o a moltiplicare allarmi.
E neanche a ripetere, come litanie, elenchi di cose da fare che sappiamo benissimo sarebbero necessarie ma difficilmente si traducono in cambiamenti reali.
Serve intercettare il disagio quando è ancora linguaggio e non solo sintomo, rafforzare i servizi territoriali, aumentare la presenza di psichiatri, psicologi, educatori, figure della riabilitazione, integrare i sistemi informativi per seguire i percorsi nel tempo, costruire vere strutture di transizione tra i 16 e i 24 anni, non passaggi burocratici.
Proprio perché queste misure – note, condivise, ripetute da anni, eppure inattuate – faticano a tradursi in cambiamenti reali, diventa ancora più urgente utilizzare tutte le innovazioni disponibili, comprese quelle digitali, non solo come oggetti di preoccupazione, ma come risorse integrate nei percorsi di cura.
Perché il vuoto non sia anche tra ciò che temiamo della tecnologia
e ciò che potremmo fare con essa.
Suggerimento musicale: Myles Smith, Stargazing