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Confini

Il saldo migratorio Italia-Svizzera nel 2013 è stato di 12.400 persone, cifra che fa dell’ Italia il secondo paese europeo per emigrazione verso la Svizzera, dopo il Portogallo. “Più del 60% degli immigrati europei va infatti in Svizzera per lavorare” e “nel 2013 il saldo tra ingressi e uscite di cittadini comunitari è stato di 66.200, il livello più alto dal 2002“,
anno dell’introduzione dell’accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea. Lo stesso accordo che il popolo svizzero con il referendum del febbraio scorso ha deciso di abrogare e di rivedere introducendo i “contingenti”.
Per la Svizzera è il paradosso di un successo industriale e sociale che anziché far piacere, fa paura ai propri cittadini.
Per l’Italia è il triste ritorno all’emigrazione, anche se con connotati molto diversi da quelli del passato. Negli anni 60/70 la Svizzera – e gli altri paesi meta di emigrazione – aspettavano, come riassumeva nel suo celebre aforisma Max Frisch, braccia. Ora espatriano soprattutto cervelli. Allora come oggi, arrivano però, come concludeva Max Frisch, uomini e donne, con bisogni e aspettative difficilmente contingentabili. Appartengono a quelle generazioni (X, Y, Millenials) che vogliono sfuggire non solo alla mancanza di lavoro ma anche a una certa italiana mancanza di cultura del lavoro – come testimoniano ad es. i racconti dei giovani talenti ai microfoni di Sergio Nava . Sono per lo più nativi digitali –  più raramente migranti digitali – che si trovano generalmente a loro agio in un mondo globalizzato dove i confini sono cambiati e hanno cambiato significato.

Dopo la caduta delle frontiere politiche e geografiche, vengono abbattute anche quelle tra i vari campi del sapere; i confini tra scienze naturali e scienze umane si sono progressivamente ridotti. L’esempio più evidente è costituito dalle neuroscienze. La psicoanalisi, il cognitivismo e la neurologia dopo essersi spiati, più che guardati, in cagnesco per oltre 100 anni hanno cominciato negli ultimi decenni a comunicare tra loro dando vita, con le neuroscienze, a una delle più affascinanti sfide della nostra epoca, la comprensione del nostro cervello e di noi stessi. Non a caso il bellissimo libro di Merciai e Cannella (così come il loro aggiornatissimo blog) è dedicato a La psicanalisi nelle terre di confine  Il digitale dal canto suo non solo ha ridisegnato le frontiere tra pubblico e privato ma ha anche dato nuovi contorni – e modalità di narrazione – alle diverse parti di noi stessi, così come al loro rapporto con quelle altrui costringendo il nostro io a varcare nuove frontiere di aggregazione ed individuazione. Provenienti da una tradizione di disintegrazione dell’io che risale almeno al barocco, ci intratteniamo ora come frammentarie chimere onlife sui social media. L’intersoggettività è la cifra della nostra epoca e si riflette, variamente declinata, dalla filosofia alla psicoterapia alle neuroscienze ai Social networks. Ai solidi, rigidi e contrapposti concetti di soggetto e oggetto, è subentrata la relazione flessibile tra pari che si costruiscono interagendo e modulandosi reciprocamente. Gallese , uno degli scopritori di quei neuroni specchio che costituiscono una delle basi neurofisiologiche dell’intersoggettività – sintetizza così :
“non nasciamo autistici e poi scopriamo che c’è anche l’altro, imparando a socializzare. L’altro è già fin dall’inizio co-presente. Impariamo a divenire chi siamo attraverso un processo di co-costruzione che deriva dalla possibilità di incontrare l’altro in maniera competente con gli strumenti neuronali giusti che funzionano correttamente”
Ma se siamo il prodotto intersoggettivo delle nostre relazioni, se the Smartest Person in the Room is the room  e la condivisione sui social media è il nuovo imperativo categorico – al punto che lo slogan della Missionary Church of Kopimism è ‘‘Information is Holy. Code is Law. Copying is Sacrament.’’ – che significato assume oggi il confine, la frontiera?

Uno splendido Magris – forse meno ammirato dai maturandi che ne hanno dovuto commentare il testo da dietro la frontiera dei loro banchi – scrive

“Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue.” (L’infinito viaggiare)

È intuibile il desiderio normativo e d’appartenenza che ci porta ad amare le frontiere geografiche e mentali, fino all’eccesso, all’idolatria, alla xenofobia e al razzismo. O anche alla nevroticamente rassicurante lode del buon tempo (analogico) antico, in cui “anche il futuro era migliore”.

Ma qual’è l’origine della frontiera e cosa ci aiuta a superarla? Il pediatra e psicoanalista Winnicott, ancora in epoca pienamente analogica, scriveva che “il luogo in cui è localizzata l’esperienza culturale giace nello spazio potenziale tra l’individuo e l’ambiente (originariamente oggetto).” e che “lo stesso si può dire anche del gioco” poiché “l’esperienza culturale comincia con la vita creativa, che si manifesta dapprima nel gioco”

“The potential space between subject and object is where, for the infant, play takes place. The potential space is an area of intermediate experiencing that is between inner and outer worlds”

L’oggetto di gioco consente al bambino – aggiunge ancora Winnicott – “di entrare nel campo dell’illusione, passando dal soggettivo (creato dal bambino) all’oggettivo (rinvenuto nell’ambiente). L’oggetto transizionale ha la specifica capacità di cambiare il ‘dato’ in ‘creato'”. Ma tale spazio potenziale si costituisce solo all’interno di un sentimento di fiducia da parte del bambino reso possibile dall’affidabilità della madre e dell’ambiente circostante.

Questa è forse la prima decisiva frontiera, il confine che riusciamo a superare grazie alla nostra creatività giocosa, ad un oggetto che fa da ponte tra noi e il mondo e alla rassicurante presenza di una persona sensibile ed affidabile nelle “retrovie”. Le condizioni di questo primo superamento della frontiera plasmano anche i nostri stili relazionali successivi e le nostre successive escursioni nel mondo e con gli altri, a cavallo tra esplorazione e sicurezza. Come dice Bowlby

“All of us, from the cradle to the grave, are happiest when life is organized as a series of excursions, long or short, from the secure Base provided by our attachment figures”

Osservando ora le “esplorazioni” di connazionali da poco emigrati in Svizzera sono talvolta divertito dalla più o meno marcata irritazione che in loro suscitano la neutra, ipomimica, silenziosa introversione svizzera, la pedanteria delle regole esposte con sorriso perennemente garbato, le invece energiche, anzi bellicose salse svizzere capaci di uccidere ogni gusto originale. Ma vent’anni fa, quando sono arrivato in terra elvetica, ero tutt’altro che divertito e ho impiegato anni per superare queste ed analoghe banalità – per non dire dello schwiezerdeutsch – prima di apprezzare appieno la correttezza, l’obiettività, la tolleranza e la sincerità che mi sono state offerte e mi hanno consentito una vita e una carriera priva di raccomandazioni, ingerenze, pressioni, paternalismi, gravi arbitrii.

Credo che il superamento delle frontiere passi anche – per fortuna non solo – attraverso queste banalità, che ci rendono peraltro umani e ci aiutano a capire tempi, modi e limiti delle nostre capacità di oltrepassare i confini ma ci aiutano anche a vedere le frontiere stesse come limitate, provvisorie, sempre mutevoli. Scrive ancora Magris:

“Saperle [le frontiere] flessibili, provvisorie e periture come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte.”


Siamo attualmente di fronte a confini e sfide affascinanti ed impegnative, quali quella del digitale, che richiedono mezzi anche teorici adeguati

“The power and ubiquity of the Internet and ICTs transforms the meanings of culture in the contemporary world with implications for mental health and illness (Barak, 2008; Silver & Massanari, 2006). To explore this new terrain, cultural psychiatry requires new theoretical models and research methodologies that include digital ethnography

Credo che nel bagaglio analogico per questo viaggio nel noto e nell’ignoto del digitale non ci stiano male un po’ della consapevolezza umana di Magris e della giocosa creatività dei bambini.

Immagine: <Flügelstücke zu 1915 45> Paul Klee, Zentrum Paul Klee, Bern