Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Migrazione e innovazione

L’immagine dei corpi dei migranti che galleggiano in mare a rappresentare le dodici, impotenti, stelle della EU – a cura della Comision Espanola de Ayuda al Refugiato  – è talmente scioccante (e riuscita) da togliere il fiato, e forse anche la parola. Ancora più tremenda ed angosciante la non-immagine dei 72 cadaveri di migranti in decomposizione bestialmente ammassati in un Tir abbandonato in Austria. Si riesce a pensare davanti all’orrore? Non lo so, ma due libri, rispettivamente un saggio Causes and Consequences of Human Migration (o meglio un suo capitolo)  e un romanzo di Coetzee, L’infanzia di Gesù  mi hanno stimolato qualche riflessione.

Il primo, esaminando la migrazione umana da un punto di vista evoluzionistico, si sofferma anche sulle basi neurobiologiche di questo fenomeno che – come affermano gli autori – è connaturato alla nostra specie e risale alle origini del genere Homo (dunque almeno a 2 milioni di anni fa) rappresentando un contesto per la selezione naturale. Se riesce la migrazione, riesce anche la riproduzione.  Alla ricerca delle tracce più antiche della migrazione, i ricercatori hanno dunque ipotizzato di poterne trovare anche nel nostro genoma e di individuare  geni favorevoli ad una migrazione di successo. E li hanno trovati. Una variante del gene del recettore DRD4 per la dopamina, l’allele 7 R+, è stato particolarmente studiata. Diversi ricercatori hanno infatti potuto dimostrare una  correlazione diretta tra la frequenza di questo allele e la distanza alla quale le popolazioni si sono spostate dal loro luogo di origine. Con queste allele le popolazioni sembrano aver avuto una marcia in più. Al tempo stesso questa variante genica è risultata correlata con la ricerca del nuovo. Sulla base dunque dell’ assunzione che la ricerca del nuovo induce a spostarsi verso nuovi luoghi di residenza, si è ritenuto tale gene collegato con la migrazione. Va naturalmente evitato il pericolo di una spiegazione socio-biologica semplicistica  secondo cui il gene DRD47R+ sarebbe il gene della migrazione, fenomeno quanto mai complesso,  ma rimane il dato di fatto significativo della verosimile importanza della dopamina nel fenomeno della migrazione.  La dopamina è un neuro trasmettitore cerebrale, da tempo noto, decisivo per i  fenomeni di esplorazione, ricerca, ma anche per la scarica degli impulsi, nonchè per la ricompensa di certi comportamenti.  Semplificando (troppo) si potrebbe dire che la dopamina è il neurotrasmettitore della curiosità, dell’esplorazione e dell’innovazione. In realtà molti sono gli aspetti e i tratti di carattere che possono favorire il fenomeno migratorio. Oltre alla ricerca del nuovo sono stati analizzati e studiati  anche elevato desiderio di autorealizzazione,  ridotta motivazione di affiliazione (legame),  apertura a nuove esperienze, maggior tendenza  a sentirsi gratificati dai risultati delle proprie azioni. Ma anche la tendenza a percepire negativamente le situazioni (neuroticismo) e ad esserne dunque insoddisfatti. Si può insomma ipotizzare secondo gli autori una sorta di personalità migratoria che  comprenderebbe appunto tratti caratteriali quali ricerca del nuovo, estroversione, neuroticismo, forte desiderio di auto-realizzazione.  A tale molteplicità di tratti caratteriali fa riscontro anche una molteplicità di geni e recettori (DRD2, COMT, DAT1) per la dopamina implicati da un punto di vista neuro biologico nel fenomeno migratorio. Svariate sembrano anche le aree cerebrali coinvolte nel fenomeno migratorio (striato, corteccia pre-frontale) con una significativa differenza di genere tra uomo e donna, per cui gli uomini sarebbero più interessati al miglioramento di potenza e stato sociale e le donne più spinte dalla ricerca di migliori condizioni materiali. Qui una breve immagine riassuntiva

FullSizeRender
Certamente nei tragici flussi migratori cui assistiamo oggi le disperate condizioni socio-economiche giocano un ruolo decisivo e le considerazione genetico-evoluzionistiche possono apparire peregrine, astruse se non addirittura ciniche. Ma confrontando i tratti della possibile personalità migratoria con quelli delle personalità creative e innovative mi paiono evidenti le sovrapposizione, al punto da chiedermi provocatoriamente se i migranti non coincidano con gli innovatori. Me lo domando a maggior ragione dopo aver ripreso in mano il libro L’infanzia di Gesù di Coetzee che avevo letto con sbigottimento lo scorso anno. Nel libro decisamente ostico, a tratti – almeno per me – incomprensibile – due migranti, un uomo e un bambino che ha perduto il padre durante la traversata, approdano ad un paese straniero in cui sono costretti ad imparare una nuova lingua. Vengono accolti in un centro di accoglienza  dall’aspetto dignitoso ma fanno l’esperienza di incontri con persone indifferenti e piatte il cui unico obiettivo sembra l’ottemperanza delle regole. Certamente il libro di Coetzee è molto più che la narrazione di una migrazione. Forse la metafora di una migrazione, trasformazione esistenziale se non addirittura religiosa. Ma l’infanzia di Gesù può forse essere anche letto come un’apologia tutt’altro che semplicistica, anzi critica e conflittuale, del nuovo e dei nuovi venuti. Un contrappunto quanto mai originale alla prospettiva della Sottomissione di cui scrive Houellebecq. Difficile non vedere negli abitanti dell’ipotetico paese di Coetzee noi europei trincerati dietro muri, filo spinato, poliziotti e burocrazie, interessati più alle regole che all’umanità. Certo anche le resistenze sono umane, le risorse esteriori e soprattutto quelle interiori sono limitate e le paure sociali così come quelle individuali vanno prese sul serio e adeguatamente e gestite. Mi chiedo però se per assurdo alle frontiere si controllassero, oltre a scabbia e TBC, anche i livelli di dopamina dei migranti e li confrontassimo coi nostri, che risultati avremmo…