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Migrazione: perdita e innovazione

La chiamano la sindrome di Ulisse È il disturbo psichico cui possono andare incontro i profughi costretti a lasciare la loro terra d’origine in una disperata fuga che li espone ad ogni sorta di rischi, talora addirittura mortali. I sintomi sono così unici e tipici che alcuni psichiatri hanno proposto di considerarla un disturbo a sé stante, una sindrome da stress cronico e multiplo a cavallo tra il più lieve disturbo di adattamento (ad es. quello che può derivare da un cambiamento di lavoro, residenza etc) e il più grave disturbo post traumatico da stress. In realtà il nome di Ulisse è tutt’altro che calzante. L’eroe greco veniva da una guerra vinta ed era alla volta di una patria cui voleva e poteva far ritorno. Si potrebbe casomai chiamare in causa Enea che la guerra l’aveva persa e ha dovuto abbandonare la sua patria. Credo sia però meglio lasciare da parte la mitologia greca evocante fantasie ed immagini che poco hanno a che fare con la tragedia delle attuali migrazioni.

Gli attuali migranti non hanno nome. E se ce l’hanno viene storpiato dalla burocrazia, dalla grafia e dalle pronunce delle lingue a loro straniere. È una delle tante perdite cui i migranti vanno incontro. Perché migrazione è innanzitutto perdita. Dunque lutto. Molteplice: perdita della famiglia e degli amici, della lingua, della cultura, della patria, dello status, dei contatti con il proprio gruppo etnico, della sicurezza con esposizione a svariati rischi. Ma è un tipo di perdita in cui le persone e le cose abbandonate continuano ad esistere. Quindi al tempo stesso un cambiamento. Una particolare condizione che sembra favorire, secondo la celebre distinzione di Freud, la malinconia piuttosto che il lutto. Se la mia terra, i miei familiari le mie cose continuano ad essere presenti anche se al di là di una irraggiungibile barriera fatico ancora di più a prenderne definitivo congedo, a compiere fino in fondo il processo del lutto disinvestendo completamente da loro le energie affettive che vi avevo prima profuso. Internet, i SN sembrano paradossalmente rafforzare l’ambivalenza malinconica. Se da un lato le tecnologie attuali possono rendere più facile e sicura la fuga salvando vite umane e proteggendo almeno in parte i profughi dai ricatti dei trafficanti d’uomini nonché aiutare a mantenere contatti con la famiglia d’origine possono contribuire per lo stesso motivo a rendere difficile il distacco definitivo e dunque la possibilità di investire in nuovi legami nella nuova terra. Il migrante può lasciarsi irretire dalla malinconica altalena tra il paradiso irraggiungibile della terra promessa e il paradiso perduto della terra abbandonata. È un disagio – in risonanza con la frattura esistenziale di tutti noi, oltre che con la nostra fluida condizione d’appartenenza post-moderna – che si traduce poi in un aumento di svariati disturbi psichici – anche se non è possibile considerare i migranti come un gruppo omogeneo. I disturbi più frequenti sono quelli post-traumatici da stress (generalmente dovuti a detenzioni e/o torture, esperienze belliche subite dai profughi nel paese d’origine), quelli depressivi e probabilmente anche quelli ansiosi nonché i disturbi da abuso di alcol e droghe mentre è controverso l’incremento percentuale della schizofrenia.

Proprio per questo tutti se non per umanità almeno per bieco interesse economico dovremmo essere interessati a che i migranti si possano integrare il meglio possibile nelle nuove nazioni. Un’integrazione che passa certo attraverso l’acquisizione della nuova lingua ma anche attraverso la scoperta e la coltivazione e la ripresa di interessi culturali, artistici, sportivi. Ponti tra vecchia e nuova cultura che favoriscono un progressivo sviluppo anziché una chiusura regressiva. Tra i mille esempi quello del musicista tedesco Heinz Ratz che visitando i centri tedeschi d’accoglienza ai rifugiati per sensibilizzare il pubblico sulle gravi carenze ha finito per formare una band con migranti-musicisti provenienti dai più svariati paesi. La migrazione è un faticoso processo di costruzione di una nuova identità senza rinnegare le proprie radici ma con la capacità di tagliare alcuni rami per farne sviluppare altri nella dolorosa consapevolezza che senza perdita e conseguente lutto non c’è, non ci può essere rinascita. Ma la migrazione suscita grandi paure ed angosce anche negli ospiti. E la paura va di pari passo con l’aggressività più o meno intelligentemente gestita: dalle inserzioni pubblicitarie statali sui giornali stranieri, ai muri, al filo spinato, ai manganelli fino agli sgambetti, la più chiara manifestazione di quanto siano infantili (e presenti in ognuno di noi) paura e aggressività. Ma qualche volta la sfida può generare anche coraggio e lungimiranza. Proprio chi ha dimostrato grettezza sui conti manifesta adesso benevolenza con una generosa e lungimirante accoglienza. E per fortuna accanto a tante parole retoriche e razziste sono risuonate anche quelle (per una volta) sincere di Juncker: “Mettiamoci noi nei loro panni: quanto pagheremmo per rifarci una vita? Abbiamo i mezzi e gli strumenti per aiutare chi fugge da guerra e oppressione. L’asilo politico è un diritto”. In questa sfida epocale in cui la politica rischia di divenire dicotomia tra ospitalità e ostilità la scienza può dare, con la sua obiettività e creatività, un contributo importante. Quello di una narrazione rivolta al futuro. Quel linguaggio dell’innovazione cui Luca De Biase dedica tanta preziosa attenzione. Forse le parole più promettenti sui migranti le ha scritte l’editorialista di Nature

Science and other academic interests have a long tradition of offering both refuge and professional hope to displaced people. Almost every discipline has its own story of influential figures in the field who arrived with oppression and conflict snapping at their heels…..

 

The scientific community must also play its part. It is in everyone’s interest for refugee students and academics to be given opportunities to continue their careers, because otherwise, the Middle East and else- where risks losing a generation of talent. The Western academic community must boost efforts to welcome refugee academics and students.

Suggerimento musicale: Händel, Agrippina, Voi che udite il mio tormento