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Le f(r)asi della rabbia

L’ aggressività è una parola valigia. Include in sé significati diversi, quasi antitetici, sia il significato negativo di ostile, violento sia quello positivo in termini di affermazione, successo, vitalità, riuscita. Quest’ambivalenza non è strana se si considera che “deriva dal latino adgredior che letteralmente significa «avvicinarsi», ma che può anche essere inteso come «assalire», «accusare», «intraprendere», «cominciare»” (Treccani). Detta così è affascinante, ma come si fa a capire quando è “un’aggressività ostile, ossia un atto di aggressione che deriva da sentimenti di rabbia con l’intenzione di infliggere dolore”, e quando invece è “un’aggressività strumentale, intesa come strumento o mezzo per raggiungere obiettivi e superare ostacoli“ (Treccani)?
Mi sembra che in Italia in questa fase della pandemia oscilliamo tra questi due poli dell‘aggressività. Da una parte un senso di scoraggiamento e di ribellione di fronte alla scoperta di inammissibili impreparazioni, tragiche omissioni, errori madornali nel gestire la sanità in particolare lombarda. Nel „lontano“ 6 aprile, quando cominciavano ad emergere le prime inoppugnabili documentazioni di incompetenze e errori, così scriveva @silviabar12

Quando il dolore s’allenta, la preoccupazione diminuisce un poco, la lucidità diventa spietata. E ti fa vedere ciò che non avevi notato.
Tutto diventa più chiaro e ti invade un senso di sconforto e
di ribellione.

Nei giorni successivi si fanno strada però anche altre forme di aggressività. Alcune dovute alla frustrazione di una quarantena per tutti faticosa e per i meno fortunati obiettivamente insopportabile (famiglie numerose, con bambini piccoli, in appartamenti angusti, in periferie disagiate, donne sottoposte a violenze dai partner, persone con disturbi psichici, persone anziane, disabili, malati etc). Al disagio abitativo e psicologico si aggiungono poi la rabbia di fronte a un governo che non decide, a task force pletoriche (in tutto 294 persone) e la frustrazione di fronte a comportamenti repressivi delle forze dell’ordine adatti certo a mafiosi e camorristi ma non a Runner, signore anziane che hanno perso il gatto o famiglie in viaggio con i figli per gravi motivi di salute. Ma aumentano anche le manifestazioni verbali di intolleranza, di razzismo Nord/Sud e Sud/Nord che sembrano piuttosto sgorgare dal risentimento, dalla sensazione che le altre regioni italiane debbano rimanere bloccate „per colpa“ della Lombardia Si insinua una malcelata Schadenfreude, la gioia per la sofferenza altrui, la soddisfazione che a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e di cattivo funzionamento della sanità sia proprio la regione additata come esempio, a livello internazionale, di efficienza sanitaria, la Lombardia appunto. L‘ultima amaca di Serra di tale Schadenfreude è stato il vertice fin‘ora insuperato.

Certo la rabbia, in tutte le sue forme, fa parte, come già detto, dell’elaborazione del lutto. Non ha senso reprimerla o moralisticamente condannarla come brutta e cattiva, dal punto di vista psicologico va compresa. Come dice Spinoza “non ridere , non lugere , neque detestari , sed intelligere”. Sono però le parole in cui tale rabbia si esprime a fare la differenza – e, credo, anche come e da chi vengono usate, se urlate in curva Sud o scritte da un intellettuale su un giornale.

“Le parole – scriveva Tullio De Mauro – sono l’humus nascosto, il presupposto non evidente e tuttavia indirettamente operante delle diverse forme di esperienza…” Ecco perché mi sembra molto interessante il progetto di ricerca svolto da Culture in collaborazione con Paolo Ferragina, Antonio Gaudioso e Marco Pratellesi. “Tra il 20 marzo e il 2 aprile sono stati digitati più di 1 milione di tweet, in lingua italiana, per parlare, raccontare, esprimere i propri pensieri ed emozioni su un virus sconosciuto, il coronavirus, entrato di colpo a far parte delle nostre vite, condizionandole nel profondo. L’analisi dei tweet (clustering non supervisionato) – scrive Felicia Pelagalli – ha fatto emergere pattern di parole che ci aiutano a comprendere ciò che sta accadendo alle e nelle persone. I cluster vanno da credere alle Fake News fino a Combattere il Virus, passando per Restare a casa, Sostegno economico, emanare decreti, bollettino quotidiano, news dal mondo.

Tali cluster possono essere analizzati appunto come espressione della diversa modalità di reazione di gruppi di persone di fronte alla crisi del Coronavirus ma, secondo me, da profano di big data, anche come la rappresentazione dei processi psichici che si svolgono in noi. La negazione del dramma si svolge attraverso Fake News che assecondano i nostri desideri. Il patteggiamento si esprime nell’interesse per le misure di sostegno economico e di carattere legislativo normativo. La rabbia si manifesta nelle privazioni e frustrazioni che conseguono allo stare a casa. La tristezza per la dolorosa realtà del bollettino quotidiano.

Così come i nostri stati d’animo guidano la scelta delle nostre parole, anche queste, a loro volta, influenzano i nostri processi psichici. Se è vero che nomina sunt consequentia rerum è anche vero che res sunt consequentia nominum.

Che nomi vogliamo dare alla rabbia? Al di là delle doverose inchieste della magistratura per l’accertamento di responsabilità penali, quali vogliamo siano le conseguenze di questa crisi? La consueta faida partitica, la vendetta fatta a colpi di titoli di giornale e TV, Fake news su Mass e social media, che poi si trasforma in mugugno permanente? Come scrive De Biase

“Gli italiani al massimo mugugnano. E i media del mugugno sono diventati il pane quotidiano di un sacco di gente arrabbiata. Alla fine dei conti, chi mugugna sta al suo posto. Basta poco pensiero, tanta rabbia, una rete sociale, un po’ di facile consenso. E il gioco è fatto.”

Se non possiamo/vogliamo aspirare a una rivoluzione, potremmo almeno cercare di capire cosa e perché non ha funzionato e non funziona nella sanità italiana e lombarda in particolare in modo che alla seconda ondata del Virus che certo arriverà saremo più preparati e protetti. Ma chi ci può mettere lo specchio davanti agli occhi e farci vedere la nostra spiacevole realtà sanitaria se non un pool di medici e ricercatori provenienti da quei paesi che hanno fatto meglio di noi (Germania, Austria, Corea del Sud…)? Avremo il coraggio di proporlo e l’umiltà di farlo senza lasciarci travolgere ancora una volta dall’illusione di superare il lutto con la vendetta? Sapremo prenderci il tempo  di piangere i nostri morti e le nostre perdite? Di essere solidali tra di noi nella ripresa e di accogliere chi sta ancora peggio di noi? nessuno si salva da solo