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Accettare il dopo

Siamo alla soglia del dopo. Nonostante desideriamo come mai uscire finalmente da casa, spostarci liberamente senza più autocertificazione, incontrare chi vogliamo, riprendere le nostre attività e le nostre abitudini, e magari andare anche dal barbiere, abbiamo a tratti paura, di precipitare nell’ignoto dopo il 4 maggio, come se stessimo varcando le colonne d’Ercole. Sulle indicazioni del governo e sui suggerimenti delle svariate task force che l’hanno consigliato potremo, si sa, contare relativamente. Se e quando arriveranno, le nuove regole si presteranno alle più svariate interpretazioni e le interpretazioni delle norme riempiranno probabilmente più pagine di quelle dei sogni. Dovremo arrangiarci per conto nostro. Per fortuna ci siamo avvezzi. In Germania la cancelliera Merkel ha saputo spiegare con parole semplici concetti statistici e morali complessi, negli USA Trump ha violentato in poche battute principi chimi e fisici basilari della medicina, a noi illustreranno verosimilmente la retorica degli abbracci ritrovati a rate. A ciascuno (democraticamente) il suo.
Eppure qualche tendenza incoraggiante nel dibattito mass- e soprattutto social-mediatico sembra profilarsi. La polarizzazione della discussione sui metodi tecnici per sconfiggere la pandemia, con il conseguente antagonismo #Trax / #NoTrax (quelli interessati e disponibili al contact Tracking da una parte e quelli contrari allo stesso) sembra lentamente attenuarsi e lasciare il posto a considerazioni più globali e integrative su cosa fare per ricostruire economia, rapporti sociali, fiducia. D’altro canto la stessa dialettica ( #Trax / #NoTrax), anche se a tratti accesa fino all’incomunicabilità, qualche merito l’ha avuto. Ha sottoposto all’attenzione pubblica, impotente di fronte alla tragedia dei tanti morti e paralizzata, in tutti i sensi, dal lockdown, altre modalità di fronteggiare l’emergenza sanitaria del COVID 19. Ancor di più, ha avuto il merito di stimolare il dibattito sul doveroso equilibrio che, anche nell’emergenza, deve regnare tra principi di privacy e di sanità pubblica. La questione non è ovviamente se sia più importante tutelare la salute dei cittadini o la privacy ma come e a che punto trovare un accettabile compromesso per la tutela di entrambe.
Ora che la fase dell’emergenza sta, per fortuna, volgendo al termine si fa lentamente strada la consapevolezza che la pandemia non è un nemico da combattere e sconfiggere in termini bellici “ma una realtà con la quale convivere per un periodo di tempo che sarà presumibilmente lungo, che ridisegnerà il nostro modo di relazionarci e di vivere, che potrebbe ripresentarsi in futuro sotto forma di nuove e diverse situazioni emergenziali, e che evidenzia come la configurazione complessa della società ci porrà sempre più frequentemente di fronte a sfide impreviste da gestire.” (Dal manifesto Uscire dall’emergenza COVID 19). Questo sposta l’accento dall’emergenza alla ricostruzione, dal piano più strettamente medico-sanitario a quello psicologico e sociale. È infatti necessario – si legge nello stesso manifesto – “passare ad una dimensione di ricostruzione di senso comprensibile e condivisa che parta dalla presa d’atto del fatto che ci troviamo di fronte ad una trasformazione sociale epocale. La gestione della complessità ha bisogno di intelligenza distribuita, consapevolezza e partecipazione attiva, trasparenza nei processi amministrativi e decisionali.”
Prendendo a prestito il concetto di Floridi del capitale semantico, potremmo dire che stiamo forse arrivando, a livello collettivo, al momento in cui possiamo attribuire un nuovo significato alla nostra esperienza della pandemia. Dopo la negazione dell’ “andrà  tutto bene“ e dei canti sui balconi, dopo il dolore per i tanti morti, la rabbia per i troppi errori, il patteggiamento della quarantena, ci apprestiamo forse a scorgere un nuovo senso nella realtà in cui ci troviamo a vivere. Per spiegare questo momento di reframing nel quale ciò che attribuiamo un significato diverso a ciò che abbiamo vissuto, Floridi ripropone il concetto aristotelico di anagnorisis, che traduce in inglese con Realisation (in italiano proporrei “presa di coscienza”, consapevolezza). Tale presa di coscienza collettiva non può avvenire senza quella personale. Ciascuno di noi, sulla base delle proprie esperienze precedenti e attuali, proietta sulla crisi della pandemia emozioni, sentimenti, aspettative e dunque significati diversi. A seconda di come avrà vissuto il prima e di come percepisce il qui e ora attribuirà un senso diverso al proprio attraversamento della crisi. Per alcuni sarà una sfida difficile ma superata, per altri un dolore dal quale faticosamente riprendersi. Per altri ancora segnerà un momento di crisi di cui approfittare per cambiare radicalmente il senso della propria vita. Per altri ancora poi sarà un momento di estrema solitudine. Per altri l’incontro con un’altra persona (o addirittura Persona) in tempo di crisi può fare la differenza perché  cambia il modo di guardare alla vita e dunque di viverla. Ognuno di noi attribuisce dunque alla pandemia un significato diverso a seconda delle proprie esperienze precedenti, dei modi e dei tempi in cui le elabora, delle opportunità che gli si offrono per superare il trauma. A livello collettivo abbiamo la possibilità di riconoscerci e ritrovarci, dialetticamente, in un progetto collettivo di ricostruzione o di dividerci ancora una volta. I tanto vituperati social ci offrono anche quest’opportunità. Nel primo caso assumiamo che, nonostante discussioni serrate e delusioni, è possibile riparare il trauma, nel secondo accettiamo, più o meno consapevolmente, che sia il trauma, con la sua rabbia, diffidenza, sfiducia, risentimento perenne a prevalere.

 

Immagine di @IrenaBuzarewicz