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Madre

„Quando venni al mondo, mi raccontava mamma, ero un brutto qualcosa sottopeso, avvolto da un odore dolce-amaro, che proveniva da uno strato squamoso sul mio corpo. Mi ero concessa due settimane in più rispetto alla data prevista del parto, tanto che i medici avevano già pensato che non sarei venuta al mondo viva. “A 41 anni non volevo più figli, ma quando ti tenni nelle mia braccia, fu tutto bene”

Così prende avvio il romanzo (in tedesco) “Madre, cronaca di un addio” di Melitta Breznik , scrittrice e psichiatra austriaca, che da tempo risiede e opera in Svizzera. L‘incipit racchiude in sé non solo le due protagoniste del romanzo, la madre e la figlia, ma ancor di più lo svolgimento del loro rapporto, dalla nascita dell’ultima fino alla morte della prima.
Cronaca di un addio è infatti in primo
luogo il racconto del tempo di congedo che madre e figlia trascorrono insieme dopo che alla madre novantunenne è stato diagnosticato un tumore al pancreas in fase terminale. La figlia, medico psichiatra, già di fronte ai persistenti sintomi della madre, aveva intuito trattarsi di qualcosa di serio, aveva lasciato gli impegni professionali in Svizzera ed era tornata dalla madre, al paese natale in Austria. Aveva accompagnato la madre in Ospedale per gli accertamenti del caso e le aveva comunicato con la sincerità, che la madre le richiedeva, la diagnosi infausta. È ottobre. I colori di quella natura che la madre aveva insegnato alla figlia a scrutare, a cogliere e amare, volgono verso tonalità più cupe. La figlia assiste quotidianamente la madre nel suo lento e doloroso cammino verso l’inverno della vita. Le è vicina. Parla con lei del da farsi, le prepara da mangiare, le offre un massaggio sull’addome sofferente, le accarezza la mano, l’aiuta ad andare in bagno e, quando non è più possibile, a fare i bisogni sulla comoda, le somministra i farmaci necessari a lenire il dolore e a scacciare il vomito. Le è figlia, infermiera, medico e psichiatra. Fino a quando tutto diventa troppo anche per lei ed è costretta a ricorrere all’aiuto del fratello e, per qualche ora, a quello di un’infermiera.
Il romanzo è però anche la rievocazione della vita della figlia, che, con gli occhi della donna matura che è diventata, rivive momenti della propria infanzia e giovinezza. I disegni in cui lei trova svago ancora adesso nei momenti di maggior stanchezza la riportano ai suoi schizzi del liceo e prima ancora ad un episodio della scuola elementare quando ancora detestava disegnare. La madre in un’occasione aveva disegnato per lei con tratto sì infantile ma non sufficiente ad ingannare la maestra che aveva punito la scolara. La figlia si ricorda, nelle sue passeggiate, dei nomignoli affettuosi che la madre le dava ma anche degli insopportabili consigli che mai cessava di infliggerle „metti gli occhiali da sole, le rughe fanno vecchio un viso giovane“, „non mangiare così tanti dolci, devi conservare con orgoglio i denti anche nella tomba“. „Piccolezze moleste – osserva ora la figlia – per una giovane donna venticinquenne che ha a disposizione l’infinità della gioventù“. Le fotografie ritrovate rimandano a gite in montagna dell‘intera famiglia, con la figlia sulle spalle del padre, ma anche a insopportabili e durature liti tra i genitori „contro la cui melanconia (la figlia) poteva allearsi, a parte un gatto e un pappagallino, solo con il fratello.“ Il padre, reduce dai mai espressi né tanto meno sanati traumi della seconda guerra mondiale, beveva e continuava a bere nonostante gli inviti, le suppliche e le minacce della madre, che l‘aveva infine lasciato.
Il congedo attuale delle due donne e la vita, personale e familiare, della figlia si incontrano nel quotidiano. Nella descrizione degli oggetti sul tavolo, delle immagini del calendario, della musica che le due donne ascoltano si fondono inestricabilmente gli stadi del decorso verso la morte, le fasi del congedo, i ricordi della vita personale e familiare. In immagini precise come quelle di una risonanza magnetica e dense di emozioni filtrate dalla riflessione interiore, Melitta Breznik descrive „la strisciante perdita della vita piena alla quale non ci si può preparare“, le progressive trasformazioni di un corpo che va incontro alla morte, gli istanti di un congedo che è anche condivisione di vita. Dal momento in cui la figlia ha pronunciato per la prima volta „mamma“ all‘ultima in cui lo dice per congedarsi da lei.

Immagine: Madre e bambino, Käthe Kollwitz,Käthe Kollwitz Museum Köln