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Il circolo vizioso di rabbia e disinformazione

Che la rabbia sia una cattiva consigliera non lo dice solo un proverbio ungherese ma anche l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi. Ora uno studio, che verosimilmente non passerà alla storia, pubblicato sulla rivista Experimental Psychology dimostra, se ce ne fosse bisogno, che la rabbia favorisce la disinformazione. Ai 79 probandi della ricerca è stato mostrato uno spezzone di film. Poi sono stati divisi in due gruppi, uno sottoposto a condizioni di neutralità, l‘altro a un trattamento destinato a suscitare rabbia ed evocare episodi di rabbia del passato. Quindi i probandi sono stati sottoposti ad un quiz che conteneva elementi di disinformazione. Alla fine hanno dovuto rispondere a un questionario di 80 item volto a evidenziare quanto i partecipanti riuscissero a ricordare esattamente del film e quanta disinformazione avessero assorbito senza rendersene conto nel quiz. Ebbene, coloro che erano stati indotti alla rabbia erano più inclini alla disinformazione, attribuivano cioè al film elementi di disinformazione derivanti dal quiz con frequenza significativamente maggiore rispetto al gruppo neutro. Inoltre

„participants in the anger condition tended to be more confident in the accuracy of their memories. But among those participants, increased confidence was associated with decreased accuracy.“

Il tema è interessante perché è vero anche il contrario. Non solo la rabbia aumenta la suscettibilità alla disinformazione ma anche la disinformazione genera rabbia, aggressività, violenza. È un tema di grande attualità catalizzato ma anche polarizzato dal dibattito di questi giorni su libertà d’espressione, poteri e doveri delle grandi piattaforme e capacità regolatorie degli Stati o sovrastati (EU). Nella sua panoramica sulla formazione di una comunità informata Luca De Biase  riporta le affermazioni della WHO sull‘infodemia con particolare riguardo proprio alla disinformazione:
«Misinformation costs lives. […] Furthermore, disinformation is polarizing public debate on topics related to COVID-19; amplifying hate speech; heightening the risk of conflict, violence and human rights violations; and threatening long-terms prospects for advancing democracy, human rights and social cohesion» (Who).
Paradossalmente a dimostrare quanti danni faccia in termini psicologici e anche finanziari l’aggressività incontrollata sono proprio le grandi piattaforme, quelle cioè che fino a poco fa venivano accusate di non fare nulla o comunque non a sufficienza contro l’hate speech e ora vengono accusate di arbitraria censura (nei confronti di Trump e in generale).
Un’inchiesta del „Guardian ancora del settembre 2019 aveva già rivelato quanto fosse psicologicamente devastante il lavoro dei controllori di Facebook (e degli altri social media), di coloro cioè che sono chiamati a visionare, giudicare ed eventualmente rimuovere le parole e le immagini di violenza, disinformazione, abuso postate sui social. La stessa Facebook riconosce ora, come scrive Casey Newton su The Verge che la moderazione dei contenuti può causare gravi danni psichici, quali depressione, dipendenza, sindrome da stress post traumatico tanto che l’azienda è disposta a pagare «cinquantadue milioni di dollari in totale ai moderatori presenti e passati a risarcimento dei problemi mentali sviluppati sul lavoro».“
Non solo. Come fa notare Antonio Nicita
“per la prima volta, entrambe le piattaforme confermano l’esistenza di una relazione diretta tra contenuto dannoso (harmful) e comportamento socialmente pericoloso. […] Le affermazioni di Trump sono state giudicate in termini di effetti e intenzioni come «suscettibili di provocare ulteriore violenza». Analoghe considerazioni sono state svolte da Twitter nella propria motivazione.”
Ma l’auto-regolazione delle piattaforme non basta. Qualcuno, possibilmente un’autorità indipendente, dunque un authority cui lo Stato, meglio, un’unione di Stati (EU) conferiscono adeguati poteri, deve poter controllare i controllori delle piattaforme. Floridi riconosce infatti che “le piattaforme social dispongono di quella che definiamo “sovranità digitale”, in un territorio non ancora regolamentato. Facebook e Twitter hanno un enorme potere di controllo sulle nostre società. Gli abbiamo lasciato le chiavi di casa […] E non è una buona idea lasciare che questi colossi del web decidano le sorti dell’informazione.“ Floridi constata d’altro canto  “Le regole del gioco, per ora, sono queste. E vanno applicate indistintamente, per ogni utente. ll problema, semmai, sta a monte: non sono affatto contento di queste regole, andrebbero riformate e stabilite per legge. Il problema è capire chi detiene il potere. Perché, parafrasando le parole di Orwell in 1984: «Chi controlla le domande dà forma alle risposte. E chi dà forma alle risposte, controlla la realtà».Sia Floridi che Nicita si mostrano però moderatamente ottimisti. La strada imboccata dall’Europa, con la proposta di Digital Services Act, sembra promettente in quanto, come afferma Nicita,  “riconosce invece l’importanza della moderazione delle piattaforme e la loro esenzione di responsabilità ma chiede una pregnante co-regolazione e trasparenza piena sulle decisioni di moderazioni adottate e sui criteri utilizzati, per i contenuti illegali e dannosi, prevedendo tutele per gli utenti e forme di contraddittorio con la piattaforma stessa.” Condividendo questo punto di vista, trovo la sospensione di Trump dalle piattaforme motivata, tutt’al più tardiva e carente la regolamentazione delle piattaforme stesse. Ma il punto non è certo la mia (incompetente) opinione al riguardo.
La domanda che mi preme è piuttosto cosa fare a livello collettivo, anche e soprattutto sui social media, con la rabbia. È un sentimento certo utile per proteggere noi stessi e i nostri diritti dai soprusi altrui, per cambiare condizioni individuali e collettive di sfruttamento e ingiustizia. La rabbia è però spesso cieca e, abbandonata a sé stessa, diviene forza distruttiva, che – come nel caso di Michael Kohlhass, il protagonista dell’omonima novella di Kleist – travolge diritti e persone, istituzioni e comunità, alla ricerca di una vendetta che non è mai riparatrice. Se lasciamo che la rabbia diventi risentimento, rancore, odio nelle relazioni sociali così come sui social, allunghiamo e perpetuiamo solo la catena della violenza. La filosofa statunitense Martha Nussbaum nel suo Anger and Forgiveness suggerisce di trasformare la rabbia da desiderio di vendetta e di contro umiliazione del colpevole, o presunto tale, in sincera partecipazione per la soluzione del problema nell’interesse dell’intera comunità. È molto bello, ma come farlo sui social? Con dei promotori del dibattito piuttosto che con dei controllori? Sarebbe interessante discuterne.

Immagine: tratta da @IrenaBuzarewicz
Suggerimento musicale: Glück, Euridice, La danza delle furie