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Elogio dell’ambivalenza

L’ambivalenza compie 111 anni. A festeggiare il compleanno non è naturalmente il concetto di ambivalenza. La contemporanea presenza in noi di contrapposti sentimenti, desideri, comportamenti e voleri è vecchia quanto la storia dell’uomo, basti ricordare il catulliano “odi et amo”, il paolino “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” La parola ambivalenza viene però coniata – come ricorda un bell’articolo (in tedesco) apparso sulla rivista Swiss Archives of Neurology, Psychiatry and Psychotherapy – solo nel 1910 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, quanto a creatività molto più napoletano che svizzero. Allo stesso Bleuler si devono infatti anche l’invenzione delle parole autismo e schizofrenia. In effetti i nuovi termini creati da Bleuler costituiscono una triade che aveva proprio lo scopo di illustrare una nuova concezione, psicologica, e non più solo organica della malattia mentale per eccellenza, la schizofrenia. Bleuler è infatti il primo psichiatra dell’establishment psichiatrico accademico del tempo a prendere in prestito i concetti freudiani per “spiegare” secondo le logiche dell’inconscio appena scoperte da Freud, gli apparentemente incomprensibili sintomi della malattia schizofrenica: la dissociazione (non in due persone, come spesso si usa erroneamente dire, ma in più parti della personalità non integrate tra loro), il ritiro dal mondo esteriore e la creazione di un mondo interiore del tutto privato e personale, la contemporanea presenza di diverse e contrapposte forme di percezione, sentimento, volontà e comportamento. Quello di Bleuler è il tentativo di liberarsi e di liberare i malati dalle catene della fino ad allora imperante ideologia organicista secondo la quale le malattie mentali altro non erano che il frutto della degenerazione su base ereditaria, ragion per cui le allucinazioni, i deliri e tutti i sintomi dei malati sarebbero state solo comunicazioni senza senso, scarti privi di significato di un organo cerebrale malato. Ma Bleuler in un suo saggio del 1914 fa un ulteriore passo in avanti verso la modernità e afferma che l’ambivalenza non è solo da vedere in relazione alla diagnosi delle malattie mentali, dunque come pure criterio psicopatologico. Essa costituisce, a suo avviso, una disposizione dell’animo umano e la sensibilità nell’accostarsi ai vissuti di ambivalenza può anzi rappresentare un potenziale creativo, artistico e sociale. Il concetto lascia dunque l’angusto ambito della psicopatologia e diviene transculturale. In ambito psicoanalitico si fa sempre più strada la tendenza ad accettare l’ambivalenza come fonte di conoscenza, introspezione e creatività. In ambito sociale il concetto di ambivalenza viene utilizzato per interpretare le contraddizioni socioculturali e generazionali e infine in ambito artistico la sensibilità per l’ambivalenza si rivela sempre più fonte di creazione letteraria, musicale, visiva.
L’ambivalenza diviene insomma concetto sempre più centrale per comprendere e interpretare l’ampia gamma di sfumature che contraddistinguono la percezione della realtà e il guazzabuglio del cuore umano. Per comprendere il quale non è di particolare utilità l’aut aut ma l’et et. La duplicità di percepire, sentire, pensare e agire non è solo segno di malattia ma una costituzionale lacerazione dell’animo umano, che costringe a metterci in dubbio, a (ri)conoscere le nostre molteplicità, a ammettere i chiaroscuri delle nostre emozioni e delle nostre fantasie, ad accettare la nostra identità come un coagulo sempre provvisorio di nuclei che ruotano su orbite diverse.
Mi si obietterà che per venire edotti sulle contraddizioni non c’è bisogno di andare a scomodare Bleuler. Basta leggere le affermazioni dei nostri politici a distanza di anni, mesi, giorni o addirittura ore per scoprire incoerenze madornali. L’ambivalenza non è però una contraddizione logica né il cambio di posizione dettato da interessi personali o di parte né tantomeno il trasformismo che da Crispi ai costruttori ha segnato e continua a segnare la vita politica italiana. L’ambivalenza è sofferta lacerazione interiore non incoerenza né ambiguità.
Proprio il faticoso raggiungimento della consapevolezza della propria (e altrui) ambivalenza ci dovrebbe preservare dal vedere e pensare solo in bianco e nero, dividere il mondo in amici e nemici, la società in buoni e cattivi, usare i social come un Colosseo dove manifestare il nostro pollice verso o retto per eliminare o graziare i malcapitati di turno A maggior ragione in una società complessa nella quale , come scrive De Biase , “è complicato dire chi ha ragione e chi ha torto” e troppo spesso ci poniamo domande sbagliate proprio perché semplicistiche e antinomiche. Come rileva Stefano Epifani “fino ad oggi siamo stati troppo impegnati a chiederci se le tecnologie fossero buone o cattive, se facciano bene o male. […] Sono domande sbagliate perché spostano sulla tecnologia una responsabilità che non può essere della tecnologia. Secondo il mio punto di vista, dobbiamo vedere le tecnologie come funzionale al perseguimento di obiettivi di sostenibilità.”
Analogo pericolo si annida nella cancel culture di cui scrive tra l’altro @CostanzaRdO su La lettura. Nata con i più lodevoli intenti di abbattere i simboli di un potere coloniale schiavista e deumanizzante, la cancel culture rischia di diventare una sorta di nuovo Indice che stabilisce quali opere artistiche siano morali e quali no. È già caduto sotto la ghigliottina del #DisruptTexts anche Omero, rimosso dalla Lawrence High School del Massachusetts, sono a rischio anche Hawthorne, Shakespeare e chissà quanti altri ancora. Al di là dei problemi filosofici, morali e giuridici che un tale atteggiamento giacobino pone, a subirne le più devastanti conseguenze sono proprio la letteratura e l’arte che sull’ambivalenza si fondano. Come scrive Finkielkraut nel suo splendido Un cuore intelligente, “c’è bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie, siano esse quelle del facile sentimentalismo o dell’intelligenza implacabile. La letteratura ci insegna a diffidare dei teoremi dell’intelletto e a sostituire al regno delle antinomie quello della sfumatura”. Ulisse, Macbeth, il reverendo Dimmesdale, Don Rodrigo, Don Abbondio, Aiace, Orlando siamo noi.
Come ci ricorda Borgna, siamo fragili, carboncini di sfumature e chiaroscuri, ragnatele di ambiguità e incoerenze. Siamo irrimediabilmente ambivalenti e proprio per questo così affascinanti e inaffidabili. Il pericolo maggiore deriva però dal negare, in noi e nell’arte che ci rappresenta, la nostra ambivalenza. La salvezza passa attraverso la sua consapevolezza.

Immagine tratta da @IrenaBuzarewicz

Suggerimento musicale a cura di Andrea Baiardi @baianer Giuseppe Verdi, Otello, Niun mi tema