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L’italico maschio gioco del pallone

Utilizzare la psicopatologia per spiegare la politica è sempre riduttivo – anche se talvolta, come nel caso di Trump, inevitabile. Innanzitutto perché, concentrando tutto sull’analisi psicologica, si rimuove il contesto storico, culturale e sociale da cui la politica nasce. Inoltre le analisi psicopatologiche o psicoanalitiche di personaggi politici riflettono troppo spesso la vista politica degli psicopatologi e degli psicoanalisti oltreché il più o meno confessato desiderio di potere di questi ultimi, astinenti dietro il lettino ma non sempre davanti alle poltrone.
Ciò, doverosamente, premesso, fatico a mantenere l’astinenza di fronte all’attuale spettacolo politico italiano che mi sembra presentare fin troppe analogie con il gioco, altrettanto italico e maschio del pallone, con l’unica differenza peraltro dell’età cronologica, giovane per i calciatori, senile, eccezioni a parte, per i politici. Mi sembra infatti di aver assistito nell’emiciclo del parlamento europeo alla scena in cui un giocatore, di statura non proprio elevata ma dall’indubbia capacità di palleggio e di sfruttare le occasioni (Paolo Rossi?) ha soffiato la palla sotto il naso agli altri giocatori, tra cui un noto mediano, coalizzati proprio per impedirglielo, – non stiamo ora a sottilizzare se tra loro alleati o avversari. L’azione in questione è stata così eclatante – lasciamo pure perdere se in bene o in male – da provocare un cambio di squadra e d’allenatore. Non stupisce che gli alleati, sentendosi traditi, siano anche un tantino risentiti. Conoscendo le regole del calcio, sanno che, a condizione di rispettare il regolamento, vince chi fa gol, non chi si lamenta dei presunti falli subiti. Sono loro che, facendo melina a centrocampo, hanno rinunciato all’attacco e hanno lasciata sguarnita la difesa consentendo a Pablito di fulminarli. D’altro canto dell’arbitro ci si può fidare, è il migliore che ci sia, ancora più bravo di Collina. Cosa fanno allora gli alleati “traditi”, imbolsiti dagli anni, ma sempre adolescenti maschi nelle loro menti, insieme al loro vecchio allenatore ? Ma certo, si stringono a Coo…nte, lo implorano commossi, pur senza tradire le lacrime – son italici maschi! – di non abbandonarli, di rimanere con loro, ne fanno il loro padre “nobile” (sic!) con il quale combatteranno fino alla morte – si fa per dire, siamo pur sempre il paese del melodramma. Si convincono di essere stati un team formidabile, che ha dovuto affrontare la partita più difficile dell’Italia repubblicana (quelle della ricostruzione, della guerra fredda, degli anni di piombo se le sono probabilmente dimenticate) ed è riuscito a strappare un pareggio al COVID (con 90.000 morti e – 8,9 % di PIL?) ma ha dovuto soccombere alla perfidia del traditore spergiuro. Ma proprio in quanto italici maschi, giovani un po’ cresciuti, che tengono famiglia, mai si permetterebbero di far mancare il loro rispettoso saluto e il loro sostegno – di circostanza? – al nuovo allenatore, di cui tutti dicono – preoccupantemente – solo bene. Nel frattempo fotografi e cronisti svelano inimmaginabili e imperdibili retroscena dei giocatori della squadra fino a poche ore prima osannata. Cosa c’è di più importante per per un italiano della cravatta? e di più indecoroso di non azzeccarne gli abbinamenti? Cosa si presta meglio dell’ufficio di rappresentanza a descrivere il trionfo o la meschinità del giovane uomo italiano arrivato? Il gioco può attendere e gli spettatori/spettatrici pure. Siamo o non siamo tra le più antiche e prestigiose, se non la più antica e prestigiosa, squadra di calcio del mondo? Già gli antichi romani d’altro canto, come testimoniano i mosaici, – invero un po’ consunti per quei soliti irrisolti problemini di conservazione del patrimonio artistico – giocavano, in qualche modo, a palla. Le altre nazioni stanno senz’altro ad attendere, con rispettoso ossequio, le nostre mosse, i nostri nuovi schemi di gioco. Con il nuovo allenatore, indubbiamente il migliore sul mercato, tutto sarà diverso da prima, si dice. Beh, forse proprio tutto no… i giocatori? Sì magari, ma alcuni della squadra precedente si sono particolarmente distinti… allora gli schemi? sì però, alcuni schemi fin’ora praticati, come quello della cooptazione, si sono rivelati molto utili… le regole? Durante il gioco non si può cambiarle .. allora sicuramente lo spirito, lo spirito sarà diverso, innovativo, digitale, europeista… e naturalmente progressista… Intanto sugli spalti si scatena il tifo per il nuovo allenatore e anche per la nuova squadra che  ancora non c’è. Le bandiere gialle vengono ammainate – e cautamente riposte, non si sa mai – nuove tonalità cromatiche si impongono all’attenzione, non più nette e distinte ma sfumate e trascoloranti. Non insegna forse la scienza, ora tornata di moda, che quello che noi percepiamo è uno spettro cromatico unico che noi arbitrariamente scindiamo in colori univoci? Basta con il giallo e il rosso, un’arancio mandarino, screziato di amarena è molto più in linea con l’attuale concezione probabilistica della scienza. Anche verde e blu non sono più quelli di una volta, sono cambiate le loro proporzioni e si è aggiunto un po’ di nero. Le malefatte trascorse vanno però punite, anzi messe alla pubblica gogna, ancora prima di venir accertate e giudicate. Cosa c’è di meglio della VAR dei social per testimoniare incoerenze, contraddizioni, solenni promesse mai rispettate, impegni mai mantenuti, posizioni che sembrano la dimostrazione del principio di indeterminazione di Heisenberg? Basta il confronto di due foto, due video, di prima e di poi, qualche app per i ritocchi e il gioco è fatto. Ma quale gioco? La tenue speranza di poter prender parte al gioco tramite il tifo, fatto passare per disvelamento della verità, l’illusione che una tecnologia priva di sapere, cultura, formazione ci renda magicamente potenti.
La comprovata serietà del nuovo allenatore e la straordinaria competenza che ne è la premessa sono i principali e forse unici mezzi a sua disposizione. Gli hanno consentito di vincere in ogni competizione e soprattutto di far vincere le squadre e i paesi tutti per cui ha giocato con perspicacia e tenacia. Ha alle sue spalle una straordinaria resilienza, sì resilienza, che gli deriva dall’aver vissuto un gravissimo lutto nell’adolescenza e dall’aver avuto la capacità di superarlo con straordinaria determinazione, la stessa che l’ha portato a divenire il primo italiano a conseguire un dottorato al M.I.T.. Saranno sufficienti queste sue straordinarie doti se non cambiano anche giocatori, schemi, regole? Se non cambierà la nostra possibilità e capacità di partecipare al gioco, non lasciando indietro nessuno? Se il gioco non diventerà digitale, rinnovabile e sostenibile? I fallimenti di alcuni, peraltro non paragonabili, predecessori lasciano qualche dubbio.
Credo che molto dipenderà da quanto il maschio “calcio” italico si aprirà alle donne, al loro creativo e innovativo gioco, senza il quale non c’è partita per l‘Italia.

immagine tratta da Mordillo