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Solitudini

Sarà poi vero che, come afferma Pascal, “tutti i mali dell’uomo derivano dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”? Si potrebbe a prima vista imputare a quest’incapacità la stessa diffusione del contagio del COVID-19 e magari anche l’inefficienza nel combatterla di molti governanti, incapaci appunto di rimanere nelle loro stanze a decidere e molto più propensi invece ad annunciare, sondare, comunicare. Eppure il rapporto ISTAT del 10.3.21 sul benessere equo e sostenibile BES  (della cui esistenza ho appreso grazie a un tweet di @dariodivico) sostiene che le persone sole sono attualmente quelle meno soddisfatte. Più esattamente:

„la percentuale di molto soddisfatti diminuisce tra le persone che vivono da sole. Infatti, solamente il 35,8% (era 37,3% nel 2019) si dichiara soddisfatto per la propria vita rispetto, ad esempio, a quasi la metà delle persone che vivono in una famiglia di 4 componenti (Figura 1). L’isolamento a causa del lockdown ha colpito maggiormente chi vive da solo, e la quota di molto soddisfatti scende, in particolare, tra le persone sole adulte (ad esempio, tra il 2019 e il 2020 la percentuale scende di 9 punti tra le donne e di 10 punti tra gli uomini di 55-59 anni), ma anche tra le giovani donne tra 20 e 34 anni che vivono da sole (-17 p.p. rispetto al 2019) e tra gli uomini di 65 anni e più (-4 p.p.)“

Si può ragionevolmente ritenere, come suppongono anche i ricercatori dell’ISTAT, che la maggior insoddisfazione delle persone sole nell’anno della pandemia derivi proprio dalla mancanza di legami di sostegno, solidarietà e condivisione in un periodo di intenso stress.

Meno scontato il fatto che la percentuale totale delle persone molto soddisfatte della propria vita nel 2020, anno della pandemia, sia, anche se di poco, aumentata! rispetto al 2019 (44,5% nel 2020 contro il 43,2 del 2019). Siamo diventati con la pandemia più consapevoli di quanto stiamo bene in periodo di normalità? È aumentato il nostro senso di appartenenza alla comunità? Abbiamo rivalutato, con il lockdown, l’importanza dei legami familiari? Queste sono le principali ipotesi interpretative dei ricercatori per spiegare questo dato obiettivamente inaspettato.
D’altro canto l’incertezza indotta dal brusco peggioramento dello stato di salute di molti, dalla precarietà finanziaria e del mondo del lavoro ha determinato un impatto negativo sulle prospettive future tale per cui

“dopo una crescita costante dal 2016, cala […] al 28,9% la percentuale di persone che ritiene che la propria situazione migliorerà nei prossimi 5 anni (era il 30,1% nel 2019). Contemporaneamente, la percentuale di individui che ritiene che la propria situazione peggiorerà nei prossimi 5 anni, dopo anni di riduzione, aumenta nel 2020 nel Centro-Nord.“

Sembra essere uno di quegli strani paradossi che riflettono la nostra ambivalenza: “da un lato la pandemia ha portato gli individui a relativizzare la propria situazione rispetto al contesto attuale, dall’altro viene percepita come un evento i cui effetti influenzeranno le prospettive future.”

Rinviando al BES per molti altri utili dati e interessanti riflessioni sociologiche, mi chiedo quali conseguenze trarne a livello psicologico. La prima che mi sovviene riguarda la condizione psicologica di solitudine. Come tutti sappiamo, si può vivere da soli ed avere significativi legami familiari e/o sociali tali da farci sentire in comunione con altri. Così come si può vivere con un’intera tribù e sentirsi soli. È il concetto esplicitato dalle coppia di espressioni linguistiche inglesi (solitude/loneliness) e tedesche (Alleinsein/Einsamkeit). Credo si possa sen‘altro affermare che la pandemia, come e più di ogni altra condizione di stress e di sofferenza, ha accentuato sia il nostro stare soli che la nostra solitudine. Anche i social Network, nati anche sulla scorta del desiderio di contatto, riflettono di questi tempi più che mai tale solitudine, al punto che viene da chiedersi se gli ormai quotidiani scontri che vi attecchiscono, oltre che una ricerca di visibilità, non siano anche un disperato quanto aggressivo bisogno di contatto. La lite onlife sembra tradire, oltre che il bisogno di agire l’aggressività accumulata, anche il desidero di sentire, sia pur a male parole, l‘altro, di confermare la sua e nostra esistenza in vita. D‘altro canto i social sono poco più che adolescenti, (Twitter ha quindici anni) un’età in cui prevalgono l’esibizione ostentata delle proprie supposte capacità e la provocazione degli altri. Le loro potenzialità sono però tutt‘altro che esaurite e la loro trasformazione dipende dall‘uso che noi ne faremo.

Immagine tratta da @IrenaBuzarewicz