Beato il conflitto

„Stavamo facendo la spesa per il Weekend al supermercato”. Così comincia il primo folgorante racconto di “Felici i felici” di Yasmina Reza. Non riesco a ricordarmi una descrizione più esilarante e al tempo stesso più approfondita di una lite di coppia. Lui che, vedendo quello che lei ha messo nel carrello, chiede ingrugnito “che ce ne facciamo di tutta questa roba?”. Lei che gli rimprovera di aver dimenticato di acquistare il gruyere al banco dei formaggi e di aver comprato invece il morbier che piace solo a sua madre. Lui che minaccia di andarsene e lei che replica implacabile “appena sei a corto di argomenti, … tiri subito fuori questa minaccia grottesca”. Il tono di voce si alza, la tensione pure, le parole diventano scortesi. Lui sa che dovrebbe scusarsi ma non ha “nessuna voglia, nessuna possibilità fisiologica di pronunciare … scusami, due volte, con il tono giusto” quando “ lei si ferma tra due scaffali di condimenti con l’aria attonita per l’offesa e il dolore”. Lei dice “chiedi scusa” ma lo dice “con una voce che lui trova inaccettabile” . Alla fine comunque le scuse di lui arrivano, ma lui non si aspetta che lei si precipiti verso il fondo del negozio mentre lui ha pochissimo tempo per scrivere un articolo – che probabilmente non interessa a nessuno. Certo non a lei, che si rimette nella interminabile fila dei formaggi per restituire il morbier. Nuova escalation, in cui peraltro la rabbia si confonde con un riso trattenuto da parte di entrambi. Ormai la scena ha attirato la curiosità degli altri clienti, che si godono lo spettacolo, ancora lontano dalla conclusione.

Lite rassicurante 

Yasmina Reza è una scrittrice e prima ancora un’attrice e una drammaturga di grande talento (Il dio del massacro è semplicemente straordinario!) e sa scrivere dialoghi portentosi nella loro ironica asciuttezza. Scene analoghe al supermercato le abbiamo vissute tutti/e. Ma non credo che siano stati solo questi i motivi per cui sono andato a rileggermi in questi giorni quel racconto.
Credo che in quella lite così efficacemente trasposta letterariamente vi sia anche qualcosa di molto rassicurante. La consapevolezza che è possibile, anzi lecito e addirittura doveroso litigare. Non ci riesce sempre di farlo elegantemente, con FairPlay british ma vi è comunque ampio spazio d’azione per litigare civilmente, far valere i propri argomenti e risolvere così un conflitto o almeno cercare di farlo.

L’assenza del conflitto 

È piuttosto la l’assenza del conflitto, la sua negazione, che spaventa, perché può nascondere baratri. I conflitti non sono distruttivi. Sono invece necessari perché si possano conoscere i confini di sé stessi e dell’altro. Dai conflitti e dalle loro non sempre facili risoluzioni si sviluppano identità e relazioni solide, capaci appunto di resistere agli attriti e alle controversie. Secondo Alain Ehrenberg, citato da Byung-Chul Han in “L’espulsione dell’Altro”, il diffondersi della depressione sarebbe una conseguenza del perduto rapporto con il conflitto. (Personalmente ho qualche dubbio). Byung-Chul Han aggiunge poi che “ l’attuale cultura della prestazione e dell’ottimizzazione non ammette alcuna gestione del conflitto, perché essa richiede molto tempo. L’attuale soggetto di prestazione conosce soltanto due condizioni: funzionare o rinunciare. In ciò somiglia alle macchine. Anche le macchine non conoscono conflitto. O funzionano perfettamente o sono guaste.”

Femminicidio

L’uomo però, aggiungo io, in particolare il maschio, quando non sa gestire il conflitto, può scegliere una terza, tragica possibilità: uccidere la partner, che ha esplicitato il conflitto, esprimendo ad esempio il desiderio di lasciarlo. Alle spalle vi sono generalmente in questi casi mesi ed anni in cui il maschio ha rigorosamente evitato il conflitto, esercitando violenza fisica, sessuale o psichica sulla partner in tutte le occasioni in cui il conflitto cominciava a manifestarsi. Al di là delle efferatezze estreme dei recenti fatti di cronaca – in cui è il maschio stesso che si mette in una situazione di dilemma instaurando un rapporto clandestino e mendace con due donne dal quale non sa uscire se non uccidendone brutalmente una di lui incinta – il dato di fatto sempre più evidente, in chi sia disposto naturalmente a vederlo, è che tanti, troppi maschi sono totalmente sprovvisti di una cultura del conflitto e fanno ostinatamente di tutto per non acquisirla, confidando nella violenza quale soluzione ultima e insindacabile. Fare astratti atti di contrizione in quanto maschi credo serva a poco, anche se non si può non provar vergogna di fronte agli scempi che il nostro sesso continua a perpetrare. Insegnare, insieme al rispetto, la cultura del conflitto ai nostri figli, nipoti, studenti, collaboratori credo sia il nostro doveroso compito. Non con gli schiaffi, ma con il sincero desiderio di capire sé stessi e gli altri, di non aver paura delle diversità, di accettare i conflitti come un dato di fatto, una parte essenziale della vita, cui dobbiamo guardare in faccia con coraggio.