Sonnambuli impauriti/ sonnambule impaurite

„La società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali, di lungo periodo, dagli effetti potenzialmente funesti.“
Con questa immagine, e molti dati che appaiono sostenerla, il CENSIS fotografa, nel rapporto 2023, la società italiana, che si incammina ad avere, nel 2050 un calo di 4,5 milioni di residenti (risultato composto di una diminuzione di 9,1 milioni di persone con meno di 65 anni e di un aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e oltre), una riduzione di due milioni di donne in età feconda (cioè tra i 15-49 anni), una diminuzione di ben 8 milioni di persone in età lavorativa, una riduzione dei/delle giovani (18-34 anni) dai 13 milioni del 2003 (pari al 23,0% della popolazione totale), agli attuali 10 milioni (17.5 % del totale) fino ai previsti 8 milioni del 2050, (appena il 15,2% della popolazione totale), nonché un aumento della spesa sanitaria dagli attuali 131 ai previsti 177 miliardi.


Sonnambulismo e stress


La metafora del sonnambulismo adottata dal CENSIS, naturalmente discutibile, calza peraltro a pennello dal punto di vista della sonnografia. I/le sonnambuli/e infatti, che nella realtà sono per la maggior parte bambini/e, non stanno affatto sognando (né sogni beati né agitati) quando si muovono o camminano, perché il sonnambulismo si svolge nella fase non REM (quella cioè in cui non si sogna). Le persone nell’atto del sonnambulismo si trovano effettivamente in uno stato di alterata e ridotta coscienza e si ritiene che gli episodi di sonnambulismo siano provocati oltre che da una predisposizione genetica al fenomeno, anche da carenza di sonno, stanchezza, situazioni stressanti. Ecco, le situazioni stressanti agli/alle italiani/e non mancano ed loro stessi/e ne sono consapevoli al punto che la maggioranza vive in una sorta di costante paura, se non di terrore:


“- l’84,0% degli italiani teme il clima impazzito…
– il 73,4% ha paura che i problemi strutturali irrisolti del nostro Paese provocheranno nei prossimi anni una crisi economica e sociale molto profonda;
– per il 73,0% gli sconvolgimenti globali sottoporranno l’Italia alla pressione di flussi migratori sempre più intensi e non saremo in grado di gestire l’arrivo di milioni di persone in fuga dalle guerre e per effetto del cambiamento climatico;
– per il 70,6% i rischi ambientali, quelli demografici e quelli ora connessi alla guerra provocheranno un crollo della società, favorendo la povertà diffusa e la violenza;
– il 68,2% teme che in futuro patiremo la siccità per l’esaurimento delle risorse di acqua;
– il 53,1% ha paura che il colossale debito pubblico, in cammino verso la cifra record di 3.000 miliardi di euro, provocherà il collasso finanziario dello Stato italiano;
– il 43,3% che resteremo senza energia sufficiente per tutti i bisogni.
…. la metà degli italiani ora teme che l’Italia non sarebbe in grado di difendersi militarmente nel caso di un attacco da parte di un Paese nemico…
il 73,8% degli italiani ha paura che non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per pagare le pensioni e il 69,2% pensa che negli anni a venire non tutti potranno essere curati, perché la sanità pubblica non riuscirà a garantire prestazioni in quantità adeguate”


Paure e preoccupanti dati di realtà


Non saranno forse le paure dell’ “anno mille e non più mille” ma poco ci manca. D’altro canto non si può certo affermare che siano paure ingiustificate, a maggior ragione se si guarda alle condizioni finanziarie, sociali e culturali in cui versa il nostro Paese. Cito ancora dalla stessa fonte CENSIS:

“Nel 2022 l’Italia è comunque all’ultimo posto nell’Unione europea per tasso di attività e tasso di occupazione…. Il tasso di occupazione della popolazione con età compresa tra i 15 e i 64 anni in Italia è pari al 60,1%, aumentato di 2 punti percentuali tra il 2020 e il 2022, ma ancora distante di quasi 10 punti rispetto al dato medio europeo (69,8%). Per la componente maschile, l’indicatore raggiunge il 69,2% contro il 74,7% della media Ue. Per la componente femminile, si ferma al 51,1% contro il 64,9% della media Ue.” Soprattutto “si è bloccato l’ascensore sociale che da sempre garantiva un maggiore benessere nel passaggio da una generazione all’altra”.



Fuga dal declino


Non stupisce dunque che da un Paese che viene ritenuto sempre più in declino, soprattutto dai giovani (l’80,1% è convinto che dalle passate emergenze ne è uscita una Italia in declino e il dato sale all’84,1% tra i giovani) si fugga sempre di più. “ I 5.933.418 italiani residenti all’estero (pari al 10,1% dei residenti in Italia) hanno registrato un incremento del 36,7% negli ultimi dieci anni (ovvero quasi 1,6 milioni in più)” con un particolare incremento dell’emigrazione giovanile, al punto che “nell’ultimo anno le iscrizioni all’Aire per espatrio sono state 82.014, di cui il 44,0% (la quota più elevata tra le classi di età considerate) da parte di italiani di 18-34 anni, per un totale di 36.125 giovani che hanno scelto di cercare altrove la propria strada, definitivamente o per un periodo transitorio”.

Non sarebbe dunque corretto parlare di una rimozione collettiva. Italiane ed italiani percepiscono con grande sensibilità i pericoli mondiali e nazionali, anzi ne sono impauriti ed atterriti in quello che il CENSIS chiama il “mercato dell’emotività” nel quale “agli sforzi raziocinanti di comprensione dei fenomeni e di confronto su ipotesi alternative per favorire la ricerca condivisa di soluzioni praticabili, si sostituisce la proiezione nel prisma dell’eccesso emotivo, che sollecita reazioni paradossali”.


Sfiducia epistemica

 

Reazioni paradossali fino a un certo punto. Studi della teoria dell’attaccamento hanno infatti dimostrato, come scrivevo in “Mentalizzare l’ atrocità”, che, nei contesti storici, sociali e culturali in cui predominano la diffidenza, la paura, l’ostilità può essere evolutivamente utile tramettere l’ipervigilanza se non addirittura la sfiducia nell’altro, che è anche l’esperienza prevalente che in questi casi è stata fatta dall’individuo. Si crea pertanto un circolo vizioso tale per cui l’ambiente sociale e culturale induce iper vigilanza e sospetto, l’esperienza individuale è spesso quella della delusione e del dolore, per cui la trasmissione del modello di legame madre-bambino così come quella del sapere avverrà all’insegna della iper vigilanza se non della sfiducia epistemica a scapito della normale tendenza dei bambini ad imparare dagli altri. In queste situazioni non si arriva dunque mai a una modalità di coordinazione e cooperazione, alla modalità del noi, ma tutto ciò che proviene dagli altri viene percepito come inaffidabile o malevolo. Un sistema di questo tipo, che non mentalizza genera rapidamente paura, se non panico, il ché blocca a sua volta ogni processo di mentalizzazione, laddove per mentalizzazione si intende la capacità immaginativa di pensare al proprio comportamento e a quello degli altri in termini di stati mentali (pensieri, sentimenti e credenze) che ne sono alla base. L’incapacità di mentalizzare, cioè di immaginare e comprendere l’altro, i suoi pensieri, desideri, emozioni, va di pari passo con la sfiducia (epistemica) di accogliere nuove conoscenze offerte dall’altro e di riconoscerne la rilevanza personale.



Malessere e social media


Se il malessere della società italiana e più in generale delle società che, come scrive Luca De Biase  “hanno scelto di lasciare libero corso alla concentrazione della ricchezza, nell’ipotesi che questa avrebbe efficientemente generato sviluppo”, non viene mentalizzato, elaborato, trasformato in progetto o almeno tentativo di miglioramento della società stessa, ristagna e “trova modo di esprimersi sui social network. Che lo amplificano automaticamente.” Ciò, aggiunge De Biase, può essere “una consolazione per molti umani che attraversano questa fase storica tanto complessa e sfidante” ma “i sistemi composti da social network e smartphone” divengono essi stessi, secondo la psichiatra Anna Lembke, responsabile a Stanford della clinica che si occupa delle dipendenze, e autrice di Dopamine Nation: Finding Balance in the Age of Indulgence “generatori di dipendenze.” Non è difficile osservarlo sui social media italiani, sui quali lo sfogo, se non addirittura, l’aggressione verbale, l’insulto, hanno sostituito non solo la proposta ma anche la protesta. Sui social noi italiani/e non appaiamo affatto come sonnambuli impauriti ma come ribelli inferociti/e, in preda ad una sorta di perenne stato di agitazione. Sembra quasi che l’irritazione, se non l’esplicita aggressività sui social media sia non solo la prosecuzione di quella alla guida ma anche l’altra faccia della paura, delle paure da cui siamo assaliti/e. Questo costante stato di irritabilità, che diviene facilmente improperio, non porta tuttavia a nessuna catarsi, solo ad un vicendevole disprezzo, in una spirale al ribasso che sembra non aver mai fine, come le rivalità più distruttiva tra le contrade, i borghi, le signorie, le opposte fazioni. È la mentalizzazione la strada per i social e anche per noi italiani/e?

 

Suggerimento musicale: Vincenzo Bellini, La sonnambula, Aria: Ah non credea mirarti 

  • Kanela |

    4 generazioni bruciate all’altare del benessere delle cavallette boomers, perfino il pianeta stesso bruciato nel nome del capital(ar)ismo, che poi altro non è che imperialismo, ovvero il sopruso del forte sul debole.
    Mentalizzare? Le generazioni future sputeranno sulle tombe di nonni e padri, giustamente, anche se questo non li solleverà da esistenze e fini miserevoli.
    Hai voglia a mentalizzare..

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