Ci sono sconfitte che fanno rumore.
Quando l’Italia non si qualifica ai Mondiali, il paese si ferma. Si discute, si analizza, si cercano colpevoli. È una caduta visibile, quasi rituale.
E poi ci sono cadute più silenziose.
Non arrivano con un gol subito al novantesimo, ma con una serie di piccoli arretramenti, spesso tecnici, talvolta giustificati, quasi sempre normalizzati.
E soprattutto: non fanno male subito.
Negli ultimi giorni, una serie di articoli del Guardian, basati sul rapporto 2026 della Civil Liberties Union for Europe, ha collocato l’Italia in un gruppo ristretto di paesi europei — insieme a Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia — accusati di erodere in modo sistematico lo stato di diritto. Non semplicemente in difficoltà, ma dentro una traiettoria coerente e voluta di attacco allo stato di diritto. Altri paesi, come Francia o Germania, mostrano segnali di peggioramento, ma non una strategia comparabile.
È un giudizio esterno, certo. Ma proprio per questo interessante: perché ci restituisce un’immagine di noi stessi meno addomesticata.
Una regressione (quasi) clinica
Se proviamo a leggere questo quadro con uno sguardo clinico, la parola che viene in mente è: regressione.
La regressione non è un crollo.
È un movimento all’indietro.
Di fronte a una realtà complessa e incerta, si cerca sicurezza tornando a modalità più semplici, più rigide, più familiari.
Minore tolleranza dell’ambivalenza.
Minore accettazione dei conflitti fisiologici.
Maggiore chiarezza apparente.
Nella clinica la regressione ha una funzione: protegge dall’angoscia.
Ma ha anche un costo: riduce la capacità di pensare.
Se osserviamo i dati riportati dal Guardian, il parallelo diventa meno arbitrario.
Sul piano della giustizia, viene descritto un conflitto strutturale con la magistratura: dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio alla limitazione delle intercettazioni, fino alla delegittimazione pubblica dei giudici quando bloccano decisioni governative — ad esempio sui centri per migranti in Albania.
Sul piano del dissenso, il rapporto segnala un irrigidimento normativo: un decreto sicurezza che introduce nuovi reati, colpisce blocchi stradali e forme di protesta, e amplia le tutele per la polizia. Un secondo intervento consente perfino di trattenere persone fino a 12 ore prima di una manifestazione, se ritenute potenziali disturbatori. Si è discusso anche di proposte per imporre cauzioni agli organizzatori.
Sul piano della società civile, il caso delle ONG nel Mediterraneo è emblematico: secondo i dati citati, 32 organizzazioni hanno perso complessivamente circa 960 giorni di attività tra il 2023 e il 2024 a causa di fermi amministrativi e sanzioni. Meno giorni in mare, più giorni nei porti, meno persone salvate, più morti in mare.
Sul piano dei media, il Guardian segnala il caso della RAI, da sempre politicizzata e ora completamente in mano a coloro che ne denunciavano la politicizzazione con dimissioni ai vertici, sostituzioni rapide, incompetenze imbarazzanti. Ma nell’intero ambito giornalistico sono sempre più frequenti le intimidazioni ai giornalisti, lo spionaggio di alcuni di loro, un atteggiamento generalizzato di sdegno se non di disprezzo verso chi fa seriamente informazione. Il Guardian ricorda inoltre che l’Italia è scesa dal 41° al 49° posto nell’indice mondiale della libertà di stampa.
Presi uno per uno, questi elementi possono essere discussi, contestati, reinterpretati.
Messi insieme, però, disegnano una direzione.
Il paradosso della sicurezza
Il filo che li unisce è noto: sicurezza.
Sicurezza dei confini.
Sicurezza delle città.
Sicurezza dell’ordine.
Ma quando la sicurezza diventa il criterio dominante, tende a produrre un effetto paradossale: riduce proprio quelle condizioni che rendono una società stabile nel lungo periodo.
Perché una società senza contropoteri, senza critica, senza spazi di dissenso, è forse più ordinata nell’immediato — ma anche più fragile.
Come un paziente che, per evitare il conflitto, rinuncia a pensare.
Eppure qualcosa resiste
E tuttavia, la regressione non è mai totale.
Il recente esito del referendum — e soprattutto la partecipazione elevata allo stesso — può essere letto anche come un segnale diverso: non solo polarizzazione, ma attivazione.
Come se una parte del paese avesse percepito il rischio e avesse reagito.
Nella clinica, è ciò che permette di non scivolare del tutto:
una funzione osservante che resta attiva.
Forse è questo l’elemento più interessante:
non solo la caduta, ma la presenza di resistenze alla caduta.
Una caduta senza dramma (ed è questo il problema)
Torniamo allora ai Mondiali.
Quando perdiamo una qualificazione, il paese si sente umiliato. Reagisce. Discute. Si divide.
Quando invece scivoliamo nelle classifiche della libertà di stampa o veniamo inseriti tra i paesi che erodono lo stato di diritto, la reazione è molto più tenue.
Forse perché non c’è un risultato netto.
Non c’è un arbitro che fischia la fine.
Non c’è un replay.
O forse — e qui vale la pena concedersi un filo di ironia — perché una partita persa si può sempre rigiocare, mentre una capacità di pensare che si restringe passa inosservata, e proprio per questo dura più a lungo.
Come siamo caduti in basso
“Come siamo caduti in basso” non è allora solo una constatazione.
È una domanda.
Non riguarda solo le decisioni dei governi, ma anche la nostra soglia di attenzione.
Quando abbiamo iniziato a considerare normali certe cose?
Quando abbiamo smesso di stupirci?
Quando abbiamo preferito la semplificazione alla complessità?
Forse la risposta è meno drammatica — e per questo più inquietante — di quanto immaginiamo.
Non siamo caduti in basso all’improvviso.
Ci siamo abituati a scendere.
E forse, proprio per questo,
è tempo di risorgere.